R.Gi., La Stampa 8/1/2012, 8 gennaio 2012
Crescono nel Fondo monetario internazionale i dubbi sulla capacità della Grecia di salvarsi senza un piano più radicale di ristrutturazione del debito
Crescono nel Fondo monetario internazionale i dubbi sulla capacità della Grecia di salvarsi senza un piano più radicale di ristrutturazione del debito. L’Fmi non ritiene che la Grecia possa sostenere a lungo il peso dei debiti affidandosi solo ai programmi di risanamento decisi finora, nota lo Spiegel. A metà gennaio, nella prossima missione in Grecia della troika Fmi-Bce-Commissione Ue, gli esperti dell’istituto di Washington vogliono rivedere alcuni punti-chiave del piano di salvataggio, per adeguarli alla peggiorata situazione economica. Le opzioni sono tre, scrive lo Spiegel citando una nota dell’Fmi: o la Grecia aumenta i suoi sforzi per consolidare le sue finanze, o i creditori privati accettano una svalutazione più marcata dei loro titoli o gli altri Paesi europei dovranno contribuire di più al salvataggio di Atene. Il Fondo monetario critica l’insufficiente ritmo di riforme in Grecia: i progressi nelle entrate fiscali e negli introiti dalle privatizzazioni sono inferiori alle attese. Per lo Spiegel è dubbio che la Grecia possa centrare l’obiettivo del debito-Pil del 120% entro il 2020, come concordato a livello europeo. Per l’economista Henning Klodt dell’istituto Ifw di Kiel, per riportare sotto controllo il debito greco le entrate nel bilancio di Atene dovrebbero superare le uscite di oltre il 10% del Pil. «Negli ultimi decenni non c’è riuscito nessun Paese industrializzato», nota Klodt. na debolezza tutta italiana, una paura tutta euro- Upea. Il crollo in Borsa di Unicredit, il 37% in tre sedute, punta di un’iceberg che negli ultimi giorni affonda quasi tutte le banche di casa nostra, si può leggere anche in questo modo. La debolezza è legata appunto alle condizioni degli istituti di credito italiani, influenzati a loro volta a un ciclo economico nazionale particolarmente debole e dalla politica di risanamento fiscale imposta dal governo Monti che aumenta i rischi di rallentamento. Il secondo fenomeno riguarda invece le grandi banche europee nel loro complesso. Per loro Unicredit sta facendo da battistrada sulla - accidentatissima via degli aumenti di capitale che sono stati chiesti dall’Eba, l’Autorità bancaria europea. E ogni colpo al titolo di piazza Cordusio viene così vissuto anche come un segnale d’allarme per le non poche ricapitalizzazioni che dovranno ancora arrivare nei prossimi mesi. Quanto pesa il «rischio-Italia» sulle prospettive di Unicredit e quanto sono negative le aspettative sull’Italia? In quanto al peso è presto detto. Piazza Cordusio, per quanto sia la più internazionale tra le nostre banche, trae il 42% dei suoi ricavi dal mercato italiano. E le paure sull’Italia sono sotto gli occhi di tutti. Eccole riprendere quota negli ultimi giorni, con lo spread tra Btp e Bund stabilmente sopra quota 500, eccole concretizzarsi in previsioni di riduzione del Pil che vanno dal -0,6% dell’Ocse al -1,5% di Confindustria. Questa settimana le prime grandi aste 2012 di titoli pubblici da parte di Spagna e Italia saranno un altro banco di prova. Anche qui i timori non mancano. L’ultimo rapporto Abi mostra segnali di un’ulteriore stretta del credito, leggibile sia come la necessità delle banche di ridurre le esposizioni, sia come derivata di un rallentamento dell’economia. In ogni caso in novembre gli impieghi totali al settore privato da parte delle banche italiane sono stati sì 1.726 miliardi contro i 1.724,5 di ottobre, ma con un forte rallentamento percentuale rispetto al dato di dodici mesi prima: dal +4,68% di ottobre si è passati a un +2,89%. Allo stesso tempo l’Abi segnala che crescono leggermente i tassi per i prestiti a famiglie e società non finanziarie: si passa da un tasso medio ponderato del 4,16% in ottobre al 4,18% di novembre. Sono saggi d’interesse che, va detto, molti piccoli imprenditori stenteranno a ritrovare nei loro rapporti bancari. Ma i segnali che arrivano dall’aumento Unicredit sono anche quelli della nuova grande paura europea. In meno di due settimane - la scadenza è per il 20 gennaio - ogni banca del Continente per la quale l’Eba ha indicato la necessità di capitali aggiuntivi dovrà indicare come intende reperirli. In tutto si tratta di 115 miliardi di euro, che dovranno essere trovati entro la fine di giugno. Il problema è però chi metterà quei capitali. Il caso Unicredit mostra che gli investitori non muoiono certo dalla voglia di puntare i loro soldi sulle settore. Come dargli torto se gli stessi istituti di credito mandano messaggi di sfiducia? Il mercato interbancario, quello appunto in cui le banche prestano i soldi ad altre banche, è a secco. In compenso la liquidità degli istituti trova rifugio presso la Bce, che proprio venerdì ha visto i depositi salire alla cifra senza precedenti di 455 miliardi. Quasi quanto i 489 miliardi che appena due settimane fa sempre la Bce aveva prestato alle banche europee al tasso superagevolato dell’1%. Soldi che sarebbero dovuti finire all’economia e che invece restano parcheggiati a Francoforte.