Marco Valsania, Il Sole 24 Ore 4/1/2012, 4 gennaio 2012
BANCHE USA: IN CALO I DEFAULT
Le banche americane danno prova di aver migliorato il loro stato di salute dopo anni di dura crisi, salvataggi pubblici e giri di vite nei controlli da parte delle autorità. I fallimenti degli istituti di credito a stelle e strisce, nell’ultimo anno, sono stati «solo» 92, un netto calo rispetto ai 157 del 2010 e ai 140 del 2009.
Altri segni puntano alla schiarita nel settore: gli asset delle banche che hanno dichiarato crack, indicatore delle loro dimensioni e quindi del potenziale rischio che presentano per il sistema finanziario americano e non solo, sono scivolati del 63% rispetto all’anno scorso. E l’elenco delle banche cosiddette problematiche, considerate cioè a rischio di crollo, compilato dalle autorità si è accorciato: nel secondo e nel terzo trimestre 2011, i dati più recenti rilasciati dalla Federal Deposit Insurance Corporation, gli istituti in difficoltà sono diminuiti per la prima volta in quasi cinque anni, fermandosi a 844. Il tasso di fallimenti ha a sua volta frenato bruscamente: in dicembre hanno chiuso i battenti due istituti, con 289 milioni di dollari di attività complessive, quando a inizio d’anno, a gennaio, erano stati invece ben undici, con oltre 7,3 miliardi di dollari in asset. Un mese intero, tra metà novembre e metà dicembre, è inoltre trascorso senza alcun fallimento.
La svolta contrasta con le preoccupazioni che ancora aleggiano pesantemente sul comparto bancario europeo, legate a doppio filo alla crisi del debito del Vecchio continente. E di sicuro l’amministrazione e gli executive bancari americani rinvendicano il merito di aver agito con una decisione forse maggiore davanti al terremoto che ha scosso il settore negli Stati Uniti nel 2008, facendo scattare ricapitalizzazioni e piani di risanamento degli asset tossici che minacciavano di schiacciare numerosi grandi istituti. In un rapporto dedicato al credito statunitense pubblicato ieri, gli analisti di Barclays suggeriscono agli investitori di puntare sul comparto finanziario Usa anche nel 2012.
Ma gli orizzonti bancari americani potrebbero ancora annuvolarsi: lo spettro del contagio del malessere europeo rimane anche dopo che gli istituti hanno ridotto la loro esposizione all’eurozona. I destini della ripresa economica, ancora incerti, avranno a loro volta una decisiva influenza sulle prospettive del settore. E la stessa continuazione dei fallimenti, seppur a passo ridotto, solleva interrogativi: stando ad alcuni analisti potrebbe essere cominciata una nuova stagione di «crisi strisciante», caratterizzata anziché da collassi in serie da uno stillicidio di crack che, senza mettere in pericolo la stabilità del settore, potrebbe però mantenerlo sotto pressione.
Le banche più fragili potrebbero cioè semplicemente conoscere un’agonia o una convalescenza più lunga, crollando o riprendendosi più lentamente rispetto al passato, e in questo modo diventando un elemento di debolezza permanente del comparto. Sintomo di questa evoluzione: due terzi delle banche fallite nel 2011 si erano trascinate così a lungo in cattivo stato che al momento del crack erano in condizioni molto peggiori rispetto a simili casi l’anno precedente, con un livello di capitale Tier 1 inferiore del 25 per cento. Questa considerazione, da sola, dovrebbe richiedere una continua stretta vigilanza da parte delle authority di Washington.