Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 08 Domenica calendario

CORRIERE DELLA SERA

DAL NOSTRO INVIATO MASSIMO GAGGI
NEW YORK — L’orto biologico piantato da Michelle Obama nel giardino della Casa Bianca non è stato solo l’atto concepito per dare sostanza a una campagna contro l’obesità infantile che vuole convincere i giovani a tornare ai cibi naturali: è stato anche un gesto politico — il tentativo di aiutare il marito, sotto attacco per una riforma sanitaria mal concepita, con un’iniziativa «salutista» assai più popolare — e, forse, anche una «scelta terapeutica». Un modo di sfogare, con zappa e rastrello, la frustrazione per la rinuncia a quasi tutte le sue libertà personali e la rabbia nei confronti dei cinici consiglieri del presidente che, a suo modo di vedere, avevano costretto il marito ad abbandonare alcune delle sue idee più nobili e molte promesse fatte durante la campagna del 2008.
«The Obamas», il libro della giornalista Jodi Kantor che uscirà nelle librerie americane martedì prossimo ma che è stato anticipato ieri dal New York Times, racconta la storia di uno staff presidenziale diviso e a volte maldestro, spesso in conflitto con la First Lady, soprattutto nei primi due anni della presidenza Obama. Ma, soprattutto, il saggio ritrae una Michelle dalla personalità fortissima sempre in bilico tra i suoi istinti materni — al punto di pensare di non trasferirsi alla Casa Bianca nel gennaio 2009, dopo il giuramento di Barack, per restare a Chicago con le figlie fino alla fine dell’anno scolastico, progetto poi rientrato — e la tentazione di entrare «a gamba tesa» nell’attività della West Wing, l’ala degli uffici governativi della Casa Bianca. Non per interferire nelle scelte politiche del presidente, ma con l’idea di proteggerlo dal cinismo di un team che le sembrava disposto a ogni compromesso, anche sui principi, pur di vincere una battaglia tattica.
Fin dall’inizio il nemico numero uno di Michelle è il capo di gabinetto Rahm Emanuel. Potente, sfacciato, abituato a usare un linguaggio molto volgare. Un «ufficiale di collegamento» col Congresso incapace, agli occhi della First Lady, di evitare che quello della riforma sanitaria divenga una sorta di «mercato delle vacche» dal quale l’immagine del presidente esce a pezzi. Michelle non affronta mai direttamente Rahm, ma incalza il marito. Ed Emanuel, benché furente per queste pressioni di cui viene informato, si tiene alla larga: ha già imparato nella Casa Bianca di Bill Clinton, dove si era scontrato con Hillary, che da uno scontro con una First Lady si esce inevitabilmente ustionati.
Quando, nella primavera del 2010, le perplessità sulla riforma sanitaria espresse in privato da Emanuel finiscono sui giornali, il capo di gabinetto offre le dimissioni al presidente che le respinge. Pochi mesi dopo, comunque, Rahm si candida a sindaco di Chicago e, con l’appoggio di Barack, viene eletto. Insieme a lui esce di scena anche il portavoce Robert Gibbs, altro destinatario dei fulmini di Michelle per i suoi interventi anche nelle scelte della famiglia, come l’abbigliamento o le vacanze. Interferenza legittima perché Gibbs è responsabile dell’immagine presidenziale e anche una scelta personale sbagliata può produrre un danno nella comunicazione non riparabile: il «caso di scuola» è quello del taglio di capelli da 400 dollari che a Bob Edwards, candidato presidenziale nel 2008, è stato rinfacciato all’infinito. Ma Michelle vive questi interventi come interferenze insopportabili.
Il libro susciterà polemiche. La destra probabilmente attaccherà dipingendo Michelle come una «Lady Macbeth» che incombe su un presidente con poca personalità. La sinistra liberal vedrà in lei l’eroina che cerca di salvare l’anima del presidente. La moglie che lo invita a difendere le sue idee anche se può avere un alto costo politico: Susan Sher, ex capo dello staff di lady Obama, racconta all’autrice del libro che «Michelle pensa che perdere un’elezione non sia la cosa più grave che possa capitare: è più importante restare se stessi».
I portavoce della Casa Bianca sono già corsi ai ripari parlando del libro come della «drammatizzazione di notizie già note, mescolate a opinioni personali di una giornalista che ha avuto solo informazioni di seconda mano», visto che non ha parlato né con il presidente né con Michelle. Di rivelazioni clamorose, in effetti, nel libro non ce ne sono. Ma la Kantor, che segue la Casa Bianca da anni, ha intervistato 33 collaboratori del presidente, compreso il suo braccio destro David Axelrod e lo stesso Emanuel.
Polemiche a parte, la forza del libro risiede nel ritratto umano e politico di Michelle: l’isolamento del potere, l’impossibilità di tornare a casa a Chicago, di frequentare i vecchi amici, la «torre d’avorio» di Camp David, la tenuta impenetrabile alla curiosità dei giornalisti, ma nella quale la famiglia presidenziale perde il contatto col mondo. E poi la First Lady che, dopo aver accettato malvolentieri di scendere in campo per aiutare i candidati democratici nelle elezioni di mid term del 2010, ora è pronta a gettarsi nella campagna presidenziale, decisa a spalleggiare Barack in una battaglia che sarà durissima.
Massimo Gaggi

