Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 04 Mercoledì calendario

MONTAIGNE E LA GENETICA: LE CHIAVI PER CAPIRE PROUST

Come suggerisce Roland Barthes, la Recherche è un amalgama maturato da una lunga, protratta indecisione: quella tra un Proust allievo dei «moralisti» classici francesi (e quindi attratto dalla concentrazione-concisione dell’aforisma) e un Proust scrittore-narratore. A rigore, le due prospettive sono alla fine armonizzate al punto da non essere separabili. Eppure, è tale la forza autonoma di tante massime e sentenze sciolte lungo il flusso narrativo da giustificare la tentazione di scorporarle e «antologizzarle»; tentazione che ha prodotto, finora, esiti spesso discutibili, a metà fra il trailer filosofico e gli high lights, come se la Recherche fosse riducibile a un lotto di sequenze mentali o arie «memorabili», fino a esserne liofilizzata e irrigidita.
Consapevole del carattere polifonico e dinamico dell’opera, Patrizia Valduga ha invece organizzato il suo Breviario proustiano (in cui alle massime e agli aforismi sono accostati «pensieri» spesso estesi e complessi) come una rete di rapporti insieme cognitivi e sonori, aiutata in maniera decisiva dalla traduzione di Giovanni Raboni. In questo modo, le due prospettive proustiane non vengono mai separate: privilegiare la prima è solo un mezzo per alludere o accedere alla seconda, come se ogni cellula melodica o armonica evocasse sia il fraseggio che la grande forma «aperta» della composizione; o come se singole stelle, costellazioni o nuclei pulviscolari (pur brillando di luce propria) restituissero costantemente la struttura mobile e metamorfica della galassia.
E, in questo modo, il Breviario diventa non solo una sintesi della visione proustiana (filosofica, sociale ed estetica), ma anche la cerniera in cui convergono e traspaiono le fonti primarie di quella stessa visione: da una parte proprio i moralisti classici (da Montaigne a La Bruyère a un La Rochefoucauld spesso omaggiato con citazioni dirette o indirette); dall’altra le diverse letture scientifiche (il Darwin botanico, la biologia, la neurologia, persino la genetica). Del resto, è una convergenza inevitabile, dettata dalla comune direzione di ricerca: lo scavo disincantato e disilluso sulla «natura umana», sull’insieme di «passioni, caratteri e costumi» che la compongono. E può essere sorprendente — per chi concepisca e percepisca la Recherche solo come un capolavoro letterario — scorgerne in quest’ottica il profondo respiro naturalistico: un naturalismo, va da sé, che non appiattisce mai la realtà sul realismo, invece descrivendone e penetrandone gli stati (gli strati) come prodotti di una continua ridefinizione del rapporto tra la mente e il mondo esterno.
Emerge così come nella visione proustiana — in continuità non solo con la scienza del suo tempo, ma con quella a noi contemporanea — tutti i più raffinati comportamenti culturali siano sottodeterminati dalle spinte adattative («non agiamo alla cieca, ma scegliendo, come le bestie, la pianta che ci fa bene»), cioè da strumenti di sopravvivenza i più vari e collaudati, dal desiderio all’abitudine, dalla rimozione all’autoinganno. Guidati dai vincoli di forze sia interne a noi stessi («il nostro inconscio, a volte, è più chiaroveggente di noi») che esterne (l’elasticità del tempo e dello spazio, che rende transitori i dolori come gli stati di grazia), siamo meno stupidi e meno infelici di quanto crediamo, ma anche meno liberi: vedi la paralisi pervasiva della «mancanza di volontà» (contro cui Proust stesso ha a lungo lottato) o — a rovescio — il potere conoscitivo della «memoria involontaria», solo mezzo per arrivare alle profondità ultime e più vivide delle sensazioni e dei ricordi.
Ma questa incidenza deterministica — come dimostra bene la scelta della Valduga — non è un burattinaio tirannico: i vincoli che esercita la natura sulla cultura non sono vicoli ciechi. Semmai, prendere atto di una simile incidenza vuol dire familiarizzare con una serie di acquisizioni (neuro) psicologiche controintuitive, a un tempo sgradevoli e liberatorie: per esempio, la stratificazione della nostra identità (un «succedersi di io giustapposti ma distinti, destinati a morire uno dopo l’altro»), l’illusorietà dei rapporti sociali («L’esperienza di sé è l’unica vera») e quella di poter separare i tempi della nostra vita affettiva («Gli uomini sono esseri anfibi, immersi simultaneamente nel passato e nella realtà attuale»).
Il vertice di questa tensione conoscitiva — in cui si rivelano convergenze impressionanti tra la Recherche e le teorie più recenti delle neuroscienze, come quella di Gerald Edelman — è la descrizione degli stati mentali in tutte le loro gradazioni pure e intermedie (coscienza e inconscio, veglia e sonno, ricordo e sogno); basta leggere — tra le tante — la descrizione del risveglio, consistente non tanto «nel farci accedere alla vita chiara della coscienza», quanto «nel farci perdere il ricordo della luce attenuata in cui riposava, come nella profondità opalina delle acque, la nostra intelligenza».
Ed è proprio questo succedersi di imprevedibili paesaggi «molecolari» (da cui si irradiano poi quelli più vasti, cioè le leggi e i principii universali) a spiegare il paradosso più intimo della Recherche: ogni volta che ci mette di fronte a una disillusione o a un disinganno, il libro — l’incessante dischiudersi della sua musica — ci offre la forza e l’immaginazione per oltrepassarli.
Sandro Modeo