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 2012  gennaio 05 Giovedì calendario

LA CADUTA DI MUAMMAR

Il nostro giornalista nella casa in cui si nascose il Colonnello: prima di scappare prendeva appunti, dava ordini sotto voce e numerava con la vernice le dodici jeep
Lo chiamano Quartiere Due. È un deserto di mace­rie accatastate, ruderi sventrati, tetti sfondati, facciate affrescate a colpi di katyusha e mortaio.L’imbianchino arrampi­cato sulla scala ti squadra, tira un colpo di malta e cazzuola, lancia un urlo. La necropoli riprende vi­ta. Un ragazzo in divisa sguscia da una voragine. Un altro salta giù da un mezzanino sfondato. Un terzo sbuca dagli infissi an­neriti d’un davanzale. Sono tre, quattro, dieci. Ti circondano si­lenziosi. Ti bloccano il passo. La nostra guida alza il braccio. «Kha­las, khalas – basta, basta - saafi … mafi mouskila. Sono giornalisti italiani, amici nessun problema». Sui volti corrucciati si disegna mezzo sorriso. La prima lingua si scioglie. «Se venite per scrivere la verità, siete i benvenuti. Tutti par­lano di Misurata, Bengasi, Brega, ma nessuno racconta come la Na­to e i vostri amici rivoluzionari hanno distrutto Sirte e ucciso i no­stri amici». Li ascolti in silenzio. Loro ti trascinano tra apparta­menti calcinati, stanze affumica­te, mura abbattute.
Per ogni angolo c’è la storia di una famiglia distrutta, di un ami­co morto, di un bimbo ferito. Tu ascolti, poi la butti lì. «Muham­mar, era qui?» La fila si blocca. Sa­leh, il ragazzo in divisa ti squadra come se avessi nominato Allah. Hussein, lo spilungone sceso dal­la scala alza la cazzuola al cielo, immobile e pensieroso. Mabruk ti scruta sorridente. «Non sapeva­mo che era qui, ti prego non met­termi nei guai, quelli di Misurata mi hanno già sbattuto in galera e torturato. Noi difendevamo solo le nostre case». Ci riprovi. «Ma Muhammar era con voi o no?». Dal barbone cespuglioso spunta un altro sorrisino. Mabruk ci pen­sa, ti fa segno di seguirlo. C’inol­triamo in quella casbah terremo­tata, attraversiamo lo scudo mar­toriato delle prime case, c’affac­ciamo su un intrico di viuzze ed edifici ancora in piedi. Mabruk ri­sale verso una slargo. «Era merco­ledì mattina, il giorno prima che l’uccidessero - racconta - aveva­mo mandato via mogli e bambini combattevamo da più di una setti­mana. Quel pomeriggio durante una pausa dei combattimenti ci chiamano tutti fuori. Io e i miei uo­mini saliamo verso questo slargo e, lì, in fondo, riconosco Moutas­sim, il figlio del leader. “Fratelli ci dice – domani dobbiamo andar­cene, abbandonare il quartiere e la città… qui ormai è finita, la Na­to sa dove siamo, mio padre vuole andare a Wali Jarre, attendere il proprio destino nel villaggio do­v’è nato. Chi vuole può unirsi a noi”. Sulle prime non capiamo, ascoltiamo perplessi, confusi. Ab­biamo tanti feriti, molti non rie­scono a camminare, queste sono le nostre case come si fa a mollare tutto? Moutassim ci guarda, ci fa un’altra offerta. “Porteremo via i feriti che possono camminare, ma gli altri dobbiamo abbando­narli”. Noi scuotiamo la testa. No, non si può, sono i nostri fratelli, non li lasciamo indietro. Allora Moutassim ci mostra quella vil­la…. Laggiù, in fondo alla strada la vedi?».
Dalla piazzetta si distingue ap­pena. Sono due piani eleganti, un tetto di tegole rosse dietro un mu­r­o di cinta chiuso da una cancella­ta. Mabruk salta la recinzione, en­tra nel cortile. Nel muro sul retro del giardino si apre una feritoia aperta a picconate. Uno spazio sufficiente a lasciar passare un uo­mo. «Tutte le case del quartiere erano collegate da questi passag­gi. Se bombardavano passavamo da un’abitazione all’altra senza mettere il naso fuori. Anche il rais ha cambiato parecchi nascondi­gli, ma questo è stato l’ultimo. Quella sera ci siamo arrivati dalla piazza, seguendo Moutassim, at­traversando muro dopo muro, giardino dopo giardino, mezzo quartiere. Quando mi sono affac­ciato non credevo ai miei occhi. Muhammar era in mezzo al giar­dino con un kalashnikov a tracol­la, la sua pistola d’oro in una ma­no ed un bloc notes nell’altra. Prendeva appunti e dava ordini sottovoce alle sue guardie. Ha al­zato gli occhi, ci ha salutato. Do­mani andiamo via - ha ripetuto - se volete seguirci sie­te i benvenuti. Noi gli abbiamo ripe­tuto le nostre ra­gioni. - Rais dob­biamo difendere le nostre case. ­ Lui ci ha fatto solo un cenno con gli occhi come per dirci vi capisco, poi è sceso nello stanzone, quello lì sotto, vedete, dove adesso hanno ammucchiato sacchi di grano e ci­bo per tutto il quartiere. Fino a mercoledì 19 ottobre lui ha vissu­to là».
Mabruk torna fuori, risale ver­so la piazzetta del quartiere. «La mattina dopo ab­biamo seguito Moutassim, Muhammar e le sue guardie fino a qui. I 21 fuoristra­da erano già pron­ti, nella notte li ave­vano coperti con dei rami di alberi per mimetizzar­li ». Un altro uomo con la divisa del vecchio esercito s’avvicina. Non vuole darci il suo nome. «Il rais ha preso il bloc notes, ha numerato con della vernice tutte le vetture dall’1al21, ma nessuno ha capito perché… Subito dopo hanno ten­tato la prima sortita verso est. Do­po pochi minuti sono tornati, il fuoco era troppo pesante. Allora li abbiamo scortati all’uscita op­posta del quartiere». Mabruk si porta una mano al cuore. «Quan­do l’ho visto partire per Wadi Jar­re, per il villaggio dov’era nato,ho capito tutto… cercava un posto dove morire. Non poteva vivere fuori dal suo paese. Per questo era il nostro leader. Per questo non lo dimenticherò. Ma voi non scorda­tevi di me. Quando scriverete que­sta storia torneranno a prenderci, ci tortureranno di nuovo. Se fra qualche giorno vedete il mio nu­mero di telefono sul vostro cellula­re vi prego venite a cercarci, altri­menti uccideranno anche noi».