***

LA REPUBBLICA
JODI KANTOR
MICHELLE Obama, in privato, era furente non solo con il team del presidente, ma anche con suo marito. Nei giorni successivi alla perdita da parte dei democratici del seggio al Senato di Edward Kennedy, nel gennaio del 2010, la first lady non riusciva a spiegarsi come la Casa Bianca avesse potuto farsi sfuggire quel seggio cruciale per far passare la riforma sanitaria del presidente.
Per lei questa perdita dimostrava quel che diceva da tempo: i consiglieri di Barack Obama avevano una visione troppo ristretta e non abbastanza strategica. Obama confidò: «Ha l´impressione che il timone non sia orientato nella direzione giusta». Rahm Emanuel, allora capo di gabinetto della Casa Bianca, ha negato di essersi offeso per l´atteggiamento della signora Obama, ma altri consulenti hanno descritto una situazione sgradevole: un presidente il cui programma rischiava di arenarsi, una first lady che disapprovava l´orientamento preso dalla Casa Bianca e un capo di Gabinetto irritato dalla sua influenza.
La Michelle Obama del gennaio 2012 è una donna esperta, capace di motivare e di affascinare, una campionessa delle cause sicure come l´aiuto alle famiglie dei militari e la lotta all´obesità infantile, una protagonista della politica sempre più attenta, ansiosa di mettere a disposizione la sua popolarità nella campagna per la rielezione del marito. Le interviste con più di 30 collaboratori passati e attuali, nonché con alcuni tra gli amici più intimi della coppia presidenziale, realizzate per il libro, The Obamas, mostrano però che la sua storia è stata quella prima di una lotta, poi di una svolta e di molte soddisfazioni. La signora Obama è una moglie sempre disposta a sostenere il marito ma spesso ansiosa, che diffida del pensiero politico convenzionale, una figura innovativa che ha sentito in modo acuto le pressioni e le potenzialità dell´essere la prima afroamericana a raggiungere la sua posizione e una first lady che si è impegnata per rendere il proprio ruolo più significativo.
Pur sorprendendo gli americani per il suo calore, il suo fascino e la sua ospitalità fin dagli inizi del mandato, la signora Obama si sentiva molto frustrata. Avvocato, laureata a Harvard, aveva rinunciato alla sua carriera per una posizione che all´inizio le sembrava inutile e aveva tentato di limitare le sue uscite in pubblico; alla Casa Bianca, la difficoltà di coinvolgere la signora Obama in un evento era proverbiale.
Anche l´isolamento della Casa Bianca fu per lei uno shock; all´improvviso si trovava tagliata fuori dalla sua vita e dalle sue abitudini, ed esitava perfino a portare le figlie a scuola per paura di creare un problema. Michelle Obama si trovò spesso al centro di dibattiti interni su come gli Obama dovessero vivere e apparire, viaggiare e ricevere gli ospiti. Come prima first lady afroamericana, voleva che tutto fosse impeccabile; aveva la sensazione che «tutti aspettassero che una donna di colore facesse un errore».
Ma i consiglieri del marito, in particolare l´ex portavoce Robert Gibbs, erano preoccupati che la Casa Bianca potesse apparire insensibile alla rabbia dell´opinione pubblica per la disoccupazione, gli aiuti e le liquidazioni ai banchieri. Il risultato fu un costante e angosciante tira e molla fra la East Wing e la West Wing (nell´ala Ovest della Casa Bianca si trova lo studio del presidente, nell´ala Est l´abitazione, ndt) sulle vacanze, l´arredamento, i ricevimenti e perfino su questioni trascurabili come annunciare o meno l´assunzione di un nuovo fioraio.
