Massimiliano Castellani, Avvenire 6/1/2012, 6 gennaio 2012
CINA, QUANTO SEI VICINA
Stiamo attenti, la Cina si avvicina sempre di più, anche nel calcio. Grandi investimenti, stadi pieni (molto più dei nostri, non ci vuole molto no?) e soprattutto non mancano gli “scandali del pallone”. Certo, a livello tecnico la nazionale di Pechino (appena n° 76 nel ranking Fifa) è ancora distante dagli standard di quella dei “cugini” del Giappone - vincitori dell’ultima Coppa d’Asia, con Alberto Zaccheroni ct - , ma il campionato cinese sta crescendo a vista d’occhio. La massima serie ha festeggiato i suoi 60 anni, anche se il professionismo è stato introdotto soltanto dal 1994. Un torneo più scarno del nostro, se non altro per squadre iscritte: 16, e fino al 2003, quando ancora si chiamava Jia-A-League, era dominato dal Dalian Shide, formazione che si era aggiudicata 7 titoli nazionali su dieci. Nell’attuale China Super Laegue, la concorrenza si è fatta più serrata e con la discesa in campo di sponsor milionari, l’asse si è spostato verso le megalopoli: in pole Canton e Shanghai. Ha sede a Canton il Guangzhou, attuale campione di Cina, mentre allo Shenua di Shanghai è appena atterrata la prima grande stella europea, il bomber francese del Chelsea, Nicolas Anelka. A convincere l’ex galletto di Francia sono stati i 250 mila euro di stipendio settimanali, 12 milioni a stagione, che gli garantirà il suo nuovo patron che non ha nulla da invidiare a quello dei “Blues” londinesi Abramovich.
Cifre che hanno fatto impallidire l’altro ex nazionale francese, Jean Tigana che dopo aver guidato i ben più prestigiosi Lione, Monaco, Fulham, Besiktas e Bordeaux, è volato a Shanghai per andare ad allenare Anelka. Tigana sarà il secondo tecnico transalpino su una panchina cinese. Da noi l’unico allenatore che è arrivato fin sotto alla Grande Muraglia è stato Giuseppe Materazzi, papà del campione del mondo Marco, che nel 2003 accettò la sfida di guidare il Tianjin, società del gruppo finanziario Teda. Ora la squadra è passata a Arie Haan, l’ex nazionale olandese, il giustiziere dell’Italia al Mundial del ’78, con la terribile bordata da 40 metri che uccellò Dino Zoff . Un colosso economico la Teda che vorrebbe tanto emulare la potentissima azienda connazionale Petrochina che con i suoi 222 miliardi di fatturato e oltre 500mila dipendenti è considerata la quarta holding del pianeta.
Si moltiplicano gli imprenditori del pallone, i quali ottengono finanziamenti a pioggia dalle miriadi di banche cinesi che spuntano come funghi ogni giorno, anzi ad ogni giornata di campionato. Piccoli patron crescono, mettono la mano vicino al cuore e aprono il portafoglio per allestire le migliori formazioni. Gli stadi si riempiono di un tifo nuovo e appassionato e la “calciomania” dilagante ha conosciuto il suo apice il 4 giugno 2010: data della prima storica vittoria della nazionale cinese sulla Francia. L’epico 1-0, siglato da Deng, ha fatto del suo ct, il “machissimo” spagnolo Josè Antonio Camacho, un idolo. Ma gli idoli assoluti del popolo degli stadi della Cina rimangono ancora i campioni del calcio europeo. Ne sanno qualcosa quelli di Milan e Inter che la scorsa estate a Pechino hanno disputato la finale di Supercoppa Italiana in un’atmosfera più infuocata di San Siro.
Non godono ancora invece di molta popolarità, i rari calciatori cinesi emigrati nei campionati esteri, i cui nomi si contano appena sul palmo di una mano. Il loro esponente di spicco è il 24enne centrocampista Hao Junmin: una Coppa di Germania vinta con lo Shalke 04 la passata stagione e il rapido ritorno in patria, ora gioca nello Shandong Luneng. In Germania prova a seguire le sue orme Shao Jiayi che per ora però milita nella B tedesca, nell’Energie Cottbus. Nella nostra Serie A invece siamo fermi alla meteora bidonesca dell’ex centrocampista della nazionale Ma Mingyu, acquistato nel 2000 dal Perugia di Luciano Gaucci per un clamoroso errore di persona (dovevano comprare Ma Lie Tie), compiuto dall’emissario della società umbra. Serse Cosmi non se la sentì di schierare mai l’ectoplasmatico Ma (capitano della Cina ai Mondiali del 2002), il quale all’anagrafe risultava un classe ’72, ma c’è chi giura - anche chi scrive, per averlo visto solo in allenamento - che quando arrivò a Perugia era già un “ultraquarantenne”. Damiano Tommasi, attuale presidente dell’Assocalciatori, aveva 35 anni nel 2009 quando decise di seguire la rotta cinese di mister Materazzi e di firmare per il Tianjin Teda. Stipendio da 40mila dollari al mese (alla Roma si accontentava del minimo sindacale, 1.500 euro) e un’esperienza che rimane «tra le più intense» della sua carriera. «In Cina dice Tommasi - il calcio è un fenomeno in crescita. C’è ancora un problema di comunicazione, ma ci sono tanti talenti che facendo leva sulle doti atletiche e la grande rapidità, emergeranno presto». Per ora è emerso un traffico inquietante di milioni di dollari per le scommesse su partite da aggiustare che dalla provincia di Zejiang arriverebbe fino a Napoli. E pure per questo, la Cina così lontana, purtroppo la sentiamo sempre più vicina.