Varie, 5 gennaio 2012
BATTAJON Nadia
BATTAJON Nadia Treviso 8 maggio 1967. Medico. Esperta in Patologia neonatale all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso, nel novembre 2008 fece scalpore rivelando a un convegno di aver staccato la spina a 4-5 neonati («Anche i neonati, come gli adulti, hanno diritto a una fine dignitosa. Ed è al punto di non ritorno che si decide di sospendere la terapia farmacologica. Inutile. Questo ho fatto e nient’altro») • «[...] Il racconto della neonatologa [...] è stato riassunto e raccontato dal Corriere del Veneto, suscitando clamore, polemiche e l’intervento della magistratura. Ma anche la reazione dei dirigenti di Ca’ Foncello [...] e della stessa Battajon, pronti a respingere l’etichetta di “fuorilegge”. A supporto della loro linea, citano documenti ministeriali sulle cure palliative e i limiti dell’accanimento terapeutico. Il fatto è che, di questi tempi (si veda il caso Englaro), la materia è incandescente. La neonatologa, dunque, prendendo spunto dal caso di un bebè di cinque giorni, affetto da gravissime malformazioni e “senza alcuna speranza di vita”, ha voluto sottolineare come l’équipe di Ca’ Foncello [...] ha attivato un protocollo interno da seguire di fronte a situazioni estreme. In sintesi: che fare, terapeuticamente ed umanamente, quando i neonati prematuri (e non) evidenziano patologie incurabili. “C’è una qualità della vita e una qualità della morte— afferma —. Dobbiamo garantire entrambe”. E spiega come nel suo reparto, nel momento cruciale (“è successo quattro o cinque volte”), vengono coinvolte le madri dei piccoli, così da prepararle all’evento inevitabile del trapasso. “La decisione finale spetterebbe comunque al medico — puntualizza —. In casi come questi, la linea deontologica da seguire non si presta ad equivoci. Il documento più recente del Comitato di Bioetica neonatale e pediatrica (gennaio 2005) ritiene non solo lecito, ma doveroso, interrompere trattamenti medici privi di qualsiasi prospettiva terapeutica”. I neonatologi dell’ospedale trevigiano, però, vanno oltre. “Spieghiamo ai familiari che è sopraggiunto il punto di non ritorno — dice Nadia Battajon —. Quindi, riduciamo fino a interromperla la terapia farmacologica, mantenendo il bimbo intubato, ventilato e sotto analgesici. Così, senza soffrire, si spegne nelle braccia della mamma” [...] se un genitore dicesse no, se volesse insistere con le cure [...] che risponderebbe? “Per fare che? Allungare le sofferenze del bambino?”» (Marisa Fumagalli, “Corriere della Sera” 23/11/2008) • Vedi anche Anna Sandri, “la Repubblica” 23/11/2008; Marisa Fumagalli, “Corriere della Sera” 25/11/2008.