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 2012  gennaio 05 Giovedì calendario

Flop umanitari - Alberto Cairo e Susanna Fioretti sono due testi­moni della sofferen­za, dall’Afghanistan sempre in guerra all’Africa o lo Yemen, senza contare tanti altri fronti di emergenza umanitaria

Flop umanitari - Alberto Cairo e Susanna Fioretti sono due testi­moni della sofferen­za, dall’Afghanistan sempre in guerra all’Africa o lo Yemen, senza contare tanti altri fronti di emergenza umanitaria. Lui apparentemente timido, di origine piemontese lei all’oppo­sto, spumeggiante e con l’accen­to romanesco sono accomunati dalla grande passione di aiutare popoli più disgraziati del no­stro. E da due libri scritti con lo stesso editore, Einaudi, uno do­po l’altro. Mosaico afghano -vent’anni a Kabul , di Cairo e In­volontaria - avventure umane e umanitarie della Fioretti non so­no solo diari, ma raccontano gio­ie e dolori di chi porta speranza. Oltre alle luci, le ombre ed i limi­ti che segnano la cooperazione. «Oggi bisogna fare i conti con molta burocrazia, protezione del personale, volontà dei dona­tori e persino strategie di marke­ting per sopravvivere (ossia ac­caparrarsi i fondi combattendo concorrenza interna ed esterna) - spiega Fioretti a Il Giornale­La cooperazione sta rischiando di finire a lavorare in gran parte per se stessa. Serve una revisione ge­nerale per essere in grado di ri­spondere meglio ai bisogni». Per quanto riguarda Cairo in­vece, laureato in legge e poi fisio­terapista a Torino, l’Afghani­stan, dove vive dal 1990 lavoran­do­per la Croce rossa internazio­nale, è una seconda patria, o for­se la prima. l’impatto con Kabul è stato in un ospedale di guerra: «C’era odore di corpi e di disin­fettante. I feriti arrivavano a deci­ne, assieme ai familiari in lacri­me o urlanti. Le donne si strappa­vano i capelli, gli uomini gettava­no il copricapo a terra maledi­cendo il nemico, pieni d’odio e di sgomento. Per me era un batte­simo del fuoco». Cairo rifà gam­be e braccia dei mutilati di guer­ra, ma cerca di dare speranza an­che a disabili, poliomielitici, bambini con deformità congeni­te. Nei 7 centri della Croce rossa internazionale che ha impianta­to in Afgh­anistan assiste ogni an­no 70mila pazienti. A lavorare al­le nuove braccia e gambe ci so­no gli stessi mutilati di guerra o disabili. Non solo: la gomma dei pneumatici dei blindati lasciati dai sovietici serve per i talloni o le articolazioni artificiali. E per risultati così non basta la buona volontà serve professio­nalità. La stessa Susanna Fioret­ti osserva che Involontaria è un titolo strano solo in apparenza: «Quando spiego il mio lavoro qualcuno mi guarda ammirato, come fossi una sorella di Madre Teresa, e quasi tutti mi classifica­no a priori una volontaria. Ter­mine con cui si intende in gene­re chi lavora gratuitamente, mentre molti “cooperanti” (al­tra definizione ambigua) perce­piscono un compenso per quan­to fanno. Come chiamarli allo­ra? Involontari non è certo la pa­rola giusta e se l’ho usata è per provare a suscitare interrogativi sulle differenze fra volontari e professionisti dell’umanita­rio » . Anche Cairo è sicuramente un professionista fra i più noti, ma ci vuole un grande spirito di vo­lontariato per dedicarsi agli af­ghani schivando razzi, bombe o terroristi. Per poi trovarsi di fron­te ad incredibili e toccanti storie umane, come quella del mutila­to Mahmud. «Mi avete insegna­to a camminare grazie, ora aiuta­temi a non mendicare più - scri­ve Cairo nel libro descrivendo un incontro con l’invalido - Non voglio le razioni della Croce Ros­sa, chiedo un lavoro. So bene di esser un avanzo d’uomo, ma se mi aiutate, farò qualsiasi cosa, dovessi strisciare per terra». In Afghanistan Susanna Fio­retti invece si è occupata soprat­tutto degli orfani e delle donne scoprendo luci e ombre degli aiuti. Di fronte all’ «Involonta­ria » la responsabile della coope­razione della Croce rossa inter­nazionale a Kabul non ha usato giri di parole: «Negli spazi già inadeguati degli orfanotrofi i di­rigenti ( afghani nda ) hanno con­tinuato ad infilare bambini, orfa­ni o no, che così sono quasi rad­doppiati e vivono sempre peg­gio. Il motivo è chiaro: più ce ne sono e più fanno pena, più doni arrivano. All’istituto, perché i bambini ricevono poco o nien­te ».L’ultimo capitolo di Involon­taria è dedicato al « senso di coo­perare » e sottolinea come «il tre­no degli aiuti in marcia da decen­ni abbia bisogno di una revisio­ne ». La Fioretti spiega a Il Gior­nale : «Capita che il treno della cooperazione deragli. A bordo si trovano a volte persone sprov­vi­ste delle competenze necessa­rie. O tecnici ben pagati, a cui manca però sensibilità cultura­le o conoscenza dei principi umanitari. Principi che peraltro non sempre si insegnano nei cor­si universitari, dove si forma la nuova generazione di esperti di cooperazione». Secondo l’Invo­lontaria bisognerebbe prevede­re «un codice di condotta per i co­operanti; essere meno autorefe­renziali e ottimizzare i risultati creando un data base di ogni pa­ese in cui confluiscano le infor­mazioni di tutti quelli che vi ope­rano. O far sì che dieci organizza­zioni dedite allo stesso tipo di programma nell’identico luogo si uniscano (non è anche questo cooperare?) risparmiando così su certi costi di funzionamento troppo alti (uno o due uffici e non dieci)». Cairo nelle ultime righe del Mosaico afghano , con grande lungimiranza, racconta della riunione convocata dal capo de­legazione della Croce rossa in­ternazionale a Kabul, che spie­ga come la crisi finanziaria mon­diale avrà ripercussioni sul set­tore umanitario. «Ha consiglia­to, tristemente, di tenersi pronti a tagli del budget - scrive l’auto­re- Che potrò mai tagliare? Gam­be? Con la sicurezza che peggio­ra di settimana in settimana, la guerra nel Sud del paese, le mine in agguato, i seimila nuovi pa­zienti all’anno? La tranquillità non è nel destino dell’Afghani­stan. E neppure nel mio».