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 2012  gennaio 06 Venerdì calendario

LE CARTE DEL PROFESSORE E LE AMNESIE TEDESCHE

Anche la scelta di uno scalo a volte può diventare un programma politico. Che Mario Monti abbia scelto
di arrivare a Parigi oggi da Bruxelles e non dalla propria capitale, suona in qualche modo come una dichiarazione.
Il tour del premier parte oggi dall’Eliseo, passa da Berlino tra sei giorni e si conclude a Downing Street fra dodici. Ma è preceduto da un gesto europeo chiaro e forte di fronte a tre leader assediati dalla propria stessa ambiguità.
Quella di David Cameron sul ruolo dei britannici in Europa tutto sommato è molto più vecchia dello stesso premier di Londra. Anche certe contraddizioni nelle scelte di Nicolas Sarkozy non devono sorprendere: non a quattro mesi da elezioni così difficili per il presidente francese. È piuttosto l’equivoco attorno a Angela Merkel e al modo in cui la Germania vede se stessa in Europa oggi, il fattore nuovo su cui in fondo Monti sta cercando di fare chiarezza.
Non sarà facile perché i numeri in Europa, almeno loro, non mentono mai. Nel decennio dall’avvio dell’Unione monetaria nel 1999 fino al 2008 la Germania aveva quasi raddoppiato il suo export verso l’area euro. Poiché gli altri Paesi non potevano più svalutare, i loro mercati si sono rapidamente aperti per i tedeschi. Il valore delle vendite del made in Germany in Eurolandia è esploso da 235 a 420 miliardi di euro e la scommessa del cancelliere Helmut Kohl a quel punto sembrava clamorosamente vinta: la Germania unificata aveva investito tutto sull’Europa e quel capitale di lungimiranza e fiducia le stava fruttando dividendi favolosi.
Poi è accaduto qualcosa che solo Martin Feldstein, già consigliere di Reagan, aveva visto arrivare in anticipo. Da quando nel 2009 la Grecia ha rivelato che il suo bilancio era falso, l’Europa è progressivamente scivolata in un crisi di credibilità, eppure la Germania ha continuato a sentirsi indenne, oltre che del tutto innocente. Fra il 2008 e il 2010 l’export tedesco verso il resto della zona euro è sì crollato dell’8%, ma i tedeschi si sono presto resi conto che continuavano a prosperare come prima. Il motivo è semplice: la domanda di beni tedeschi dalle nuove economie emergenti ha sostituito del tutto le mancate vendite di Bmw o di treni Siemens ai tradizionali partner europei. La crescita in Cina, India e Brasile quasi da sola ha rimpiazzato l’intero fatturato mancante di «Deutschland Ag» in Eurolandia: 25 miliardi in più in soli trentasei mesi. Nei prossimi anni questo spostamento del centro di gravità del Paese più grande del continente potrà solo accelerare.
È per questo probabilmente che una certa Germania ha iniziato a pensare di poter fare a meno dell’Europa. A questi ritmi, prima della fine del decennio la Repubblica federale sarà il solo Paese dell’euro ancora presente nella classifica delle prime sei o sette economie del pianeta. Senza l’euro non sarebbe mai stato possibile, perché un marco sopravvalutato avrebbe reso la concorrenza dal resto d’Europa più efficace e il made in Germany più debole. Eppure oggi fra i tedeschi la tentazione di giocare una scommessa solo nazionale nei mercati globali sembra, a momenti, irresistibile.
La radice dell’ambiguità di Angela Merkel nella gestione della lunga crisi dell’euro è qui e il metodo di Sarkozy non è bastato a dissiparla. Dall’inizio il presidente francese ha giocato la carta dell’intesa fra capitali, il timone nelle mani di due governi solo apparentemente alla pari. Ha finito per fare l’avvocato del «governo economico» dell’euro senza spiegare cosa fosse e il partigiano del rigore ma non per la Francia. Per l’Europa non ha ottenuto altro che un’agenda molto tedesca e decisamente incompleta: insufficiente, per ora, a ricostruire la credibilità della moneta. È per questo che adesso Monti ha una chance in più di giocare la sua partita per spingere Merkel a una scelta di campo più chiara. Alla Germania il premier garantisce l’impegno dell’Italia sul risanamento e l’impegno perché questo diventi il programma dell’intera area euro (senza inutili accanimenti sul ritmo di riduzione del debito). Ma alla Cancelliera il premier ha anche qualcosa da chiedere: più impegno a rafforzare il mercato europeo come sede naturale della competitività tedesca e della crescita di tutti, più rispetto delle istituzioni comunitarie per perseguire questi obiettivi. Solo così, secondo Monti, sarà possibile recuperare anche Londra nel club e riequilibrare un’Unione in preda a troppe forze centrifughe.
È la scommessa di avvio di 2012. L’obiettivo più distante degli Eurobond, il magnete che può rimettere in ordine il caos dell’euro, dipende anche dal suo esito.
Federico Fubini