Filippo Facci, Libero 5/1/2012, 5 gennaio 2012
PER I PECCATI DI DON VERZÈ L’ALIBI SI CHIAMA ROSY BINDI
Una sinistra cattolica e dossettiana, lapiriana, giustizialista e pauperista, legalitaria e autoritaria, con buoni agganci in Vaticano: coloro, cioè, che un tempo avrebbero definito cattocomunisti. Ecco, l’avversione storica verso don Luigi Verzé parte da questo nocciolo e approda a personaggi – tu pensa – come Rosy Bindi. E se questi suoi detrattori si addensano perlomeno in una cultura, il resto è una sua mancanza: forcaiolismo d’accatto, sparatorie nel mucchio, dipietrismi vari, semplice non-conoscenza. È ciò che su un noto blog ha prodotto commenti come questo: «Don Verzé si scopava delle minorenni sul suo jet privato pagato con i soldi che mancano all’ospedale San Raffaele e al centro di ricerca ». Una buona sintesi.
LE AMICIZIE COME COLPA
Il resto spiega, o non spiega, il ventaglio di amicizie che ha sempre circondato il don: da Massimo Cacciari a Ernesto Galli della Loggia, da Renato Pozzetto ad Al Bano, da Fidel Castro a un insospettabile Nichi Vendola che lo corteggiava perché costruisse un San Raffaele sul Mediterraneo. Poi ci sono i legami storici come quello con Bettino Craxi, che da presidente del Consiglio venne a inaugurare il «Sao Rafael» brasiliano e però gli predisse: «Attento, tu fai le cose troppo in grande». Don Verzé, nei giorni dell’agonia di Hammamet, fece il diavolo a quattro per salvare la pelle all’amico. Scrisse ripetutamente al capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, portò messaggi personali di Karol Wojtyla, cercò di trasferire in Tunisia equipe mediche varie, e nell’ottobre 1999, prima dell’ultimo intervento, si rivolse vanamente a Francesco Saverio Borrelli: «La cortese risposta fu un diligente allineamento alla legge. Avevo fatto avere tutta la documentazione clinica, sono andato discretamente, ma con la morte nel cuore, a chiedere e a supplicare: fatelo tornare, è questione di giorni. E hanno detto no. Ha detto no chi aveva il potere di dire sì».
Del rapporto con Silvio Berlusconi, invece, si è scritto anche troppo. Sua Emittenza, nel 1994, voleva fargli fare il sindaco di Milano: «Ma non era possibile, il codice di diritto canonico non lo concede». Il sacerdote di lasciò andare a una doppia profezia: «Ora i tempi non sono maturi; ma più avanti, quando potrete confrontare l’era di Berlusconi con quella del fascismo o della Dc, vedrete quanto quell’uomo ha fatto per voi. Spero che allora si potrà capire di più anche il valore del San Raffaele, che non è un’opera di Don Verzé ma un’evidenza del cristianesimo vissuto non a parole. Solo allora potrò dire che la mia vita non sarà stata vana».
LA PALUDE ROMANA
Ora, invece e decisamente, non è tempo: il nostro Paese è in crisi economica e ha riscoperto il rigore dei conti dopo averlo disconosciuto per decenni. Un Paese edificato sul debito ha scoperto il debito come misura anche morale. Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera, l’altro giorno ha scritto così: «Se ne fosse andato un anno fa, don Verzé sarebbe stato ricordato come l’uomo che creò dal nulla il più grande ospedale e il più grande centro di ricerca d’Italia, a prezzo di azzardi finanziari e disinvolture amministrative».
