Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 05 Giovedì calendario

PRAGMATICI CONTRO IDEOLOGICI: LA DESTRA USA SI E’ SPACCATA

Mitt Romney la spunta di un soffio sul sorprendente Rick Santorum, ma senza la «spallata» che gli sarebbe stata necessaria per convincere subito gli elettori repubblicani di essere l’uomo giusto per la scalata alla Casa Bianca. Per questo avrebbe avuto bisogno di una vittoria sonante tra gli arci conservatori dell’Iowa oltre a quella, scontata, che otterrà la prossima settimana in un New Hampshire molto più moderato. Riparte, invece, da questo Stato delle pianure centrali con un’immagine che ricorda sempre più l’impostazione «base» di un computer: sicura ma senza carattere.
Dal «caucus» dell’Iowa esce un fronte conservatore più che mai spaccato. Da un lato i pragmatici che puntano sulla «eleggibilità» dell’ex governatore del Massachusetts, unico tra i leader in campo capace di rassicurare centristi e indipendenti. Dall’altro una base conservatrice più ideologica che vuole mandare avanti un «crociato»: sia esso l’antiabortista omofobo Rick Santorum, campione dell’integralismo religioso o il libertario antimilitarista Ron Paul, campione dell’antistatalismo fino al punto di promettere, se eletto, di radere al suolo la Federal Reserve, ripristinare la convertibilità del dollaro in oro e spingere l’America verso l’isolazionismo, smantellando flotte e basi all’estero.
Adesso Romney può anche dirsi, a parole, soddisfatto del voto dell’altra notte: mormone, con un passato di finanziere, radicato nel sofisticato New England, vince, sia pure per soli 8 voti, in uno Stato agricolo ed evangelico che certamente non poteva innamorarsi di lui. Quella dell’Iowa è, in fondo, una consultazione anomala: «Non serve a scegliere il vincitore ma a eliminare i sicuri perdenti» spiega Chris Stirewalt, analista della Fox, la tv dei conservatori. E, in effetti, qui quattro anni fa vinse il governatore-pastore Mike Huckabee, mentre il candidato che poi ottenne la nomination repubblicana, John McCain, nemmeno si candidò in Iowa, considerandolo uno Stato troppo conservatore.
E, col ritiro degli sconfitti Michele Bachmann e Rick Perry (per ora ufficialmente in pausa di riflessione), il «caucus» ha svolto la sua azione di «scrematura». Proprio questo passaggio, però, può cambiare il percorso delle primarie concentrando su uno o due candidati il voto ideologico fin qui disperso tra cinque personaggi. Adesso, dopo il New Hampshire «cortile di casa» per Romney (siamo alle porte del «suo» Massachusetts, l’ultimo sondaggio Cnn di ieri lo dà in vantaggio di 30 punti percentuali sugli inseguitori) arrivano Stati del Sud conservatori ma meno ideologici dell’Iowa: il South Carolina la cui governatrice Nikki Haley è apertamente schierata con Romney e la Florida di Jeb Bush che non è certo un integralista. Ma la Haley è stata contestata per questa scelta e Jeb, potenziale candidato «di riserva» per la Casa Bianca, non ha fatto alcun endorsement (solo il padre, George senior, ha parlato di Romney come di una «persona in gamba»).
Certo, come nota il sondaggista Scott Rasmussen, che considera anche lui Romney una soluzione di ripiego, è difficile che questo vuoto di personalità venga riempito da candidati estremi come Santorum e Paul. Ora, con grande sollievo degli strateghi elettorali di Barack Obama, i repubblicani devono fronteggiare lo spettro di uno stallo tra i pragmatici e l’ala ideologica. Probabilmente l’establishment del partito stringerà i ranghi attorno a Romney (ieri ha avuto l’appoggio ufficiale di McCain), che, però, deve fronteggiare varie incognite, compresa quella del morso velenoso del «cobra» Newt Gingrich.
Nettamente sconfitto dopo essere stato in testa nei sondaggi, l’ex speaker della Camera non può risorgere, ma per ora rimane in corsa: non per vincere ma con l’obiettivo, ormai dichiarato, di danneggiare il più possibile un Romney che considera il mandante occulto della campagna di messaggi «negativi» che l’ha distrutto. Il primo assaggio già ieri: prima dell’apertura delle urne Newt ha dato a Romney del bugiardo. E dopo la chiusura ha elogiato con enfasi il «limpido» Santorum.
Tre considerazioni dopo questa prima tornata elettorale: 1) Santorum e Paul quasi certamente non saranno gli sfidanti di Obama, ma possono ancora «dissanguare» Romney fino al punto di far emergere, «in extremis», un altro candidato, anche se tutti i nomi che circolano (Christie, Huckabee, Daniels, Ryan, lo stesso Jeb Bush) hanno le loro controindicazioni. 2) I dibattiti televisivi, che sembravano l’arma decisiva di questa campagna, lo sono stati solo in negativo: hanno demolito Perry, vittima delle sue gaffe e delle amnesie davanti alle telecamere, mentre Santorum, che in tv è stato relegato al ruolo di comparsa, è emerso «consumando le suole delle scarpe» come i politici di vecchia scuola: è l’unico candidato che ha battuto tutte le 99 contee dell’Iowa tenendo ben 381 comizi. 3) Altro mito infranto è quello della forza finanziaria. Certo, un candidato squattrinato non può fare molta strada, ma in Iowa Santorum ha investito appena 73 centesimi di dollaro per ogni voto ottenuto, mentre a Romney ogni suffragio è costato ben 49 dollari. Il record è di Perry: per ogni scheda col suo nome (12 mila) ha speso addirittura 364 dollari. Ieri se n’è tornato in Texas a «riordinare le idee».
Massimo Gaggi