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 2012  gennaio 06 Venerdì calendario

QUEL SOSPETTO SULLA VALLI: «È UNA SPIA FASCISTA»


Alla fine di ogni guerra il redde rationem è sempre dietro l’angolo, tanto più se il conflitto assume i contorni della guerra civile, come accade in Italia dopo la Seconda guerra mondiale. Nel disordine totale che segue la fine delle ostilità ogni occasione è buona per regolare faide e contenziosi privati e dare avvio all’epurazione. In un ambiente gravido di invidie e recriminazioni come quello dello spettacolo non è difficile far circolare voci per gettare un’ombra sinistra su chi ha alle spalle una brillante carriera.
Ne ha fatto le spese anche Alida Valli, una delle più grandi attrici italiane del secolo scorso, che dopo essersi fatta notare in «Piccolo mondo antico» di Mario Soldati guadagna la notorietà all’epoca dei film dei “telefoni bianchi”, la commedia all’italiana degli anni Trenta che dettava la moda alle giovani ragazze del tempo. Grazie a pellicole quali «Assenza ingiustificata» del ’39, «Ore 9 lezione di chimica» del ’41 e soprattutto «Noi vivi» del ’42, la Valli diventa una delle attrici più ammirate dagli italiani, tanto da suscitare gelosie che faranno circolare varie voci, poi smentite, sul suo conto.

Le voci diffamatorie

Il Piccolo di Trieste di ieri riporta quattro documenti riguardanti Alida Valli e le voci diffamatorie rinvenuti da Mario J. Cereghino negli Archivi nazionali statunitensi di College Park, nel Maryland, la cui copia cartacea può essere rintracciata presso l’Archivio Casarrubea di Partinico (www.casarrubea.wordpress. com).
Stando a questi documenti l’attrice italiana di Pola (scomparsa cinque anni fa), il cui vero nome era Alida Maria Laura Altenburger von Markenstein und Frauenberg, sarebbe stata una delatrice al soldo della polizia politica fascista e amante di Bruno Mussolini, figlio del Duce, la cui morte avvenuta in un incidente aereo nel 1941, scrive Alessandro Mezzena Lona sul quotidiano giuliano, l’avrebbe portata all’alcol e alle droghe per sopravvivere alla disperazione. Le voci al riguardo erano così insistenti che il 19 febbraio del 1946 gli agenti del servizio segreto americano consigliano che all’attrice venga «negato il visto di entrata negli Usa», come riporta il documento dell’intelligence americana.
Stando a «documenti della Questura di Roma e del commissariato di Pubblica sicurezza del quartiere Flaminio» – riportano i rapporti recuperati da Cereghino – fonti «molteplici, le quali sono da considerare attendibili e, in apparenza, non motivate da pregiudizi e da rancori» presentano Alida Valli in qualità di un «soggetto che aveva effettivamente convinzioni nazifasciste», e che si era resa disponibile alla delazione non tanto per soldi quanto «per la promozione della sua carriera cinematografica».
«Secondo un organigramma compilato dalla “Squadra speciale di polizia” del ministero dell’Interno della Rsi, in possesso di questo ufficio», recita la relazione, «una certa Alida Valli era una confidente di Giuseppe Bernasconi, il capo della squadra. Questo gruppo si dedicava allo spionaggio, al controspionaggio ai danni degli antifascisti e dei comunisti e operava anche contro gli Ebrei». Sempre secondo le carte depositate alla National Archives and Records Administration, «si dice che (Alida Valli, ndr) ricevesse 15.000 lire al mese come compenso per i servizi resi (l’interrogatorio di Bisogno Ernesto, condotto dal Combines Service Detailed Interrogation Centre – Csdic – indica che il soggetto era in contatto con Bernasconi). Si dice inoltre che il Soggetto riscuotesse grosse somme di denaro dai tedeschi».
Se i report d’intelligence denunciano un coinvolgimento dell’attrice nelle attività di polizia degli anni del fascismo al punto da impedire il rilascio del visto di ingresso in territorio americano, un altro documento, desecretato di recente e portato alla luce sempre da Cereghino, ammette che le fonti informative ascoltate dalle zelanti barbe finte non sempre brillavano per specchiata attendibilità. «Si è riscontrato, ad un certo punto, una qualche confusione in merito al caso. Il Soggetto, infatti, era stato erroneamente identificato con un’altra donna che le somigliava molto, a Bergamo, e che doveva essere paracadutata nell’Italia liberata (nel 1944-’45). Al contrario, all’epoca, il Soggetto si trovava a Roma in stato interessante. L’errore era stato accertato (nel periodo in cui il Cic aveva raccomandato di negare al Soggetto il visto di entrata negli Usa, l’informazione inesatta era già stata scartata)».
Impedirle di sbarcare sul suolo americano non era cosa di poco conto. All’epoca la carriera di Alida Valli era sul punto di svoltare consentendole di fare il balzo dall’industria cinematografica italiana all’empireo hollywoodiano. Cinecittà l’aveva lanciata, ma la West Coast l’avrebbe trasformata in una seconda Ingrid Bergman. Almeno tali erano le ambizioni di David O. Selznick, il potentissimo produttore di «Via col vento», «Addio alle armi» e «Notorius». E proprio sotto l’obiettivo della macchina da ripresa di Alfred Hitchcock avrebbe dovuto finire l’attrice italiana per recitare ne «Il caso Parradine» a fianco di Gregory Peck e poi ne «Il terzo uomo» insieme a Orson Wells. E se è vero che gli affari sono affari, soprattutto a Hollywood, questo non impedisce che talvolta servano anche a ricondurre i gossip nell’alveo della verità e a smascherare le menzogne. Così accade per il caso di Alida.

Castello smontato

Probabilmente anche su pressioni del magnate cinematografico americano a mobilitarsi è il rappresentante diplomatico di Washington a Roma, J. F. Huddlestone, che incarica il capitano Philip J. Corso di avviare una contro-inchiesta per appurare l’attendibilità delle dichiarazioni contenute nei documenti adottati per la negazione del visto. A seguire le indagini sarebbe stato l’agente speciale George Zappalà con il contributo degli sforzi «scrupolosi e tenaci messi in capo dall’avvocato del Soggetto - il signor B. Meredith Lanhstaff, legale rappresentante degli interessi del produttore Selznick». Zappalà fin da subito si avvede che «tutte le fonti informative utilizzate in precedenza» andavano «nuovamente verificate, in maniera accurata». Assumendosi l’onere di controllarle di persona, riesce a smontare il castello accusatorio e ad affermare che l’attrice mai si era iscritta al Partito fascista repubblicano e «l’unica tessera ottenuta dalla Valli – sostiene nel rapporto – era quella della Federazione dello Spettacolo». Stessa sorte spetta alle ipotesi che la volevano sul libro paga della squadra di Bernasconi, così come la storia della sua liaison con Bruno Mussolini, da addebitare esclusivamente a «una delle tante voci che circolavano sul Soggetto».
Grazie alle pressioni di Hollywood si appura, «dopo un’attenta valutazione dei fatti esposti, che il Soggetto non è da considerare una minaccia alla sicurezza». Sicché nessun ostacolo può ormai impedirle, alla fine del 1946, di ottenere il visto di ingresso negli Stati Uniti per «onorare il contratto stipulato con il produttore cinematografico David O. Selznick» e continuare la sua carriera che la porterà infine a preferire comunque l’Italia agli Stati Uniti.

Simone Paliaga