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 2012  gennaio 08 Domenica calendario

Roma ci sono attori che, una volta ottenuto successo e popolarità, fanno per predisposizione personale la vita delle star

Roma ci sono attori che, una volta ottenuto successo e popolarità, fanno per predisposizione personale la vita delle star. E ci sono attori che, nonostante siano delle star, restano legati alla vita quotidiana, alle proprie passioni, alle abitudini. Massimo Ghini fa parte di questa seconda categoria. È normale vederlo passeggiare per le strade del centro di Roma, seduto al tavolo di una trattoria o mentre saluta cordialmente chiunque lo fermi. Eppure Ghini è un "divo", nel senso più classico del termine: cinquantasette anni, settanta film alle spalle, una carriera teatrale iniziata lavorando con Zeffirelli, Strehler, Patroni Griffi, un grandissimo successo televisivo con alcune tra le fiction più viste degli ultimi anni, e ancora il cinema internazionale, i musical a teatro, oltre ai "cinepanettoni" al fianco di Christian De Sica, hanno fatto di lui uno degli attori di maggiore popolarità nel nostro paese. «Non posso dire di non essere soddisfatto», dice ridendo. E come potrebbe non esserlo, lui che come Fiorello ha iniziato la sua avventura come animatore di villaggi turistici? «Vuole sapere la verità? Questo lavoro è un esame continuo, non c´è modo di accontentarsi. Non c´è mai il tempo di essere soddisfatti, perché subito dopo arriva un´altra sfida, un altro progetto, una nuova avventura. E ogni volta si ricomincia da capo». La verità è che Ghini è sempre pronto alla sfida. Come ogni attore di razza, finito un progetto, uno spettacolo, un film, con lo sguardo e la mente è già avanti, verso il nuovo copione da leggere, il nuovo palcoscenico da calcare. «Non so stare con le mani in mano, mi piace sempre mettermi alla prova con cose diverse e nuove. E non resto legato a un solo genere, a un certo tipo di ruoli, amo mettermi in condizioni diverse ogni volta». E se lo può permettere. Innanzitutto perché ha un fisico che gli consente di interpretare personaggi diversi, è in grado di vestire i panni del comico come quelli dell´attore drammatico ma, soprattutto, a differenza della maggioranza dei suoi colleghi, non sa soltanto recitare, ma anche cantare e ballare ed è un veterano del musical. «Era una sfida anche quella con la quale ho iniziato», ricorda, «il mio primo ruolo fu Ademar, in Alleluja, brava gente, al Sistina. Il rapporto con Pietro Garinei cominciò in maniera burrascosa: nel 1987 ero sposato con Nancy Brilli e lei recitava al Sistina in Se il tempo fosse un gambero. Con lei conobbi Iaia Fiastri, che mi disse che avrei dovuto fare la commedia. Ne era talmente convinta che mi chiamò a lavorare a una sua commedia musicale, A che servono gli uomini, con Ombretta Colli e Stefano Santospago, con le canzoni di Gaber. Garinei mi vide e mi fece molti complimenti, ma io, dopo tre mesi, davanti a una offerta di un grande ruolo cinematografico, lasciai la compagnia e non andai con lo spettacolo al Sistina». Garinei se la prese e per sei anni non si parlarono. Poi chiamò Ghini nel 1994 per Alleluja, brava gente. «La poliedricità nel nostro paese non è vista come un pregio, perché alla fine ognuno deve essere inquadrato in una casella. Se fai l´attore comico sei comico, se fai il drammatico sei drammatico, se canti canti. Ma se fai tutto questo non sei in nessuna casella e se devono fare la classifica dei migliori non ci sei mai». Ghini nonostante i successi, le medaglie, i premi (l´ultimo, il Premio De Sica, l´ha ricevuto dalle mani del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano qualche settimana fa), sembra destinato a essere l´eterno secondo. Nonostante abbia interpretato personaggi rimasti nella memoria collettiva («c´è sempre gente che mi ferma per strada perché si ricorda il cattivissimo onorevole Valenzani in Compagni di scuola di Verdone del 1988»), nonostante sia uno dei pochi che lavora