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 2012  gennaio 04 Mercoledì calendario

UCCISO IL RAÌS, IN LIBIA CI SI SCANNA PIÙ DI PRIMA


La guerra civile sarà pure terminata ma la Libia pare ancora lontana da una reale pacificazione. È infatti di sei morti e 18 feriti il bilancio degli scontri armati scoppiati ieri a Tripoli tra miliziani di Misurata e le forze del Consiglio nazionale di transizione. I combattimenti sono avvenuti davanti alla vecchia sede dei servizi segreti, a Sidi Qifla, e testimoni hanno riferito che al termine degli scontri le forze governative hanno ripreso possesso dell’edificio, occupato dai miliziani definitisi «rivoluzionari». In serata la situazione sembrava sotto controllo anche se le milizie si sono affrontate a colpi di mitragliatrici di grosso calibro. A Tripoli rimangono ancora diversi gruppi armati che si sono installati in palazzi e sedi istituzionali e che il governo ha rinunciato a disarmare per evitare l’esplosione di ulteriori violenze.

«RISCHIO NUOVA GUERRA»

A conferma di come episodi del genere siano più frequenti di quanto non emerga dai media il presidente del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) Abdel Jalil, in una dichiarazione ad al-Arabiya, ha per l’ennesima volta avvertito che il Paese rischia di precipitare in una guerra civile.
All’instabilità della Libia contribuiscono i contraddittori rapporti con i Paesi occidentali e arabi che hanno aiutato il Cnt a rovesciare il regime di Gheddafi e che dovevano dare il via a una missione militare di stabilizzazione già più volte rinviata. Da un lato le autorità libiche non vogliono la presenza di truppe straniere ma dall’altro non sono in grado di disarmare le milizie e assicurare un minimo controllo del territorio, degli spazi aerei e marittimi e delle frontiere. Nell’ultima settimana in almeno due occasioni le guardie di frontiera tunisine hanno sostenuto scontri a fuoco con gruppi armati libici che cercavano di varcare il confine di notte. Anche i lealisti, fedeli al regime di Gheddafi, sembrano ancora attivi. Nove di loro sono stati arrestati con l’accusa di preparare un complotto per rovesciare il governo la sera di Capodanno. Lo ha detto il comandante del Cnt di Tripoli, Abdullah Naker. «Avevano esplosivi acquistati al mercato nero. Ora li stiamo interrogando». Ha persino ripreso a trasmettere dalla piattaforma satellitare Nile Sat l’emittente televisiva filo-Gheddafi al-Jamahiriya, riattivata grazie ai fondi dei sostenitori del raìs residenti all’estero. Furiosa la reazione del Cnt che ha chiesto alle autorità egiziane di oscurare il nuovo canale minacciando di cacciare l’ambasciatore egiziano a Tripoli, a conferma di come i nuovi padroni della Libia temano ancora i lealisti. Saif al Islam, secondogenito di Gheddafi catturato dai miliziani di Zintan e lì detenuto in attesa del processo, ha denunciato a Human Rights Watch che circa 10 mila sostenitori del vecchio regime «sono attualmente rinchiusi in carcere a Bengasi, Misurata, Tripoli, Zawiya e Zintan».

AL QAEDA NE APPROFITTA

Il disordine che regna in Libia sembra inoltre favorire l’insediamento dei miliziani di Al Qaeda che ha sempre potuto contare su molti aderenti libici incluso Abu Yahya al Libi, catturato in Afghanistan e poi evaso dal carcere di Bagram nel 2005. Secondo la Cnn che cita fonti locali, Ayman al-Zawahiri avrebbe inviato in Libia una cellula già nel maggio scorso per costituire una milizia che oggi conterebbe circa 200 combattenti nella Cirenaica orientale, vicino al confine egiziano. Un allarme lanciato nei mesi scorsi anche dai servizi segreti di Algeri mentre in dicembre proprio al-Libi ha inviato un messaggio video ai giovani libici invitandoli a battersi per scongiurare che il Paese divenga filooccidentale.

Gianandrea Gaiani