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 2012  gennaio 06 Venerdì calendario

NEL SALOTTINO TV DELLA GRUBER PIENO DI IDEUZZE POLVEROSE


È a Otto e mezzo, su La7, nel salotto gozzaniano di Lilli Gruber, tutto risatine singhiozzanti e ideuzze polverose, che costoro celebrano i loro riti convulsi, come certe tribù selvagge nel Ramo d’oro di James Frazer, padre dell’antropologia. Un rito in particolare: il birignao. Seduti intorno a un tavolone di vetracciaio, in uno studio per metà Mobilificio Ikea e per metà Pianeta Papalla, Lilli Gruber e i suoi ospiti chic, da Beppe Severgnini a Carlo Freccero, biascicano formule magiche (ah, l’Europa, l’Europa) e dettano leggi d’emergenza (gl’italiani non sono pronti per la democrazia, vanno tutelati) e lanciano anatemi (colui di cui non facciamo il nome non tornerà mai più). Grandi sacerdoti del birignao, la loro cultura sono le terze pagine e i film (nemmeno i libri) di Harry Potter.
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Ormai sono grandi, anzi vecchi, il 1968 è più remoto del giurassico, è così qualcuno gli dovrebbe dire che il birignao, l’arte cioè di fare il trenino con le parole e di mettere il tanga o le mutandine di pizzo alle opinioni, è un parente stretto del bunga bunga. O almeno del tuca tuca.
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«È possibile che io abbia letto troppo Dostoevskij. (_) Era effettivamente un figlio del secolo della miscredenza e ha portato alla rovina molte anime russe. Ha caricato sulle spalle dei lettori il suo classico abbandono di Dio, il suo vuoto, la sua impotente via crucis alla ricerca del senso. Ha trascinato la croce, ma non fino in fondo, è stramazzato lungo la via. Ha emesso pesanti flatulenze e con ciò ha guastato il sistema energetico russo. Rozanov deplorava Gogol’ che aveva scortato i russi in un oscuro bosco d’anime morte e li aveva abbandonati senza un barlume di speranza. Ma Gogol’ si reggeva a galla sulla sua lingua geniale come un nuotatore sul Mar Morto. Dostoevskij ha trascinato tutti a fondo. Pochi sono riemersi» (Viktor Erofeev, Il buon Stalin, Einaudi 2008).
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Incontra i sindacati e intanto «riapre il dossier articolo 18». Bin Loden dichiara che non si farà «bloccare dai veti». A meno che, prima d’incontrare i sindacati, non abbia già stabilito cosa concedergli (per esempio il mantenimento dell’art. 18 nei secoli dei secoli amen dopo aver finto di volerlo abrogare) in cambio di qualcos’altro (diciamo un mezzo armistizio, magari mascherato da guerra totale) sulla questione della riforma pensionistica.
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Bin Loden annuncia un «dialogo senza trattative». Molto meglio, per non compromettere nessuno, una trattativa senza dialogo.
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Devo correggermi, pardon. Non era bin Loden a voler tassare il soggiorno in Italia degl’immigrati. A seminare l’amaro frutto, ora giunto a maturazione, era stato il governo del Cavaliere e dei capiclan leghisti. Bin Loden, anzi, dichiara che intende non diciamo cancellare, questo no, ma almeno «rimodulare in base al reddito» l’iniqua gabella. Che gli era stata ingiustamente attribuita solo perché somiglia come una goccia d’acqua alle altre gabelle bocconiane.
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«Tra noi e i comunisti non ci sono affinità politiche ma ci sono affinità intellettuali. (_) Noi, come voi, riteniamo che sia necessario uno stato accentratore e unitario, che imponga a tutti i singoli una ferrea disciplina; con questa differenza: che voi giungete a questa conclusione attraverso il concetto di classe, e noi ci giungiamo attraverso il concetto di nazione» (Benito Mussolini, Opera omnia, vol. XVII, La Fenice 1955).
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Guarita da poco (e mai del tutto) dal culto della personalità, un giorno Baffone, un altro giorno Fidel Castro, l’intellighenzia de sinistra si è convertita in massa al culto di bin Loden e dei «mercati», senza negare un po’ di culto neanche a due icone della destra come Nicolas Sarkozy e Angela Merkel.
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Come i Bambini perduti di Peter Pan, gl’intellettuali di sinistra, vecchiotti, un po’ ingialliti ai bordi, ignorantelli, pecoroni, seguono il capo, o meglio «il generale ovunque voglia andar». Ma dov’è che vanno, di preciso? Be’, «a far la guerra agli indiani, agli indiani, a battere gli indiani perché ce l’ordinò». Bin Loden avanza e loro dietro, agitando labari e bandiere rosse.
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Pare che la P3, guidata da due capoccia del Popolo delle libertà, i soliti Denis Verdini e Marcello Dell’Utri, volesse «condizionare lo stato». Di qui l’indagine e il rinvio a giudizio. Adesso toccherà, immaginiamo, anche a tutti i capigruppo dei partiti rappresentati in parlamento. Non c’è partito politico, infatti, che non intenda condizionare lo stato e che addirittura non lo dichiari in pubblico, sui giornali, nei talk show, chiamando i cittadini al voto per «cambiare il paese», per alzare o abbassare le tasse, per riformare la giustizia, per conservarla così com’è fino alla fine dei tempi eccetera. In galera, in galera!
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In galera, per «concertazione», cioè sempre con l’accusa di voler condizionare lo stato, anche i sindacati. E in galera pure i rompiballe da bar, quelli che «se ci fossi io al governo, la disciplina ai fannulloni gliela insegnerei a bastonate, mica a chiacchiere». Ma in galera soprattutto gli elettori, che col loro voto, eversori fatti e finiti che non sono altro, che cosa volete che si propongano, brutte bestie, se non di condizionare lo stato.
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«C’è una cosa che devo dire in difesa dell’umanità: in qualunque epoca della storia, dal Paradiso Terrestre in avanti, gli uomini si sono semplicemente ritrovati sulla terra di punto in bianco. E, tranne che nel Paradiso Terrestre, esisteva già tutta una serie di giochetti che potevano far dare di matto a una persona anche se non era matta di suo. Fra i giochetti di questo tipo al giorno d’oggi ci sono l’odio e l’amore, il progressismo e il conservatorismo, le automobili e le carte di credito, il golf e la pallacanestro femminile» (Kurt Vonnegut, Un uomo senza patria, Minimum Fax 2006).-