Una frase strana: perché, don Verzé non resta l’uomo «l’uomo che creò dal nulla il più grande ospedale e il più grande centro di ricerca d’Italia, a prezzo di azzardi finanziari e disinvolture amministrative»? Non fu solo quello, certo. È anche l’uomo che tra mille successi riuscì a fallire: ha costruito ai piedi dell’Himalaya ma a Roma ha dovuto abbozzare. È una storia che non viene mai ricordata abbastanza: quando, cioè, don Verzé rilevò un albergo abbandonato in zona Mostacciano e in dieci anni lo trasformò nel solito ospedale modello. Ma Roma è Roma, i palazzi sono quelli. Nel 1997 il San Raffaele di Mostacciano era sulla griglia di partenza – almeno 350 miliardi spesi – e il ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer firmò il decreto che sdoppiava la costipata facoltà di medicina della Sapienza: tutto pronto e arredato, come al solito all’avanguardia, 150 persone assunte solo per cominciare. La sanità romana scoppiava, mancavano tecnologie e servizi essenziali: ma tutto per qualche ragione rimaneva bloccato e il San Raffaele era fermo al palo. Nella palude romana erano cominciati movimenti a pelo d’acqua: Berlinguer da una parte cercava di sbattersi, ma dall’altra c’era la Regione guidata da Piero Badaloni (Ppi) che non firmava le convenzioni. «Un giorno», ha raccontato don Verzé, «ero in Parlamento e stavo parlando con Berlinguer quando passa Rosy Bindi, la ministra della Sanità. Berlinguer la chiama: vieni, c’è don Verzé. Lei non si ferma neppure, e accelerando sibila: non sono affari miei. Neppure un saluto». Il sacerdote ha raccontato anche di telefonate varie – come una di Cesare Geronzi, allora patron della Banca di Roma – per avvertirlo che la Bindi e una parte del Vaticano volevano cacciarlo dalla Capitale. Sinché il presidente del San Raffaele venne convocato appunto dalla Bindi. Lo racconta lui stesso in «Pelle per pelle», scritto con Giorgio Gandola: «L’appuntamento è per le cinque di pomeriggio. Arrivo e aspetto. Le sei, le sette, le otto. Alle nove ecco la Bindi. Si presenta e mi dice: «Lei deve andare via da Roma». Sei parole. Io le rispondo che il San Raffaele però resta dov’è. Allora lei: «È la più bella struttura del Paese, ma lei lo deve vendere a me, al mio Ministero». Seguì battibecco. Dopodiché, nell’arco di sole quarantott’ore, secondo il racconto di Don Verzé, qualche banca che finanziava il San Raffaele cominciò a fare strani discorsi. Nel caso della mancata vendita, si cominciò a paventare persino la possibilità di un commissariamento per l’ospedale di Milano. Anche Giovanni Bazoli, d’un tratto, consigliò di vendere. Geronzi fu più preciso: «A Roma non vogliono il nome San Raffaele e la sua gestione. La struttura piace molto, ma lei deve lasciarla e tornare a Milano».
DEMONIO E ANGELUCCI
Cadde il governo Prodi ma non cambiò nulla: perché il neo premier, Massimo D’Alema, riconfermò la Bindi alla Sanità. Don Verzé si arrese progressivamente. E d’un tratto, dopo averlo lasciato languire per un paio d’anni, lo Stato predispose una perizia dell’ospedale in fretta e furia: non l’affidò all’Ufficio tecnico erariale, ma a un privato, tutto per fare in frettissima. Le elezioni regionali erano alle porte (Badaloni sarà sbaragliato da Francesco Storace) e fatto sta che la valutazione fu di 201 miliardi, col dettaglio che don Verzé ne aveva spesi 350. Si rivolse allora alle migliori società mondiali del settore – Richard Ellis e American Appraisal – che stimarono l’ospedale rispettivamente 340 e 330 miliardi. Ma la Bindi non volle saperne: 201 miliardi o niente, mentre le pressioni bancarie aumentavano e la prospettiva era che 150 persone venissero mandate a casa. Morale: il sacerdote firmò un preaccordo per la predetta cifra, 201 miliardi. In attesa del contratto definitivo e subito dopo il preliminare – siglato ufficialmente con l’Ifo, Istituti fisioterapici ospedalieri, cioè il Regina Elena e il San Gallicano – spuntò tuttavia un’offerta della famiglia Angelucci, nome importante della sanità romana e proprietaria di Libero: offriva 270 miliardi per l’ospedale più alcune case e terreni sull’Appia Antica. Facevano 69 miliardi in più. Don Verzé accettò anche se poi, con accordo extragiudiziale, il cdr del San Raffaele dovette sborsare sette miliardi per aver stracciato il preliminare con lo Stato. Uno Stato, inteso come Rosy Bindi e ministero della Sanità, che pochi mesi dopo fece comprendere quanto fosse personale l’astio rivolto verso il sacerdote: acquistò a sua volta il San Raffaele dagli Angelucci ma per 320 miliardi, non 201. Una plusvalenza secca di 50 miliardi. Fa niente: due giorni prima delle elezioni regionali, svariate personalità diessine (Piero Badaloni, Lionello Cosentino e la solita Bindi) poterono annunciare trionfalmente: «Finalmente si apre al pubblico una struttura sanitaria che era bloccata da tempo». Vero. Bloccata da loro.
