Fabrizio d’Esposito, il Fatto Quotidiano 5/1/2012;, 5 gennaio 2012
RE GIORGIO E LA VIA CRUCIS DELL’ARTICOLO 18
Tra il discorso di Capodanno, con un’insolita cravatta rossa e un sorprendente stile informale e molto rilassato, e quello dell’altro giorno ai vecchi amici operai nella “sua” Napoli, la città più amata, la sensazione è che Giorgio Napolitano abbia iniziato una sua personale fase due, ovviamente riformista: traghettare da sinistra il governo Monti oltre le colonne d’Ercole della riforma del mercato del lavoro. Uno scoglio duro, quasi insormontabile, che rischia di essere fatale per l’esecutivo tecnico del Professore. Anche perché forse contiene il retropensiero, esplicitato già dal ministro Fornero, di non considerare tabù l’articolo 18. E così Napolitano sembra essersi caricato sulle sue spalle questo nuovo peso. In questa chiave vanno decifrate le parole rivolte agli amici operai: “Ci sono cose che cambiano e dunque cose che non si possono più difendere. Bisogna capirlo, e capirlo per tempo”. Una delicata operazione maieutica, forse la più difficile da quando è stato incoronato “Re Giorgio” come personaggio politico del 2011.
Nel metodo, l’interventismo del capo dello Stato (pronunciatosi a favore anche di una riforma degli ammortizzatore sociali) segue un doppio binario. Uno contingente, legato alla nascita del governo Monti, indicato proprio come il “governo del Presidente” oppure il governo Napolitano-Monti. L’altro è connaturato al suo modo di concepire il settennato e lo si ricava da un’intervista del 2006 su Sandro Pertini, “interventista nel solco costituzionale” : “La sua fu una presidenza interventista, ma nel senso che Pertini fece interventi in vari campi senza però andare mai al di là dei poteri effettivi spettanti al presidente della Repubblica. E’ importante dire che non travalicò mai quel limite, non si attribuì poteri che non potesse esercitare, anche se intervenne nel senso di dire la sua, di essere in mezzo alla gente, di non guardare in faccia a nessuno”. Ed è quello che il presidente della Repubblica sta facendo oggi. “Dire la sua” soprattutto. Qui si passa alla sostanza del dibattito in corso. Napolitano è stato un comunista borghese formatosi, come si diceva un tempo “alla scuola della classe operaia”. Ma la sua visione non è mai stata mai massimalista e operaista, e avversaria di ogni arroccamento, in particolare della Cgil. Cresciuto nel Pci napoletano (segretario della Federazione era allora un operaio stalinista, Salvatore Cacciapuoti), il presidente della Repubblica è stato l’erede di Giorgio Amendola, il capo carismatico della destra comunista poi definita sprezzantemente migliorista. Realismo e programmismo, anche in campo sindacale: queste le due direttrici della lunga parabola politica di Napolitano. Non è un caso, infatti, che il nuovo Presidente “operaio” abbia sinora fatto due esempi molto significativi per lui. Il primo risale alla fine degli anni cinquanta e riguarda il Piano del lavoro della Cgil di Giuseppe Di Vittorio, che faceva tesoro della lezione keynesiana anziché marxista. Ricorda Napolitano nella sua biografia: “Almeno in quel momento e su quel terreno, non prevalse dunque la logica dello scontro frontale, del muro contro muro. Fu in buona misura grazie all’impulso di Di Vittorio che si ruppe in quell’occasione la spirale della contrapposizione una sinistra arroccata in difesa e un governo centrista all’attacco delle postazioni socialcomuniste”. Il secondo esempio è quello della Cgil di un altro riformista, Luciano Lama. Stavolta è il periodo della tremenda crisi del ’77 nella fase del compromesso storico tra Dc e Pci, la cui fine rappresenta il rimpianto politico più grande di Napolitano. Da quegli anni emerge una cruciale convinzione di Napolitano: nell’interesse del Paese, la classe operaia non deve sottrarsi al confronto sulla “necessità dei sacrifici”. Colpiscono le analogie tra oggi e allora, anche se con una differenza notevole: per il Pci il problema era soprattutto accettare il blocco temporaneo della scala mobile per frenare l’inflazione, mentre oggi la questione è soprattutto la precarietà del lavoro.
I RAPPORTI non sempre facili tra il riformista Napolitano e la sinistra sindacale hanno avuto altre punte di crisi acuta. Come nel 1984, con il decreto sulla scala mobile voluto da Bettino Craxi. L’attuale capo dello Stato s’impegnò di un’intensa battaglia parlamentare per cambiarlo (“la cultura dell’emendamento”) e riuscì a fare un accordo con il socialista Rino Formica. Ma questo non fermò la decisione del Pci di Berlinguer di andare al referendum. Per Napolitano un vero trauma: decise di dimettersi da capogruppo alla Camera. Berlinguer aveva la lettera con sé quando si sentì male la sera del 7 giugno a Padova, durante un comizio. A proposito di referendum: nel 2003, il ds Napolitano si schierò per il no al quesito voluto da Rifondazione comunista per l’estensione dei diritti dell’articolo 18.