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 2012  gennaio 08 Domenica calendario

La riforma del mercato del lavoro, nuova frontiera del governo Monti, è stata finora oggetto di discussioni teoriche: articolo 18, contratto unico, tutele graduali o assolute

La riforma del mercato del lavoro, nuova frontiera del governo Monti, è stata finora oggetto di discussioni teoriche: articolo 18, contratto unico, tutele graduali o assolute. Il focus è la libertà di licenziamento individuale senza giusta causa. Abbondano i riferimenti ai modelli esteri. Il più gettonato è la flexsecurity danese: licenziamenti facili, indennità di disoccupazione robuste, buoni corsi di riqualificazione professionale. Ma le tutele nuove costeranno di più o di meno delle attuali? E chi pagherebbe il di più? Silenzio. Eppure, è qui che casca l’asino. Non a caso gli industriali avvertono già ora di non volere altri oneri. Ergo, al resto provveda lo Stato. Ma ha senso ragionare senza un budget? L’indennità di disoccupazione non è una variabile indipendente. La sua congruità si misura assieme alla previdenza, al social housing, alla sanità, alle misure contro l’emarginazione e a favore della famiglia. Si misura, cioè, nel quadro della spesa sociale. Ci si deve dunque chiedere se la spesa sociale italiana sia alta o bassa. La risposta è: era bassa, e con la riforma delle pensioni scivola a livelli portoghesi. Si veda il Rapporto sullo Stato sociale 2011, redatto dalla Sapienza di Roma. La spesa sociale italiana è pari al 26,5% del Pil contro una media dell’Europa a 15 del 26% e dell’Europa a 27 del 25,3%. Ma il dato italiano è drogato per l’1,6% dall’accantonamento annuale al Tfr, salario differito che Eurostat inserisce nella spesa previdenziale. E vi è poi l’effetto fiscale sulla previdenza: l’Istat conteggia la spesa pensionistica comprensiva delle imposte, pari al 2,5% del Pil; la Germania registra la spesa netta, la Francia va ad aliquota ridotta. Depurata da Tfr e fisco, la spesa pensionistica italiana è sempre stata inferiore a quella del 14-15% del Pil che è sulla bocca di tutti. Di più: secondo i primi conteggi Inps, la riforma Fornero, a regime già nel 2018, comporterà un risparmio pari all’1,4% del Pil. Ciò significa che la spesa sociale italiana tende al 23,5%, e trascuriamo pure le tasse. Il Portogallo ha una spesa sociale del 23,2%. La Francia del 29,3%, la Danimarca del 28,9%, l’Olanda del 26,9% e la Germania del 26,7% (con l’effetto fiscale che la riduce). Vogliamo la flexsecurity alla danese? Bene. Ma ci vorrebbero altri 60-70 miliardi. A Copenaghen i senza lavoro ricevono 1.200 euro di indennità mensile, come ieri ricordava Francesca Basso sul Corriere. Una coppia di disoccupati con due figli, aggiungono alla Sapienza, incassa addirittura 3 mila euro al mese di sussidi. Per un ultracinquantenne danese possono diventare un prepensionamento sui generis. L’Italia se lo può permettere? Temo di no. Ma allora non straparliamo di riforme, diamo nomi veri alle cose e tiriamone le conseguenze politiche. D’altra parte, ante Monti, la spesa sociale pro capite italiana era pari al 78% della media europea, mentre quella tedesca era al 99,4%, quella danese (ridagli!) veleggiava sul 146%, la francese al 106%, l’olandese al 113% e la portoghese al 41%. Brutte bestie i numeri: smentiscono l’idea diffusa che a una spesa sociale ridotta corrisponda la prosperità. mmucchetti@rcs.it