LA VITA CHE CONTINUA
Don Verzé ebbe un primo infarto il 2 luglio 1989 e poi un secondo il 16 agosto 1997, con successivi episodi minori e un’altra serissima crisi cardiaca il 22 dicembre 2010, quando già si pensava che sarebbe morto. L’episodio definitivo è quanto di più normale fosse lecito aspettarsi, e, se non fosse che da noi si urla al complotto ogni volta che muore una personalità finanziaria (anche se ha 91 anni) potrebbe dirsi che un complotto ci sia stato davvero: ma della divina provvidenza. Infatti don Verzé, secondo una certa ottica, ha fatto benissimo a morire. Il suo Raffaele, negli ultimi tre anni, si era gonfiato di debiti che in misura minore aveva sempre avuto: 300 milioni con le banche (Intesa Sanpaolo e Unicredit in primis) e 5-600 milioni verso i fornitori dell’ospedale: fanno più di un miliardo rispetto al quale gli asset «non core» (che alla fine sono un albergo in Sardegna, delle piantagioni ortofrutticole e un aereo) sono poca cosa ma sono diventati i pilastri di una grandeur da gettare in pasto ai giornali. Sopraffatto da una crisi finale di liquidità, Don Verzé è morto prima che ai vertici del suo ospedale potesse sedere definitivamente quel potere – il Vaticano – che lo aveva osteggiato per tutta la vita. La Santa sede si è presa subito la maggioranza del consiglio di amministrazione (come auspicato dallo stesso don Verzé) e del vecchio consiglio era rimasto solo lui, l’uomo che per una vita intera non aveva mai voluto religiosi nel cda; estromesso dunque anche Mario Cal, membro storico, altro outsider che partì come direttore di una squadra di ciclismo (quella di Beppe Saronni) e che si è suicidato il 18 luglio scorso per essere definito il giorno dopo, indovinate da quale giornale, «un altro tragico segno del disfacimento del sistema di potere berlusconiano». Le aperture di don Verzé al nemico storico hanno consentito di escludere il fallimento e la bancarotta, mentre per assistere alla qualsiasi lotta di potere di chi ora vuole impossessarsi della sua creatura – lotta tra Giuseppe Rotelli, lo Ior, il gruppo Humanitas, chissà chi altri – restare vivi non era necessario.
Ci sono centinaia di migliaia di persone, guarite nei suoi ospedali, che ringraziano comunque. Il San Raffaele non è più quello di una volta, l’abbiamo scritto, ma proseguirà come un figlio che succede al padre. E i figli non sono mai tuoi, appartengono al mondo. Al limite, per un po’, a Rotelli. Don Luigi Verzé fa, altri distruggono, ma noi intanto ci curiamo. Conta questo. Il 20 marzo 2010, quando compì novant’anni, disse che stava lavorando per assicurare la vita fino a 120 anni. Ma parlava del San Raffaele. Del resto era la sua vita.
Filippo Facci