La first lady, per quanto inesperta, identificava però presto i problemi. Fin dall´inizio, si preoccupò che la Casa Bianca presentasse all´opinione pubblica un resoconto chiaro e convincente delle attività del presidente. Voleva contribuire a promuovere la riforma sanitaria nella primavera del 2009. «Trovate il modo di usarmi in modo efficace», disse ai suoi collaboratori. Ma la maggior parte dei consulenti della West Wing non tenne conto della sua disponibilità.
La tensione nei rapporti tra l´ala Est e l´ala Ovest rimase un problema velato finché, nel settembre del 2010, la situazione esplose. La mattina del 16 settembre, Gibbs stava leggendo le notizie quando un articolo lo fece trasalire: secondo un libro pubblicato in Francia, Michelle Obama aveva detto a Carla Bruni-Sarkozy, che vivere alla Casa Bianca era «un inferno». Gibbs cercò per ore di replicare all´articolo, convincendo l´Eliseo a pubblicare una smentita. A mezzogiorno, il potenziale disastro era scongiurato. Ma alla riunione delle 7:30 convocata il giorno dopo da Emanuel, Jarrett disse che la first lady era preoccupata per la risposta della Casa Bianca al libro. Gibbs mandò a quel paese la first lady, mentre i colleghi abbassavano gli occhi scandalizzati, e se ne andò.
Ormai, la traiettoria di Michelle Obama alla Casa Bianca stava cambiando. Stava poco a poco ridefinendo quel ruolo che le era sembrato inutile, lo stava facendo suo. A volte il suo lavoro le sembrava una risposta in miniatura a ciò che andava male con la presidenza. Se la riforma sanitaria di suo marito era impopolare, lei si lanciava in una campagna sull´alimentazione e sull´attività fisica, che in fondo aveva lo stesso obiettivo: migliorare le condizioni di salute, abbassando i costi. Se suo marito non comunicava con il pubblico, lei lo conquistava con discorsi vibranti.
La sua popolarità, con il calo di consenso di suo marito, le dava più leva di quanta non ne avesse all´inizio del mandato. Un incontro nello Studio ovale alcune settimane prima delle elezioni di mediotermine del 2010, confermò il cambiamento della sua posizione. I membri dello staff del presidente presentarono uno per uno agli Obama argomenti e statistiche su come la first lady avrebbe potuto contribuire a raccogliere voti.
Ora che suo marito si trova ad affrontare una dura battaglia per la sua rielezione, la sua insicurezza è svanita: è pronta a impegnarsi in modo totale, ha detto ai suoi collaboratori. Se Michelle Obama ha avuto a volte un ruolo critico dall´interno, è anche la più determinata sostenitrice di suo marito. Pur continuando a evitare di entrare nei dettagli politici o in discussioni strategiche, ha oggi il ruolo che cercava nell´amplificare il messaggio del presidente. "La vedo più rilassata di quanto non l´abbia mai vista da quando lui si è candidato alla presidenza, e questa è un´ottima cosa", ha detto David Axelrod.
(Il testo è un adattamento del libro "The Obamas"
©New York Times
La Repubblica
Traduzione Luis E. Moriones)

***

PAOLO MASTROLILLI LA STAMPA
La First Lady ha dei dubbi sulla risposta della Casa Bianca a questo libro francese», dice la consigliera e confidente di Michelle Obama, Valerie Jarrett. Tutti gli occhi si girano verso il portavoce, Robert Gibbs, che sta sbuffando. Il capo dello staff, Rahm Emanuel, lo avverte: «Non farlo Robert, stai buono». Ma Gibbs non riesce a trattenersi, è più forte di lui: «Al diavolo! Non è giusto. Io mi sono ammazzato su questa cosa. Da dove vengono le lamentele?», chiede con tono agitato. Jarrett abbassa gli occhi, mantiene la calma, ma non risponde. Gibbs si arrabbia ancora di più: «Tu non sai che cavolo stai dicendo!». Jarrett ribatte che la First Lady sarebbe disturbata dal linguaggio del portavoce. Gibbs esplode: «E allora vada a quel paese pure lei!». Si alza ed esce dalla stanza.

