Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 3/1/2012, 3 gennaio 2012
UN’ESCALATION DETTATA DAI TIMORI SUL GREGGIO
L’Iran è un Paese che può essere governato male e andare avanti lo stesso. Trent’anni fa produceva sei milioni di barili di petrolio al giorno, oggi meno di quattro, mentre la popolazione è raddoppiata, da 40 a 80 milioni. Nel 1979, alla vigilia della rivoluzione, un dollaro valeva 70 rial ora ne servono quasi 18mila per un biglietto verde: più aumenta la tensione nel Golfo e più gli iraniani, temendo le sanzioni americane, accumulano valuta e la fanno sparire sotto il materasso o all’estero perché dalle banche non si possono ritirare più di 2mila dollari l’anno.
Eppure la repubblica islamica, così male amministrata, è rimasta in piedi, investe in costosi programmi nucleari e sofisticate tecnologie belliche, finanzia i movimenti radicali, da Hezbollah ad Hamas, sostenendo anche la Siria di Assad, pericolante alleato. Non solo, si permette di pagare un welfare state che nonostante i tagli rappresenta un efficace catalizzatore di consensi.
Tutto è possibile all’Iran, persino coltivare ambizioni da superpotenza regionale, a patto che gli sia consentito vendere il suo petrolio: oltre 70 miliardi di dollari l’anno scorso, il 60% delle entrate, l’80-90% dell’export. Sono gli incassi dell’oro nero che in questi decenni, attraversati da guerre sanguinose come quella contro l’Iraq o rivolte come l’Onda verde nel 2009, hanno consolidato il controllo da parte un’élite clericale e dei pasdaran, le guardie della rivoluzione, rafforzando il ruolo dello Stato come distributore di sussidi e ricchezza ma anche come agente di repressione.
Se salta il petrolio salta il sistema, un colpo che può essere più fatale di un attacco militare. Ecco perché la decisione presa a Capodanno dal presidente Barack Obama di firmare un decreto del Congresso che include sanzioni alle transazioni internazionali sul petrolio della Banca centrale di Teheran preoccupa non poco la leadership, spingendo i vertici a minacciare la chiusura di Hormuz. Obama probabilmente non applicherà subito il blocco, lasciandosi dei margini per vedere le reazioni dei mercati, esaminare la posizione degli alleati europei - alcuni come l’Italia preoccupati per i loro rifornimenti - e valutare le risposte di Teheran.
Ma non tutto quello che avviene nel Golfo dipende dalle tensioni internazionali. Sulle mosse di Teheran incidono la situazione interna e lo scontro tra la Guida suprema Ali Khamenei e il presidente Mahmoud Ahmadinejad. Khamenei si è stretto intorno alla cerchia dei generali, che lui stesso ha nominato, e ha annunciato di puntare esplicitamente su candidati militari alle prossime legislative di marzo e alle presidenziali del 2013.
L’escalation di Hormuz è forse legata all’obiettivo di Khamenei di ridimensionare Ahmadinejad e i suoi piani di trasformare la repubblica islamica in presidenziale, mettendo l’accento più sul nazionalismo persiano, collante millenario del Paese, che sul conservatorismo religioso degli ayatollah, distante dalle nuove generazioni.
C’è poi un altro dato che inquieta gli strateghi di Allah. L’Iran non può fare a meno dell’oro nero ma forse il mondo può rinunciare al suo petrolio (2,4 milioni di barili al giorno di export): la ripresa della produzione in Iraq e Libia non lo rende più indispensabile come in passato. La rendita petrolifera ha giocato nella storia iraniana un ruolo essenziale, dalle nazionalizzazioni di Mossadeq al golpe del 1953, dal ritorno dello shah all’ascesa di Khomeini: ha plasmato il carattere dello Stato frenando lo sviluppo di una società moderna. In sostanza la dipendenza dall’oro nero ha sempre bloccato ogni riforma: questa è la vera maledizione dell’Iran.