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 2012  gennaio 03 Martedì calendario

2012 LAVORO ZERO

Cronache da un paese sbriciolato. Non solo Fiat, Fs e Fincantieri, il panorama italiano che emerge dai tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo economico è quello di un arcipelago vastissimo che crolla sotto il peso del lavoro che vola via. Da Nord a Sud, dall’acciaio alle telecomunicazioni, il 2012 che si apre rischia di essere peggio del 2011 appena trascorso. Gli ultimi dati, forniti dal Centro studi di Confindustria parlano di 230 stati di crisi seguiti dal ministero ora presieduto da Corrado Passera. Crisi aziendali più o meno risalenti nel tempo che riguarderebbero circa 300 mila dipendenti, 40 mila dei quali a rischio immediato di licenziamento.
Non è facile districarsi tra casse integrazioni in scadenza, mobilità in avvio, amministrazioni straordinarie, trattative per un passaggio di mano e chiusure definitive. Quel che è certo, tuttavia, è che i numeri di Confindustria peggiorano quelli diffusi poco più di due mesi fa dalla Cgil. A fine novembre, infatti, uno studio del maggiore sindacato italiano censiva 191 casi dal 2008, l’anno zero della crisi: “La cosa che più preoccupa – dichiara Giorgio Airaudo della Fiom – è che nonostante gli annunci nemmeno uno è stato veramente risolto”. Nel solo 2011 negli uffici del ministero si sono tenuti 122 incontri tra le parti sociali (praticamente uno ogni tre giorni) per affrontare le crisi di una novantina di aziende. E risalendo fino al gennaio 2008, il conto dei “verbali di riunione” del Dipartimento per l’impresa arriva a 530.
La lista dei principali settori coinvolti è guidata dall’automotive, con 29 tavoli aperti, da quello ormai chiuso dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, dove 1.312 operai attendono ora l’annunciato piano industriale dell’imprenditore Massimo Di Risio che dovrebbe rilevare l’impianto, a quella dell’Irisbus Iveco (gruppo Fiat Industrial) in Valle Ufita (Avellino) con 628 lavoratori in cassa integrazione straordinaria per due anni a partire dal 1 gennaio.
Segue il settore telecomunicazioni, con 24 vertenze aperte. Tra queste l’ormai risalente Agile ex Eutelia, ex colosso dei call center. La Tbs telematic di Trieste ha formulato un’offerta d’acquisto che però salverebbe soltanto le sedi di Ivrea, Milano, Roma e Bari. Niente da fare per Torino, Bologna, Padova, Firenze, Napoli, Avellino e Rende. Dal piano di rilancio rischiano di rimanere fuori 800 lavoratori. Terzo classificato, con 20 tavoli di crisi, il chimico, settore in cui rientra la lotta della Vynils (futuro in bilico per Marghera, probabilmente nessun domani per Porto Torres). La crisi morde anche il settore tessile (16 vertenze) e non risparmia nemmeno i giganti, come la Miroglio di Alba, che ha comunicato a venti impiegati degli uffici del centro direzionale un anno di cassa integrazione a partire dal 1 gennaio.
Seguono, nella triste classifica della crisi, il settore elettrodomestici (10 vertenze), alluminio non ferrosi (sette), ferrovie (sei, tra cui quella dei lavoratori Wagon-Lits ancora mobilitati) e siderurgico (quattro). Capitolo a parte per la navalmeccanica, in sostanza Fincantieri. Il recente accordo con i sindacati (Fiom Cgil esclusa) che prevede esuberi per 1.243 lavoratori e nessuna certezza per gli stabilimenti di Castellammare di Stabia e Sestri, non soddisfa i lavoratori, come quelli di Palermo (cassa integrazione per 470) scesi in piazza ieri per le vie del capoluogo siciliano.
Ma a elencare tutte le realtà produttive a rischio sopravvivenza, non basterebbe il volume di un’enciclopedia: Omsa, Golden Lady, Nuova Pansac, Gambro, Alcatel, Xerox, Itierre, Valtur, Sigma Tau, Vibac, Airone Technic, Jabil, Lyondell Basell, Datalogic, Corden Pharma, Ciet... Nomi e numeri dietro ai quali si nascondono storie di donne e uomini in carne e ossa ai quali, oltre al danno della perdita del lavoro, non sarà nemmeno risparmiata la beffa del sapere che il 2012 è stato proclamato “Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni”. Sembra uno scherzo. Non lo è.