Leonardo Maisano, Il Sole 24 Ore 6/1/2012, 6 gennaio 2012
RBS PREPARA NUOVI TAGLI, A RISCHIO 10MILA ADDETTI
«Una banca controllata dallo Stato all’80% deve limitare al massimo le attività rischiose». La volontà del Cancelliere George Osborne, espressa nel mese di dicembre, potrebbe costare diecimila posti di lavoro a Royal Bank of Scotland. È in realtà l’ipotesi più pessimistica, ventilata dal Financial Times, arrivato ad immaginare il dimezzamento delle attività di investment banking del gruppo scozzese. Mossa che provocherebbe, secondo questo scenario, una sforbiciata radicale sugli uffici italiani, scandinavi, russi, spagnoli e mediorientali per concentrare, geograficamente, quel che rimarrà delle attività di investimento su Francoforte, Parigi e Londra. L’ufficio stampa britannico di Rbs ha evitato commenti sul punto limitandosi a precisare che l’ipotesi di «una riduzione di diecimila posti di lavoro non è accurata». Fonti italiane vicine a Royal Bank invece hanno voluto precisare che non ci sarebbe «alcuna intenzione di lasciare l’Italia», Paese che resterebbe «strategico» per l’istituto di credito.
In realtà per ora ci sono due fatti: l’altolà di George Osborne al banking estremo in nome della cautela a cui lo Stato si deve attenere e l’incarico a Lazard di formulare un piano sostenibile per ridurre Gbm, Global banking and markets sotto il cui nome si riuniscono le attività d’investimento di Rbs. Fino a dove Lazard riterrà opportuno arrivare è ancora incerto nella consapevolezza, mai nascosta dal ceo Stephen Hester, di un ripensamento radicale di un colosso in rapidissimo ridimensionamento. In questo contesto che le attività di investment banking fossero nel mirino si sapeva da tempo. La riemersa vocazione retail di Rbs è stata una costante dal 2008 in poi. Da allora ad oggi Gbm è stata sfoltita e tagliata fino a raggiungere una capacità di business pari a meno di un terzo del totale con una caduta del 40% degli utili nei primi nove mesi del 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010. Analogo andamento, in realtà, hanno subito le attività di investimento di molti altri istituti, ma alcune performance specifiche sono state stigmatizzate dagli analisti. Il settore equity ha prodotto 623 milioni dei 5 miliardi di revenue di Gbm, una frazione tanto piccola da aver convinto, secondo i rumors, il management a disporne la liquidazione.
Il problema è chi compra e chi compra ora. Un nome ancora celebre nel banking mondiale finito in pancia a Rbs con la disgraziatissima operazione Abn Amro, è Hoare Govett boutique del corporate broking che potrebbe andare alla Royal Bank of Canada. È solo un’ipotesi perché siamo lontano dall’identificazione di acquirenti specifici non essendo ancora stata definita la via da battere per ridurre le attività di investimento che oggi, nel complesso, impiegano 19mila persone. Un altro nome sussurrato in queste ore come possibile pezzo di attività che Rbs potrebbe cedere è quello del business americano Greenwich capital markets. In questo caso non è la redditività della divisione che è messa in discussione quanto la volontà del management, sotto la pressione dell’azionista pubblico, di concentrarsi soprattutto nel contesto nazionale. Lo scenario che si profila è quello di una Rbs con investment banking radicato a Londra e trincerato entro confini (corporate finance advice, mercato del debito, trade finance) che a molti suggeriscono un parallelo con County NatWest venticinque e più anni fa. Uno scenario che conferma la direzione già annunciata da Rbs in rapida marcia verso il consolidamento di se stessa come banca retail e per le Pmi, concentrata nel Regno. Più piccola, molto più piccola ma probabilmente in miglior salute.