all´estero (ha lavorato con Banderas e Sean Penn e adesso è nel cast del prequel del Titanic, con la regia dell´irlandese Ciaran Donnelly), «mi manca sempre uno per fare cento, come si dice a Roma». Ma non se ne fa un cruccio: «Sono contento di quello che faccio, scelgo le cose che mi piacciono e mi divertono, non sono snob, non lo sono mai stato. Credo che il pubblico mi ami anche per questo». La scelta di fare televisione, di recitare in moltissime fiction di successo, lo ha portato a fare una scelta di campo? «No, ho scelto quello che era giusto per me. La televisione mi ha dato moltissimo e credo di aver contribuito nel mio piccolo alla crescita della fiction italiana. Oggi la televisione, soprattutto se si guarda ai serial americani, ha ben poco da invidiare al cinema». La musica resta una delle sue grandi passioni. Lo ha dimostrato qualche mese fa, partecipando con successo a Lasciami cantare, su Raiuno, e lo dimostra ancora sul palcoscenico del Sistina, dove il mese scorso è stato protagonista de Il vizietto, vestendo i panni di Albin (nel film di Edouard Molinaro del 1978 interpretato dal leggendario Michel Serrault) accanto a Cesare Bocci (nel ruolo di Renato che fu di Ugo Tognazzi). «Mi piace la musica, mi piace cantare e uno spettacolo come questo mi offre la possibilità di un´ulteriore sfida. Non è solo un musical, è una commedia che ha un testo raffinato e importante, attualissimo, perché Renato e Albin sono una coppia di fatto con un figlio da sposare, un problema che non si è ancora risolto. Il finale, in cui canto I Am What I Am, è uno di quei momenti che mi spiegano ancora perché faccio questo mestiere». Sono lontani i tempi in cui divideva l´appartamento con Fabrizio Bentivoglio e Armando De Razza, sognando di diventare una star: Ghini oggi si può permettere di recitare di tutto, di scegliere, anche di giocare, come ha fatto con il suo amico Christian De Sica negli ultimi cinepanettoni. E persino di mollarli, come ha fatto quest´anno, per andare in Irlanda per le riprese del nuovo Titanic: «Come sempre avevo voglia di confrontarmi con qualcosa di diverso. Non li rinnego, mi sono divertito molto, trovo che la coppia con Christian funzionava davvero. All´inizio molti colleghi mi hanno preso per pazzo, chi mi prendeva in giro, chi rideva. Invece con il cinepanettone ho vinto una Grolla d´Oro e oggi tutti fanno i cinepanettoni, anche troppi». Ghini non è uno di quegli attori complicati, introversi, difficili, chiusi, anzi, è sempre sorridente, pronto alla battuta. Ma se si tratta di parlare dell´Italia, di politica, diventa serio, attento. Figlio di militanti comunisti (il papà partigiano deportato a Mauthausen gli ha trasmesso la passione politica), è stato responsabile del sindacato attori e ha fatto a lungo il consigliere comunale a Roma. La passione politica ancora gli brucia dentro: «Basta guardarsi attorno per capire che non si può stare con le mani in mano, bisogna partecipare, impegnarsi in prima persona se si vuole che le cose cambino. Ma non è facile, soprattutto perché il provincialismo della nostra sinistra, ripiegata a parlare solo con se stessa, ha prodotto danni non indifferenti». Difficile essere popolari e di sinistra? «Difficile sì, perché sembra che essere popolari sia sempre un difetto, sembra sempre che tu ti debba giustificare per quello che fai. Invece credo che ci siano solo due metri di giudizio per un attore, l´onestà e la bravura. E possono essere applicati a molti generi diversi, anche al cinepanettone». In realtà, Massimo Ghini la gara la fa con se stesso, provando a mettersi alla prova ogni volta con nuovi ruoli, nuovi materiali, mescolando le carte. Ha provato anche a mettersi dietro la macchina da presa, qualche anno fa, con un piccolo film, Zorro 12, di cui era anche protagonista, ma quell´esperienza non ha lasciato il segno. «Alle volte ci penso, ma ho sempre qualcos´altro da fare. Diciamo che non ho l´urgenza di fare il regista, mi basta saper fare bene l´attore».