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 2012  gennaio 06 Venerdì calendario

La febbre elettorale trascinerà le economie asiatiche nel 2012 - Per molti Paesi asiatici potrebbe essere un anno di cambiamenti al vertice - dalla piccola isola di Kiribati fino alla gigantesca Cina

La febbre elettorale trascinerà le economie asiatiche nel 2012 - Per molti Paesi asiatici potrebbe essere un anno di cambiamenti al vertice - dalla piccola isola di Kiribati fino alla gigantesca Cina. Aggiungendo la Russia, i Paesi del Golfo e gli Stati del Pacifico, gli avvicendamenti al potere dell’Asia potrebbero riguardare un terzo della popolazione mondiale, e all’incirca la stessa percentuale del pil. Così come negli Stati Uniti, la disparità di reddito e la crescita rappresentano le questioni politiche dominanti. Nel 2012, perciò, è probabile che la politica economica si ispiri a una sorta di populismo pro-crescita. Le prime elezioni saranno quelle dell’isola di Kiribati, i cui 40.000 elettori saranno chiamati alle urne il 13 gennaio. Il giorno dopo sarà la volta di Taiwan. I russi avranno la possibilità di rieleggere Vladimir Putin presidente a febbraio, mentre il premier giapponese Yoshihiko Noda potrebbe indire nuove elezioni da un giorno all’altro. In diversi Stati indiani si terranno elezioni legislative. Persino la Cina è in preda alla frenesia elettorale. Il vice premier Li Keqiang e il vice presidente Xi Jingping hanno lanciato iniziative di pubbliche relazioni a sorpresa prima della loro ascesa formale ai vertici del «politburo» nazionale, prevista per novembre. Lo scenario economico non favorisce lo status quo politico. Nomura calcola che il pil dell’area Asia-Pacifico crescerà del 5,8% nel 2012, contro il 6% registrato nel 2011. Sembra un dato positivo, ma le economie in via di sviluppo come l’India e l’Indonesia hanno bisogno di una crescita superiore al 6% per evitare il diffondersi della disoccupazione. I Paesi esportatori più ricchi, come il Kuwait e la Corea del Sud, hanno maggiori possibilità: possono manovrare l’apprezzamento delle proprie valute, stimolare il potere d’acquisto dei cittadini e incanalare i fondi pubblici nella creazione di posti di lavoro non correlati alle esportazioni. La linea più opportunistica, in ogni caso, è quella di tagliare i tassi e sovvenzionare le esportazioni. È una scelta che va contro i principi dell’uguaglianza e della crescita a lungo termine, ma quando si gareggia per il gradino più alto del podio è difficile resistere a misure procrescita così a portata di mano.