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 2012  gennaio 06 Venerdì calendario

ESPLODE LA POLEMICA SULL’ACCESSO AL VOTO

Comunque andranno a finire le primarie repubblicane, per le presidenziali di novembre si prevede che la percentuale dei votanti sarà più bassa del solito. Per la prima volta dal 1996, anno della rielezione di Bill Clinton, si potrebbe scendere sotto il tetto del 50% degli aventi diritto. Tra gli elettori democratici è infatti evaporato l’entusiasmo che Barack Obama aveva suscitato nel 2008. E tra i repubblicani del Grand Old Party (Gop) non si vedono candidati in grado di infervorare i sostenitori.
Se a questo si aggiunge il fatto che si prevede uno scarto estremamente ridotto, si capisce il peso che potrebbe avere un’iniziativa politica in cui i repubblicani hanno investito molte energie negli ultimi mesi. Parliamo della campagna contro le frodi elettorali lanciata dal Gop dopo le vittorie del 2010, quando aveva conquistato il controllo di vari parlamenti statali. Nel 2011 ben 11 stati hanno cambiato le regole e cominciato a esigere da chi vota l’esibizione di un documento d’identità con fotografia.
Una banalità, si potrebbe pensare. Anzi, una misura di garanzia imprescindibile. Ma non si può guardare agli Stati Uniti con gli occhi di un italiano. Gli Usa sono un Paese che si fonda sul culto protestante della fiducia, che non ha una carta d’identità, in cui l’atto di acquisto di un’automobile può consistere in un foglio di quaderno dove il venditore semplicemente attesta di aver ceduto la propria vettura. Soprattutto un Paese in cui le frodi elettorali non sono un problema rilevante dai tempi delle presidenziali di John Fitzgerald Kennedy (le cui vittorie in Texas e in Illinois nel 1960 furono altamente sospette). Neppure nelle contestatissime elezioni del 2000, quelle tra Al Gore e George W. Bush alla fine risolte dalla Corte Suprema, fu mai posto il problema delle frodi elettorali.
Dai dati del Dipartimento della Giustizia risulta che nelle elezioni condotte tra il 2002 e il 2007, con più di 300 milioni di voti contati, sono stati documentati in tutto appena 86 casi di frode. Molti dei quali attribuibili a immigrati o ex carcerati inconsapevoli di non avere il diritto al voto.
Eppure nel 2011 in molti stati, soprattutto al Sud, i repubblicani hanno fatto della frode elettorale una vera e propria emergenza. Il Governatore del Texas Rick Perry ha addirittura sentito l’urgenza di dare corsia preferenziale alla norma che ha introdotto la richiesta del documento di riconoscimento. Approvandola in tempi da record.
Secondo i democratici tanta passione non ha nulla a che vedere con le frodi elettorali. L’obiettivo è infatti quello di ostacolare l’accesso al voto alle categorie vicine al partito di Kennedy e Obama, cioè i poveri, le minoranze etniche e gli studenti.
Lawrence Norden, professore del Brennan Center for Justice della New York University e autore di un recente studio sull’accesso al voto, ha calcolato che fino al 25% degli aventi diritto al voto afroamericani è privo di un documento di identità (contro l’11% della popolazione nel suo complesso). E che ci sono 21 milioni di americani senza forme di riconoscimento, per lo più appartenenti ai ceti meno abbienti. A suo dire, la dimostrazione della vera motivazione dietro alla campagna repubblicana è data dalla norma approvata in fretta e furia dal governatore Perry in Texas. Tra i documenti di riconoscimento ritenuti validi per votare include infatti il porto d’armi ed esclude invece il tesserino delle università pubbliche statali. Guarda caso, chi detiene armi da fuoco tende a votare repubblicano (e i neri rappresentano solo il 7,7% dei possessori del porto d’armi nonostante siano il 12,1% della popolazione nello Stato) mentre gli studenti delle università pubbliche votano a larga maggioranza per i democratici.
«Ritengo indicativo anche il fatto che dietro la campagna repubblicana ci sia Alec, un’organizzazione finanziata da lobby che da anni si battono per ogni genere di causa conservatrice», osserva Norden.
A novembre, quei 21 milioni di potenziali elettori democratici in meno potrebbero fare la differenza.