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 2012  gennaio 05 Giovedì calendario

È IL PIÙ GRANDE NELLA STORIA DEL CREDITO DI PIAZZA AFFARI - A

chi non segue le cronache di Borsa, potrà apparire una delle tante operazioni che avvengono pressoché quotidianamente sul mercato. Ma non è affatto così. E i soci di UniCredit ma anche gli operatori lo sanno bene da settimane. L’aumento di capitale della banca di Piazza Cordusio è di fatto un’operazione
"monstre".
Non solo perchè con quel controvalore di 7,5 miliardi pesa per ben il 60% della capitalizzazione di mercato del titolo, ma soprattutto perché per entità, l’operazione di raccolta di mezzi freschi si posiziona al terzo posto nella classifica degli aumenti di capitale degli ultimi 15 anni a Piazza Affari. UniCredit è battuta solo dall’antica scalata dei "capitani coraggiosi" del 1999 a Telecom Italia.
La Tecnost di Roberto Colaninno richiese al mercato 12 miliardi di euro (oltre 23mila miliardi di lire di allora) e in seconda battuta nell’estate di 13 anni fa altri 4,6 miliardi di euro.
Altra epoca, quasi un’era geologica fa. E al secondo posto tra le maxi-operazioni censite da Borsa Italiana nell’ultimo quindicennio si colloca l’aumento da 7,978 miliardi di Enel. Un’operazione assai più recente, dell’estate del 2009, subito dopo la tempesta Lehman e che servì alla compagnia elettrica per perfezionare l’acquisizione della spagnola Endesa. Anche l’operazione dell’altro colosso energetico, la Snam, anch’essa del 2009 aveva lo scopo di finanziare uno shopping: Snam rilevò dal gruppo Eni la totalità del capitale di Italgas e Sogit.
Due mondi, due epoche
C’è un filo rosso che lega tutte le grandi operazioni di ricapitalizzazione a Piazza Affari che valgono, dal ’96 a oggi, la bellezza di 109 miliardi di euro? Sì. Ma sono due i fili. E appartengono a ere completamente diverse: le operazioni dei grandi colossi dell’energia non servivano a potenziare l’equilibrio finanziario, ma erano rivolte alla crescita. Così come la prima grande operazione di Monte dei Paschi: quei 4,1 miliardi chiesti al mercato a metà del 2008 per comprarsi AntonVeneta. A posteriore più di un autogol visti gli alti prezzi pagati alla luce anche del tracollo seguito a Lehman. Per il resto in tempi recenti ecco le banche protagoniste. Questa volta non per crescere, ma per difendere sè stesse dalla crisi. Ed ecco l’aumento di Intesa dell’estate scorsa per 5 miliardi. Le altre due operazioni di UniCredit per un valore complessivo di 7 miliardi che sono servite letteralmente a salvare la banca dopo il crack Lehman. La stessa Mps dell’estate del 2011: dopo i 4 miliardi del 2008 per crescere, i 2 miliardi di pochi mesi fa per reggere. Altro che crescita; operazioni a leva; shopping oltre frontiera.
Quell’epoca appartiene agli anni Novanta, all’ubriacatura internettiana dell’inzio del Duemila. L’ultimo decennio, il decennio nero delle Borse, le imprese e le banche hanno finito per giocarlo in difesa. Si chiedevano e si chiedono soldi al mercato perchè il capitale non basta più. Troppi debiti accumulati negli anni della follia finanziaria sono tornati a chiedere il conto. Salato. Per i grandi soci ovviamente, ma anche per i piccoli azionisti che hanno vissuto gli ultimi anni in una sorta di tenaglia mortale: prezzi delle azioni in caduta libera e sempre nuove offerte di azioni a rimpinguare i patrimoni delle società.
La Borsa dà, la Borsa prende
La Borsa del resto prende (attraverso i collocamenti e gli aumenti di capitale) e dà (attraverso i dividendi e gli aumenti del valore dei titoli). Da questo punto di vista il panorama dell’ultimo decennio è assai sconfortante. La borsa ha molto preso e restituito ben poco. Basti vedere il caso UniCredit.
I lauti utili e gli alti dividendi erogati negli anni d’oro, sono di fatto stati vanificati da richieste di mezzi freschi per 14 miliardi e dal crollo del titolo che negli ultimi 5 anni ha perso il 90% del suo valore. Ma UniCredit non è un caso isolato. Per l’intera Piazza Affari quei 109 miliardi di aumenti di capitale delle prime 50 operazioni hanno avuto come contropartita dividendi erogati per 200 miliardi nell’ultimo decennio.
Ma il risultato diventa pesantemente negativo guardando alla caduta dei prezzi. L’indice di Piazza Affari ha lasciato sul campo il 62% del valore a 5 anni e il 52% a 10 anni. Più di 300 miliardi andati in fumo nel decennio.