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 2012  gennaio 04 Mercoledì calendario

i 100 anni del Guerin Sportivo - Come si possono raccon­tare cento anni? Cen­to anni fanno un seco­lo, c’è tanto dentro, roba grossa, cronaca, storia, racconti, emozioni, scanda­li, trionfi, fallimenti, morti, tragedie

i 100 anni del Guerin Sportivo - Come si possono raccon­tare cento anni? Cen­to anni fanno un seco­lo, c’è tanto dentro, roba grossa, cronaca, storia, racconti, emozioni, scanda­li, trionfi, fallimenti, morti, tragedie. Lo sport è questo, lo sport è una fetta grande della vita nostra anche se qualcuno finge di non saperlo e di non accor­gersene. Il Guerino ce l’ha fatta, da sempre, dal millenovecen­t­ododici e per que­sto i suoi cento anni, oggi, fanno un secolo bello, con le rughe e le righe di un tempo che sembra lontano, un tempo che fugge ma ritorna, splendidamente, nelle pagine di questo foglio che tale era, alla nascita e negli anni del­la maturità, prima di diventare rotocalco, rivista, periodico, mensile per la fatica, la passio­ne, l’amore eroico di Matteo Ma­rani che lo cucina, lo confezio­na, lo coccola e quasi lo porta in edicola,un uomo soloal coman­do con l’aiuto affettuoso di qual­che nostalgico romantico tra i colleghi, Beccantini e Mura, per dire dei polpastrelli d’oro della macchina per scrivere. Questo accade ai giorni nostri ma, per l’appunto, ai naviganti e navigatori di wikipedia e affinità varie, segnalo che il Guerin Spor­tivo , detto verdolino da alcuni ma guerino e basta da molti, era il compagno clandestino di una generazione venuta su con le fi­gurine, il calciobalilla, il jukebox e il pallone marrone di cuoio che sembrava legno. Era il giornale da tenere nasco­sto sotto il banco di scuola, per sbirciarlo, magari esibirlo da guasconi o cagoni, durante l’in­tervallo, era grande così, come una finestra, aveva dentro le co­se più pazze del mondo del foot­ball innanzitutto e dello sport poi,ho usato l’aggettivo a propo­sito perché la rubrica di Gianni Brera, che ne fu anche direttore, portava il titolo di Arcimatto , dunque non semplicemente fol­le ma di più, «arci»,c’erano le pa­gelle, dissacranti, ironiche, una sentenza inappellabile, in tota­le: una scatola di pensieri e paro­le, sparsi ma uniti dal mastice della cultura e dalla frequenta­zione della lingua madre, virtù sempre più rara negli anni e nei cronisti a venire. Era,allora,il foglio dell’univer­sità del giornalismo, perché con Brera c’era Bianciardi e ci potevi trovare Montanelli e altri illustri e, in fabbrica, lavoravano i ragaz­zi che sognavano di fare questo mestiere sempre bellissimo, era­no i Garioni e i Bertarelli, riveren­ti dinanzi ai docenti, in quel luna park che il Guerino rappresenta­va per noi amanti del gioco del calcio e dei giochi di parole. Alle spalle di tutto e di tutti si muove­va e sussurrava il grande vecchio che portava il nome di Alberto Rognoni, il Conte, l’uomo che creò il Cesena,l’uomo che inven­tò l’ufficio inchieste, il nobile fe­dele al fascio che,seduto all’ulti­mo banco della classe sfornava le battute e le idee migliori che poi altri sviluppavano. C’era la scrittura, c’era il dise­gno di Marino, c’erano Nick and Soda che erano Carosio e Rocco, spesso barcollanti in un tino d’uva pronta a essere pigiata ma già con il fiasco mezzo vuoto o mezzo pieno in mano, simboli unici entrambi, Nick and Soda, Nicolò e Nereo, la voce del football e il cervello del cal­cio, pronti a scherzare, a deride­re, a graffiare nella loro ebbrezza alcolica. Senza che mai, dico mai, a uno dei due fosse venuto in mente di protestare, di reagire con rabbia, perché l’ironia, non l’insulto, era la virtù, insieme con l’intelligenza critica. Dunque il foglio galeotto era un simbolo di diversità per un manipolo di lettori rispetto al­l’esercito che si tuffava nei reso­conti nella rosea Gazzetta , nel Corriere dello Sport biancoros­so, in Stadio che aveva il verde nella testata e nel Tuttosport con il suo colore mattone a dipinge­re le lettere ballerine dell’inse­gna. Era il Guerino, unico, intel­lettuale ma non bolso e accade­mico, arrivava dopo gli altri ma prima di tutti, appuntamento im­perdibile per chi aveva voglia di approfondire con quel pizzico di vanagloria e di narcisismo tipi­ci dei talentuosi, con Tosatti, Fac­chinetti, Grassia. Vennero poi le televisioni, me­tà di mille, vennero le tecnolo­gie, internet, telefonini, ipad, blog, una nebbia di notizie sen­za approfondimento e identità, vennero crisi, tagli, licenziamen­ti, sacrifici, sangue, sudore e la­crime. Il Guerino ha cambiato pelle, faccia, postura, colore e colori ma i suoi direttori, da Cucci a Bar­­toletti, da Zazzaroni a Bortolotti a Marani, per citarne alcuni, han­no tenuto duro, figli della loro terra di Romagna, dolce e sangui­gna, dotta e perfida, resistendo al logorio del giornalismo mo­derno che altrove ha fatto vitti­me illustri. Il Guerino oggi è diventato una sigla, GS, ma quella voce sinco­pata non è affatto spenta. Cerca di reagire, di alzare la testa, di lanciare la stilografica, veleno­sa, appuntita, come il Guerino sa dal millenovecentododici. Cento anni formano un album che nessun fantacalcio potreb­be immaginare e allestire, per­ché il secolo del Guerin Sportivo è il tempo lungo, e breve assie­me, di tre generazioni che non hanno età ma hanno memoria, cultura, rispetto della tradizio­ne. In fondo, a pensarci bene, è il nostro compleanno mentre at­torno ronzano voci fastidiose.