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 2012  gennaio 03 Martedì calendario

NON SO VOI MA IO NON AVEVO MAI SENTITO LA PAROLA PATONZA



Non so voi, ma io non avevo mai sentito la parola «patonza» prima che il cinepanettone dell’alta politica italiana, oggi un’intercettazione, domani le confidenze d’una escort, ne facesse una parola chiave. Dico la parola, e non la cosa alla quale rimanda, che invece era nota da tempo.
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Non si può dire, insomma, che il Cavaliere, in quasi vent’anni di protagonismo politico, non abbia fatto nulla per l’Italia: ne ha arricchito il vocabolario, e anche il repertorio di barzellette sozze. Adesso dichiara, come buon proposito per l’anno nuovo, che resterà in politica a vigilare, non è ben chiaro se da premier o da pensionato illustre, sul destino del suo partito. Arricchirà, vedrete, anche il repertorio nazionale d’aneddoti su arteriosclerosi e senilità, come non si stanca di fare Fidel Castro a Cuba.
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«Quando ho lasciato [Hollywood] non riuscivo nemmeno a pronunciarne il nome. Dicevo “quel posto là”. Vuole sapere cos’è per me “quel posto là”? Una volta, mentre camminavo per una strada di Beverly Hills, vidi una Cadillac lunga quanto un paio di case, e fuori dal finestrino le curve flessuose d’una pelliccia di visione dalla quale spuntava un braccio, e alla fine del braccio una mano stretta in un guanto di pelle scamosciata bianca che s’arricciava intorno al polso, e nella mano una ciambella morsicata» (Dorothy Parker, L’arte della narrazione, in The Paris Review. Interviste, vol. 1, Fandango 2009).
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Spiritoso, le aveva dato della «culona» e lei, la Merkel, ha ricambiato la cortesia scavandogli la fossa con una telefonata al Quirinale. Così la raccontano, almeno, le gazzette americane, subito smentite dalla presidenza della repubblica e dalla stessa cancelleria tedesca. Ma le autorità, dovendo scegliere tra verità vera e verità diplomatica, scelgono quasi sempre la prima, quindi rimane il sospetto che per una volta sia stata fatta giustizia.
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Anche Alessandro Sallusti, con un titolone in prima pagina, assicura che «è stata la culona», in combutta col «terùn», come Bossi chiama il presidente della repubblica, a destituire il Cav. Ribadisce il concetto nell’editoriale, pestando mazzate a tutti i nemici della buona causa. C’è però anche un secondo editoriale, di Vittorio Feltri, dove «la culona» non viene nemmeno nominata e, quanto alle dimissioni di Silvio Cesare, si dice che «erano nell’aria», dunque non le ha cucinate Berlino. Ma niente paura. Pare che gli antipsicotici d’ultima generazione, tipo Rizen o Xenazina, tengano la schizofrenia sotto controllo.
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Chiunque sia stato, comunque sia avvenuta la defenestrazione, se per sfinimento della maggioranza, come pensa Feltri, o per effetto d’una congiura, come tromboneggia Sallusti, una cosa è comunque certa: nel 2012 la parola chiave non sarà «patonza» ma «loden».
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Tramontata la patonza, sale la stella delle tasse, di nuovo «bellissime» come ai tempi dell’ultimo governo Prodi. Non ci resta, dunque, che pregare la «versione bocconiana dello Spirito santo», come ha scritto sul Corriere Piero Ostellino, che è «un liberale» ma che, stimando per quel che vale il Manovrone dei «burocrati d’alto rango», comincia «a capire i vecchi comunisti». Dateci tempo e, dopo i vecchi comunisti, capiremo anche i vecchi sporcaccioni.
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«In Le Rouge et le Noir, sotto la parola fine Stendhal in tono scherzoso ci rivolge un monito assai grave: “Il lato negativo del regno dell’opinione, che d’altronde procura la libertà, è che s’immischia in ciò che non la riguarda: per esempio, nella vita privata”. Usanze che in Francia si consolidano nel primo trentennio del diciannovesimo secolo. Orbene, la pubblica opinione è l’istanza fondamentale della morale borghese. La stampa, violando i segreti di concerto con la polizia, coi medicim coi delatori, coi benpensanti, appaga la pubblica opinione e se ne fa l’araldo. Non a caso gli scrittori del del diciannovesimo secolo sono ossessionati dai travestimenti, dai complotti, dalla commedia dei mondi sotterranei. La nuova società teme l’occulto, la massoneria, l’abuso sessuale: tutto ciò che, fuori della sua presa, circonda peraltro l’ordine stabilitro» (Roger Kempf, Dandies. Baudelaire e amici, Bompiani 1980).
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Ma siamo sicuri che Eugenio Scalfari, quando su Repubblica accredita a Mario Monti «competenza, padronanza degli argomenti, ironia e autoironia, furbizia tattica e sapiente strategia», aggiungendo che «personaggi di quella taglia se ne vedono pochi in giro in Italia e anche in Europa» e che a lui, Scalfari Eugenio, che pure ne ha «conosciuti parecchi, sono venuti in mente» soltanto «Vanoni e Andreatta, La Malfa e Visentini, Schmidt e Jean Monnet», stesse parlando proprio dell’attuale presidente del consiglio? Non vi sembra piuttosto che, per interposto bin Loden, stesse parlando di Io?
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Si tratta, comunque, d’esagerazioni. Monti ha le sue qualità, tanto da essere considerato un genero ideale dai tedeschi, gli stessi tedeschi a cui Hitler sembrò un Führer ideale, ma bisogna andarci piano coi complimenti e fare più attenzione alla logica formale. Eviterei, per esempio, di sostenere che il premier tanto amato dai «non è un tecnico e non è un economista», ma «è un finissimo uomo politico». Se non è un tecnico, se non è un economista, ma al contrario è un politico tra i più scafati, cioè l’ennesimo incompetente, che cosa ci sta a fare a Palazzo Chigi, e cosa bisogna pensare di chi ce l’ha messo?
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«Diversi e incombenti pericoli minacciano l’eroina e l’eroe [dei film]. Rischi che risultano illusori e inefficaci, gli spettatori sanno molto bene che il film deve durare un’ora, fatto importante che assicura agli eroi un’immortalità di 60 minuti. Un’altra consuetudine (_) è l’inumano coraggio dei protagonisti. Gli dicono che stanno per morire e loro sorridono; sorridono anche gli spettatori» (Jorge Luis Borges, Borges al cinema, Il Formichiere 1979).