Federico Pontiggia, il Fatto Quotidiano 4/1/2012, 4 gennaio 2012
DAVERIO, UN ALTRO PASSEPARTOUT
Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dello spread. Ma non tutto lo spread vien per nuocere: archiviata, anzi, affossata suo malgrado (“Problemi legali”) la decennale esperienza di Passepartout, Philippe Daverio torna da domenica 8 gennaio su RaitTre con Il capitale . 25 puntate fino a giugno, e una precisazione tra Btp e Bund: “Lo spread non c’entra con il capitale, ma con il capitalismo”. Eppure, dice l’antropologo dell’arte, “la situazione mondiale è cambiata: il Pil del globo terrestre è di 67 trilioni di dollari, la massa monetaria 13 volte maggiore; ogni giorno si scambiano 100 mila miliardi di dollari, ma solo il 3% non è finanziario. Eppure, in Italia manca un’informazione numerica”. Ecco, dunque, dati economici trattati ironicamente nel suo nuovo programma di arte e cultura, con la stessa squadra di Passepartout – dalla produzione Vittoria Cappelli srl alla regia di Mauro Raponi – e l’elogio, ancor più buono in tempi di crisi, del capitale umano, della creatività, che pur fluttuando non muore mai. Se Marx fa il titolo, però, la retta percorsa da Il capitale non sarà marxiana: “La mia vuole essere una critica: Marx non si è mai posto la questione del valore motivazionale nel sistema produttivo e nemmeno del capitale umano, perché il proletariato di cui parlava fino alla generazione precedente era servo della gleba”.
PUR NON immemore, lo sguardo di Daverio è di prospettiva, fa slalom tra spread, derivati e default della neo-lingua economica e rimette le cose al suo posto: “L’arte e i suoi manufatti sono ancora i documenti e il linguaggio più credibili per descrivere il pensiero, la cultura, il gusto di un popolo e di un periodo storico”. Prima puntata dedicata alla ricerca della creatività tra Biennale di Venezia, Salone del Mobile e Fuori Salone di Milano, poi si passerà da Cuba a Michelangelo, dalle cattedrali francesi alla Cina contemporanea, con un focus sull’Expo di Shanghai: “Guardiamo all’evoluzione urbanistica, e troviamo una certezza: la Cina non è post-industriale, oggi il mondo torna a essere manifatturiero”. Ma si sbaglierebbe a pensare a una deriva economica, il programma continuerà a fare servizio pubblico e non tradirà gli aficionados: “Riprendiamo la storia dell’arte, l’analisi dei costumi, i segni dell’estetica e li riportiamo in vita con una lettura del capitale umano”. Senza levarsi i sassolini dalla scarpa e con in tasca 25 puntate, Daverio conclude che “con la Rai è tutto ok” e nega che questo Capitale artistico sia un bene rifugio: “Piuttosto, uno stimolo etico”.