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 2012  gennaio 06 Venerdì calendario

LA CITTÀ DELLE PISTOLE


ROMA - La pioggia della notte non cancella il sangue: macchie rapprese rosso porpora che l´asfalto fatica ad assorbire. Sono ancora lì, circondate da garze, cotone, cerotti e guanti di lattice. Strumenti disperati per tamponare due vite falciate da un proiettile assassino. Sul selciato tre quadrati, tracciati con gesso giallo, immortalano la scena che adesso stuoli di investigatori rivedono al rallentatore. Per capire un film che tutti conoscono e che l´intera città da 8 mesi segue con rabbia, sgomento, paura, rassegnazione. Roma non è più la città caciarona e truffaldina, dei coatti e delle puncicate a colpi di coltello. È una metropoli confusa e smarrita. Una città a mano armata. Dove si rubano tre pistole al giorno. Dove si spara per 22 volte, si azzoppa per dieci, si violenta per 30, si rapina per 110. E si uccide. Per 35 volte in 8 mesi.
Due balordi, probabilmente fatti di coca, bloccano una coppia di commercianti cinesi che rientrano a casa dopo una giornata di lavoro. Hanno i caschi integrali. Sono duri e decisi. Vanno a colpo sicuro. Sanno che Zhou e Lia Zheng, 31 e 26 anni, hanno l´incasso del loro negozio di Money transfer. Lo sanno tutti a Tor Pignattara, immenso quartiere popolare nella periferia sud della Capitale dove gli Zheng vivono da 6 anni. Hanno un taglierino in mano. Lo puntano sulla donna, vogliono la sua borsetta. La donna reagisce, stringe il braccio, urla qualche frase. Ma quei due sono dei duri. E tossici. Colpiscono con uno, due fendenti. Lia sanguina ma si aggrappa alla sua borsa. Il marito ha già le chiavi nella toppa del portone d´ingresso.
Si volta, la piccola Joy di 6 mesi in braccio. Affronta i due balordi, urla qualcosa. La canna della pistola spunta dal buio della sera. Nera, grossa, calibro 9X21: devastante. «Adesso t´ammazzamo come ‘n cane, bastardo».
La puntano sulla bambina, sparano. Sono agitati, forse parte il colpo in modo accidentale. Uno solo. Mortale. Zhou è raggiunto al petto. Crolla, all´istante. Con lui cade anche quel piccolo fagotto mezzo addormentato. Il proiettile le ha trapassato il cranio. Cadono entrambi come manichini. Lia urla, i due tossici strappano la borsetta: c´è solo un cellulare che neanche spengono. I 3000 euro che cercavano restano nel taschino interno del giaccone di Zhou. Hanno ucciso per niente. Hanno le ore contate.
Tor Pignattara si sveglia attonita. Questo è un quartiere tradizionale, popolare. Con i suoi ritmi, le sue regole, le sue abitudini. Una borgata viva, sensibile, dove si respira libertà e democrazia. Molti immigrati, grande integrazione razziale, pochi e isolati gesti d´intolleranza. Ma anche un´immensa area emarginata dove polizia e carabinieri, con i pochi mezzi e finanziamenti a disposizione, si fanno vedere raramente. La gente commenta a bassa voce, fa la spola tra il bar New Sedrick dei coniugi Liyan Zheng e il loro appartamento: trecento metri costellati di negozi, esercizi commerciali, internet point, botteghe. Chi ha sparato non ha scampo. Sarà lo stesso quartiere a denunciarli. Forse la stessa mala. Non si uccide un neonato. Non si spara in una rapina per strada.
Non ci sono grida, proteste, rivolte. L´atmosfera è dimessa, smarrita, frustrata. Non c´è bisogno di una condanna: è l´orrore di un duplice assassinio che non trova giustificazione. Colpisce la morte di una bambina di appena 6 mesi, di un padre che tutti conoscevano. Una famiglia stravolta da una violenza che si ripete. E si estende: 33 omicidi nel 2011; due nei primi quattro giorni di quest´anno. Erano stati 21 nel 2010, 38 nel 2009. Ma è la sequenza degli ultimi otto mesi a far riflettere. Lo stupro della ragazza a Ostia, le pallottole sparate alle gambe di un pregiudicato a San Lorenzo, un secondo gambizzato la vigilia di Natale a Tor Bella Monaca, la brutale esecuzione di una vecchia conoscenza a Tor Vergata, fino al pensionato freddato a via Lanciani, l´aggressione per strada a San Basilio, il ragazzo pestato a sangue e finito in coma al Rione Monti. E poi ancora aggressioni e spari al quartiere Prati, quindici revolverate al Tiburtino, il corpo crivellato di colpi trovato dentro la sua auto vicino al Teatro delle Vittorie, sempre in Prati. Grilletto facile, che allarma. Tutti girano armati e tutti sono pronti a sparare.
Una lunga scia di sangue accolta quasi con indifferenza. Il sindaco Alemanno in testa, preoccupato più di respingere le accuse di negligenza e superficialità che di capire cosa sta accadendo nella città che amministra.
Trentacinque omicidi, assieme a rapine in pieno giorno, come quella sotto Natale in piazza di Spagna. Solo 17 casi, sui 35, vengono legati a lotte per i nuovi equilibri della criminalità. Il resto è opera di balordi, di piccoli e grandi malviventi che si fanno largo nell´illegalità. Non c´è bisogno di sociologi e criminologi: l´arroganza e la disinvoltura con cui agiscono i nuovi pistoleri raccontano del fallimento di un´amministrazione. La destra ha conquistato Roma cavalcando la paura e la criminalità. Oggi l´ha persa sugli stessi temi. È stata cieca e sorda davanti a 55 conflitti a fuoco, davanti alla scoperta, solo due mesi fa, di un vero arsenale da guerra in un anonimo appartamento. Davanti ad una capitale che, in 12 mesi, si è trasformata in una polveriera.