Non è la sceneggiatura di un film, ma uno scontro avvenuto nel settembre 2010 alla Casa Bianca, ritoccato solo nella parte degli insulti che abbiamo tradotto in maniera pubblicabile. Lo descrive Jodi Kantor, giornalista del New York Times, nel suo libro in uscita martedì che si intitola «The Obamas». E’ un racconto dietro le quinte del rapporto fra Barack e Michelle, da cui emerge il ritratto di una First Lady pugnace, decisa a difendere gli ideali del marito, molto più vicina ad una Hillary Clinton che ad una tranquilla casalinga.

L’episodio riportato sopra, ad esempio, riguarda uno scontro avvenuto sulla risposta data da Gibbs ad un libro francese, in cui Carla Bruni Sarkozy aveva riferito che Michelle le aveva confessato che vivere alla Casa Bianca «è l’inferno». Gibbs aveva ottenuto una smentita dallo stesso Eliseo, ma Jarrett aveva sollevato obiezioni, che forse non erano state davvero espresse dalla First Lady. La questione di fondo però non stava tanto nel clima, o nei limiti imposti alla libertà degli Obama dai doveri presidenziali. Il problema era che Michelle considerava suo marito come un leader destinato a cambiare l’America, e contestava i suoi consiglieri che invece lo spingevano verso una politica più pragmatica e prudente.

Dal principio la First Lady aveva dubbi sul suo ruolo, al punto che aveva considerato di non trasferirsi subito alla Casa Bianca, e restare con le figlie a Chicago fino alla fine dell’anno scolastico. Poi aveva rinunciato all’idea, perché preferiva che la famiglia restasse unita. La vita sotto gli obiettivi dei fotografi le pesava e voleva che tutto fosse perfetto, perché sentiva il peso di essere la prima First Lady nera e temeva che molti fossero solo in attesa di ridicolizzare il minimo errore. Quindi tutto provocava ansia, da come decorare la casa alla vacanza in Spagna, che si prestava a critiche durante la crisi economica.

La cosa che le pesava di più, però, era il tentativo di alcuni consiglieri di derubricare la presidenza Obama, da passaggio epocale di trasformazione a «politica usuale». Ce l’aveva soprattutto col capo dello staff, Rahm Emanuel, troppo politicante per i suoi gusti. Ad esempio nel gennaio del 2010, quando i democratici avevano perso il seggio senatoriale rimasto vacante per la morte di Ted Kennedy, Michelle si era lamentata con Barack perché quella sconfitta rischiava di bloccare in Congresso la riforma sanitaria, e lo aveva sollecitato a rivoluzionare il suo staff. Il presidente aveva riferito le critiche della moglie ai consiglieri, perché gli piace che lei a volte faccia il «poliziotto cattivo» di casa, e proprio in quel periodo Emanuel, che aveva espresso dubbi sulla riforma trapelati sui giornali, aveva offerto ad Obama le sue dimissioni.

Nel 2010 i conflitti tra l’ufficio della First Lady e quello del presidente, anche su semplici questioni di orari sovrapposti, erano aumentati così tanto da richiedere un vertice alla Casa Bianca per risolverli. Michelle si era anche rifiutata di fare campagna elettorale durante il voto di Midterm, accettando alla fine di partecipare solo a otto eventi. Rimproverava al marito di non pianificare, non tenerla informata, concentrarsi solo sulle proprie necessità e non valutare bene i rischi dei progetti intrapresi. La coppia intanto si era quasi ritirata dalla vita sociale, chiudendosi in un circolo molto ristretto di amici fidati. I viaggi nella vecchia casa di Chicago erano stati praticamentesospesi, per i problemi creati dalla sicurezza. Il presidente ogni tanto si lasciava andare a momenti che il suo staff chiamava «Barackward», fusione delle parole Barack e awkward, cioè strane situazioni in cui sembrava sconnesso dalla sua abituale capacità di comunicare.

La Casa Bianca non ha smentito il libro, ma ha detto che contiene «vecchie notizie esagerate». La stessa Kantor conclude dicendo che molti di questi problemi sono stati superati, un po’ perché Michelle si è abituata al ruolo, e un po’ perché personaggi come Emanuel e Gibbs hanno lasciato la Casa Bianca. Ora l’obiettivo è solo la rielezione, e la First Lady non si tirerà indietro.