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 2012  gennaio 05 Giovedì calendario

ESSERE CONTINUAMENTE CONNESSI NUOVA MALATTIA DEL NOSTRO TEMPO

Lavorare, lavorare per lavorare, lavorare di più per lavorare di più. La modernità, a risarcimento degli innumerevoli vantaggi che ha saputo regalarci, ha disseminato non poche sindromi, cioè malattie le cui caratteristiche sono poco chiare o del tutto sconosciute. L’ultima si chiama Inability to Switch Off (Itso) e consiste nell’incapacità di staccare la spina dal lavoro. Ne sa qualcosa Antonio Horta-Osorio, ceo della Lloyds Bank, rimasto a casa un paio di mesi per farsi curare dalla dipendenza da lavoro. Ne sappiamo qualcosa anche noi, ormai incapaci di staccarci dal computer, dallo smartphone, dall’iPad. Sempre lì a controllare, a digitare, a twittare, sempre connessi e quindi incapaci di staccare la spina. La cosa curiosa è che ci avviamo allegramente verso una forma di dipendenza patologica, godendo del consenso degli altri. Che ci ammirano per quanto siamo produttivi, per quanto siamo presenti e visibili, per quanti followers riusciamo a incantare. Siamo fermi a una mentalità da realismo socialista, quando lo stakanovismo veniva esaltato da Stalin, e crediamo invece di rappresentare le avanguardie della modernità.
La Itso è una particolare forma di una sindrome già ben conosciuta e studiata: si chiama Workaholism, espressione nata negli Stati Uniti nel 1971 a seguito di un libro di Wayne E. Oates, Confessions of workaholics: the facts about work addiction. Sta a indicare la malattia di chi non riesce mai a staccare dal lavoro e trova soddisfazione esclusivamente in quello. Il lavoro viene prima degli affetti familiari, il lavoro viene prima di ogni altra attività, compresa la sfera sessuale, il lavoro viene prima. Sempre e comunque. Per questo un workaholic è paragonato al drogato e all’alcolista: costretto a non lavorare, diventa irritabile, ansioso e manifesta vere e proprie crisi d’astinenza.
Ogni società tende a costruire una sua cultura del tempo, cioè dei modelli condivisi di comportamento riguardo, per esempio, alla percezione dell’ozio e del lavoro. Ogni società tende a costruire una certa organizzazione sociale e spaziale del tempo. La nostra, quella più tecnologica, ha abolito la differenza tra giorno e notte, tra casa e ufficio, tra giorno feriale e giorno festivo. I sociologi la chiamano «società incessante», una comunità sempre attiva, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Lavorare non stanca più, salvo poi finire dallo psicoanalista.
Aldo Grasso