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 2012  gennaio 05 Giovedì calendario

Sembra il presente, ma è il passato prossimo - Per quale ragione tutto sembra essersi arrestato a vent’anni fa in una coazione a ripetere che riguarda le principali forme espressive del contemporaneo: moda, musica, design e arte? Perché la gente si veste e si comporta seguendo un gusto che appare ripetitivo? Ripetizione, ripetizione, ripetizione

Sembra il presente, ma è il passato prossimo - Per quale ragione tutto sembra essersi arrestato a vent’anni fa in una coazione a ripetere che riguarda le principali forme espressive del contemporaneo: moda, musica, design e arte? Perché la gente si veste e si comporta seguendo un gusto che appare ripetitivo? Ripetizione, ripetizione, ripetizione. Perché oggi domina il vintage, termine che un tempo individuava i «vini d’annata», e per estensione è passato a indicare tutto ciò che appartiene a un tempo passato: passato prossimo, e mai passato remoto. Si tratta dell’effetto «nostalgia», il corrispettivo relativo del narcisismo di massa che Christopher Lash aveva identificato decenni fa nella società americana e che ha contagiato via via i Paesi a capitalismo avanzato (e non solo loro). Il vintage individua un’estetica che si coniuga perfettamente con il glamour, altra parola magica dell’uomo consumatore. Come ha spiegato molto bene John Berger alcuni decenni fa, le società contemporanee sono fondate sull’invidia: si sono avviate nella direzione della democrazia, ma poi si sono fermate a metà strada, per cui l’individuo consumatore «vive la contraddizione tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere», e l’invidia diventa il motore stesso di questi aggregati umani. Il senso d’impotenza nasce dalla promessa di futuro e insieme dalla dimenticanza continua del presente. Questa è la base su cui nascono e prosperano il glamour e il vintage. L’innovazione è altra cosa da tutto questo, dal momento che sia il vintage sia il glamour presuppongono appunto il rifacimento, la ripetizione, il ritorno del sempre-uguale. La moda è diventata il motore stesso che gira a vuoto con i suoi cicli e ricicli, con la standardizzazione del rifacimento: gonne lunghe e poi gonne corte, pantaloni e poi short, tacchi e scarpe basse. Un pendolo che passa e ripassa per i medesimi elementi, gli stessi capi d’abbigliamento: sempre diversa perché sempre uguale, diceva Barthes nel Sistema della moda . Moda e pubblicità sono i grandi lubrificanti della macchina del capitalismo postindustriale e post-finanziario in cui ci troviamo immersi. Tuttavia la ragione più profonda per cui non c’è più cambiamento, per cui tutto è citazione, dipende da un altro più radicale fattore: l’assenza del conflitto. Sono infatti i conflitti tra le generazioni, tra padri e figli, o tra i gruppi sociali e le classi, a produrre i veri e profondi cambiamenti, i quali sono a loro volta figli di traumi sociali e culturali profondi. In una società in cui il conflitto è espunto per timore delle conseguenze che potrebbe produrre, espulso prima di tutto sul piano simbolico, non può che trionfare il glamour. Non è solo il postmoderno a determinare lo stallo del contemporaneo, ma l’enorme mole di energie economiche, sociali e culturali drenate dalla continua mediazione. Il glamour ne è solo l’epitome estetica. Quello che abbiamo perso con la scomparsa del conflitto, ovvero l’innovazione, l’abbiamo invece guadagnato attraverso la ripetizione del sempre-identico: l’equilibrio stazionario, nonostante tutto, delle nostre amate società occidentali.