GUIDO RUOTOLO, La Stampa 6/1/2012, 6 gennaio 2012
Un’immensa favela dove si spara come nel Far West - Non c’è più tempo per interrogarsi, per indignarsi sulle ragioni di questa violenza così assurda
Un’immensa favela dove si spara come nel Far West - Non c’è più tempo per interrogarsi, per indignarsi sulle ragioni di questa violenza così assurda. Un’offesa per Roma città eterna, che sembra diventata una immensa favelas dove la violenza la fa da padrone. Non solo nelle sue periferie, ma anche nel centro, nel cuore della capitale. A Prati, due morti e sette gambizzazioni nel 2011. Che impressione soffermarsi su quei dati nudi e crudi della città: 32 omicidi, 37 gambizzazioni, 140 furti di armi. In un anno, Roma sembra sfigurata e addirittura fuori controllo. E’ vero, i numeri in sé sono ben poca cosa rispetto alla città, ai suoi quasi quattro milioni di abitanti. E però colpiscono lo stesso. La fotografia che ci consegna uno dei vertici delle forze di polizia che ha partecipato all’incontro di ieri al Viminale è allarmante: «Siamo a una soglia sproporzionata di violenza diffusa». Sparano balordi per una rapina che finisce in omicidio; si sparano tra di loro per una partita di droga da spacciare in territori occupati da altri; sparano per risolvere regolamenti di conti, per futili motivi personali. Sotto traccia, quello che è accaduto nel 2011 potrebbe in parte anche confermare l’esistenza di un conflitto criminale dovuto a presenze organizzate che sgomitano. Gli omicidi per lo spaccio, in alcuni casi con identiche modalità di intervento - la moto e i due killer con caschi integrali per non farsi riconoscere e stesso calibro utilizzato - potrebbero volere confermare la sensazione che siano maturati all’interno di una logica di guerra di mafia. E gli investigatori della capitale fanno capire che su 32 omicidi registrati l’anno scorso, almeno cinque potrebbero essere omicidi di criminalità organizzata. Una piccola percentuale comunque, anche perché nella capitale la grande mafia c’è, ed è impegnata nel reinvestimento dei propri capitali, come dimostra la vicenda del Cafè de Paris, lo storico locale della «dolce vita» di via Veneto, sequestrato agli Alvaro di Sinipoli, una potente famiglia di ‘ndrangheta. E, dunque, la mafia ha bisogno di tranquillità, di non dare nell’occhio, di potersi muovere senza controlli. Eppure spiegare Roma con i numeri soltanto è complicato. Perché i numeri e le percentuali danno atto che l’attività di prevenzione e di repressione delle forze di polizia non è da buttare. Risultati positivi, con le percentuali degli arresti per rapina, per furto, per traffico di stupefacenti, per usura, per estorsione che crescono del dieci, venti, trenta per cento in più rispetto all’anno precedente. Meno esaltanti, invece, sono le percentuali delle denunce, con picchi dell’80% in meno di denunce per usura o del 20% per ricettazione. Si sono registrati più omicidi rispetto all’anno precedente ma meno dei 50 di media dell’ultimo decennio. E allora Roma violenta colpisce intanto perché i suoi territori non hanno confini. I balordi o i violenti dilagano dalla periferia al centro. E non risparmiano i bambini. Come purtroppo dimostra Joy, nove mesi, uccisa l’altra sera con il padre, ma in un altro caso di rapina è rimasta ferita anche una bambina di dieci anni. Le armi che uccidono, poi, non sembrano provenire dai grandi traffici di armi gestiti dalle mafie transnazionali (dei Balcani, per esempio). Piuttosto, essendo pistole o revolver, sembrano essere quelle provenienti dai furti nelle abitazioni. Gli investigatori concordano tutti nel sottolineare la presenza diffusa di armi sul territorio. Roma città violenta colpisce soprattutto perché la nazionalità di questi criminali è tutta italiana, anzi romana. Il sindaco Gianni Alemanno conquistò il Campidoglio all’indomani dello stupro, della violenza e dell’omicidio di una donna da parte di un rumeno. Rumeni e albanesi erano sul banco degli imputati, in quella stagione. Con la Romania si aprì un braccio di ferro per far rimpatriare i rom, popolo diventato parafulmine delle paure e delle deviazioni razziste. Oggi è come se Roma si sia liberata di quel livore ideologico scoprendoche il nemico è al suo interno. E forse è il caso di rivedere politiche sociali e culturali, di formazione e di prevenzione. Sostenere che il problema sia il controllo del territorio è vero solo in parte. L’altra sera, poco prima della tragedia di Torpignattara, una gazzella dei carabinieri ha sventato una rapina in un negozio di detersivi e cosmetici a Tor Sapienza, arrestando i due rapinatori.