Franco Venturini, Corriere della Sera 3/1/2012, 3 gennaio 2012
Se l’Iran fosse un Paese normale, i fuochi di Teheran potrebbero persino indurre all’ottimismo. Non sarebbe la prima volta (si pensi ai maestri nordcoreani) che minacce e missili vengono utilizzati come mossa d`apértura di una partita negoziale
Se l’Iran fosse un Paese normale, i fuochi di Teheran potrebbero persino indurre all’ottimismo. Non sarebbe la prima volta (si pensi ai maestri nordcoreani) che minacce e missili vengono utilizzati come mossa d`apértura di una partita negoziale. Ma l`Iran non è un Paese normale. Non lo è perché la sua democrazia è tanto distorta da risultare finta. Perché il potere è diviso tra l`autoritarismo di Ahmadinejad e la teocrazia di Khamenei. Perché contro ogni forma di dissenso interno si scatena una violenza inaudita. E perché Ahmadinejad, dopo la scomparsa di Gheddafi, è l`unico capo di Stato al mondo ad aver ripetutamente auspicato la scomparsa di un altro Stato: Israele. Non è normale, l`Iran, anche perché al suo interno è in corso da molti mesi una lotta di potere che non sembra escludere l`autodistruzione. Lo si diceva già del presidente Ahmadinejad, quando lanciava le sue provocazioni alla comunità internazionale per rinsaldare il sostegno dei nazionalisti laici e indebolire gli ayatollah. Ma ora la «Guida suprema» Khamenei, legittimo erede del khomeinismo, si è stancato delle manovre del presidente laico e ha deciso di rispondere da par suo. Della battaglia politica tra conservatori (Ahmadinejad) e ultraconservatori religiosi (Khamenei) si sono avuti in questi mesi segnali inequivocabili. Uomini influenti silurati dal clan opposto, bracci di ferro alla luce del sole, polemiche accese in parlamento. E se meritano credito alcune indiscrezioni provenienti da Teheran, la tensione tra i due «partiti» continua ad aumentare: Ahmadinejad avrebbe tentato di preparare la sostituzione di Khamenei, ma questi lo avrebbe scavalcato diventando più estremista di lui e tentando di rompere l`antico legame (che è militare ma anche economico) tra il Presidente e i reparti scelti dei Pasdaran. Siamo alla resa dei conti, dunque. Ma nel frattempo bussano alla porta novità sgradite. L`Agenzia atomica di Vienna ha diffuso un rapporto che senza grandi scoperte conferma la profonda ambiguità del programma nucleare di Teheran. I Grandi (Russia e Cina incluse, oltre a Usa, Francia e Gran Bretagna)- hanno sottoscritto un testo di compromesso nel quale chiedono agli iraniani di aprire le porte agli ispettori dell`Onu per verificare i sospetti dell` Aiea. Israele ha avvertito che per il nucleare iraniano si avvicina il punto di non ritorno, e un acceso dibattito sì è aperto a Gerusalemme su benefici e rischi di una azione militare preventiva. Gli Stati Uniti hanno varato nuove sanzioni contro la banca centrale e il sistema finanziario di Teheran, e sono vicini a misure dirette contro i proventi delle esportazioni petrolifere. L`Europa ha promesso di seguire, almeno in parte. Mentre si scambiavano colpi bassi, Ahmadinejad e Khameneí non possono non aver sentito puzza di bruciato. Non possono non essersi resi conto che di questo passo entrambi diventeranno responsabili dello strangolamento economico dell`Iran, e forse di una sua parziale distruzione. Teheran ha ragione, quando dice che il Trattato anti-proliferazione consente il nucleare civile. E si può anche capire che l`Iran si senta minacciato dagli armamenti americani nel Golfo e in Afghanistan (ora non più in Iraq), dal deterrente atomico israeliano (non ammesso) e da quelli indiano e pachistano. Ma l`altra faccia della medaglia autorizza abbondantemente il sospetto che il programma dell`Iran punti a raggiungere almeno la capacità nucleare, se non un vero e proprio armamento. E diventa allora impossibile dimenticare le folli minacce di Ahmadinejad a Israele, come diventa inaccettabile la proliferazione atomica che seguirebbe in una regione già tanto instabile. Un conto alla rovescia è partito. Israele si sta preparando a prendere l`iniziativa (forse ora non avrebbe più bisogno del placet Usa per sorvolare l`Iraq)? L`America che entra nell`anno elettorale ha detto più volte di vedere ìn un attacco più pericoli che vantaggi (si pensi tra l`altro a un prezzo del petrolio che andando alle stelle potrebbe provocare il collasso dell` economia mondiale), ma chi può essere certo che il ragionamento valga anche alla vigilia delle elezioni, se queste si presentassero male? E poi, le nuove sanzioni non basteranno da sole a mettere l`Iran in ginocchio, mentre l`appoggio russo e quello cinese rivelano qualche stanchezza? I due contendenti di Teheran queste domande devono essersele poste. Il loro istinto è stato dí rispondere mostrando i muscoli (ma i distinguo sono subito ricominciati, Khamenei si è dissociato dalle vacue minacce sul blocco di Hormuz). O forse la lotta tra i due ha favorito l`ulteriore ascesa del potere dei militari. Comunque si tratta di un brutto segnale. E bisogna essere davvero ottimisti per pensare che gli iraniani abbiano voluto imitare i nord-coreani, e che abbia ragione il ministro degli esteri Salehi quando offre la ripresa del negoziato.