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 2012  gennaio 03 Martedì calendario

LA TRISTE FESTA DEI CONTABILE

L’euro ha inaugurato il 2012 confermando la sua debolezza sui mercati rispetto al dollaro. Niente di drammatico. Al limite una spinta alla competitività di un’economia decisamente catatonica. Però anche la rappresentazione manifesta della ben maggiore debolezza dell’Europa che gli sta dietro: stordita dalla crisi che l’ha sommersa ma nella quale ancora non ha trovato la forza per riemergere. In dieci anni la Cina è diventata la seconda potenza economica del mondo dopo gli Stati Uniti. Il Pil del Brasile ha sorpassato quello della Gran Bretagna. Cina e Giappone hanno appena deciso che i loro scambi commerciali non viaggeranno più in dollari ma in yuan e yen. L’Oriente brilla per dinamismo economico. L’Occidente non sembra più capace di ritrovarlo, con l’America di Barack Obama in difficoltà e l’Europa sempre più evanescente. Da mirabolante success-story, l’euro non è diventato (non ancora?) una default-story ma di sicuro una storia dall’incerto futuro. Decimo compleanno triste, depresso negli animi prima che, oggi, nell’economia. L’era dell’ottimismo, del volontarismo politico che l’aveva tenuto a battesimo si è dissolta insieme alle ambizioni del grande disegno europeo che fu e di cui mercato e moneta unica dovevano essere la pietra miliare. Oggi l’euro è diventato il club di 17 Paesi in gramaglie, flagellato dalle politiche di rigore e riforme senza il conforto della crescita economica, cioè dell’unica medicina capace di guarire tutti i malanni. Senza il supporto della fiducia degli europei e nemmeno di quella tra europei, ingrediente altrettanto essenziale per restituirgli un destino certo. Ci sono voluti 14 anni per partorire la moneta unica ma soltanto due per precipitarla sull’orlo del baratro. Eppure mai come oggi, con la globalizzazione che stravolge gli equilibri di forza mondiali regionalizzandoli e l’Europa che diventa sempre più piccola, leggera e periferica nel duro gioco della governance mondiale che abita il G-20, con la supremazia del dollaro che scricchiola e lo yuan che nel giro di altri vent’anni potrebbe rubargli il primato, l’euro dovrebbe essere la stella polare del continente. Invece da calamita irresistibile, scelta di aggregazione quasi obbligata per qualsiasi Paese europeo che volesse appartenere all’elite degli "eletti", si è trasformato in un corpo contundente, in una specie di sfollagente che non rassicura più nessuno né chi lo maneggia né chi lo subisce, direttamente o indirettamente. Perché? Certo, la crisi finanziaria globale gli ha inferto una violenta spallata. Ma i suoi guai vengono da molto più lontano e spiegano come mai in dieci anni di vita l’euro non sia riuscito a crearsi una vera identità europea, diffondendo invece una sensazione di spaesamento generale. Come mai l’euro, che avrebbe dovuto cementare l’Europa e farla protagonista mondiale, ha finito per dividerla, per di più incattivendola nella pratica quotidiana di un cinismo spietato. Come interpretare altrimenti la furia punitiva della Germania, il patto di rigore leonino imposto a Grecia & Co lesinando sui prestiti per evitare il peggio - in tutto meno di 300 miliardi - quando per puntellare la sola Hypo Real Estate, Berlino ha versato 140 miliardi? O i 1.240 miliardi di aiuti pubblici iniettati senza battere ciglio nelle banche europee, peraltro colpevoli degli stessi comportamenti irresponsabili di alcuni Stati dell’euro e peraltro anche beneficiarie, a differenza degli stessi Stati, dei generosissimi puntelli della Bce? Oppure la solita Germania che nell’ultimo biennio, grazie alla crisi del debito sovrano, ha guadagnato circa 9 miliardi finanziandosi sui mercati a tassi quasi-zero, cioè una cifra superiore agli 8 miliardi di sgravi fiscali decisi da Angela Merkel, come dire che i poveri greci hanno pagato per le tasse alleggerite dei ricchi tedeschi? Sono queste storie di ordinario anti-europeismo che lacerano il fragile tessuto connettivo dell’Europa e dell’euro, divorano il consenso tra la gente e alimentano la sfiducia reciproca tra Stati. Scavando trincee nazionaliste destinate alla lunga a infliggere danni ben peggiori dei micidiali attacchi dei mercati. L’euro nacque nel 2002 nell’Europa dei 15 già strapazzata da riunificazione tedesca e allargamenti scandinavi che ne avevano stravolto connotati, equilibri interni e persino psicologia, trasformandola in un’entità troppo eterogenea da governare secondo obiettivi comuni. Persi il senso e l’etica di famiglia, incrinato il vecchio sistema istituzionale comunitario eroso da crescenti tentazioni intergovernative, l’Unione cominciava ad assomigliare sempre più al consiglio di amministrazione dell’"Europa Spa": mentalità business-like, interessi nazionali in primo piano, governo del più forte, solidarietà ridotta al minimo indispensabile. Il tutto nonostante paradossalmente, grazie a mercato unico e euro, l’Europa si transustanziasse sempre più nei suoi Stati nazionali. La crisi è esplosa sopra e dentro questa Europa fragilizzata ma troppo integrata per rinunciare a se stessa senza danni. Un’Europa che ancora non ha metabolizzato né la crisi del suo modello, né la clamorosa crisi dell’asse franco-tedesco né la convivenza con la Grande Germania "pigliatutto" ma disorientata da eventi fuori persino dalla sua immaginazione. Risultato: l’Unione è alla deriva e, quando non riesce a ottenere il consenso collettivo, si spezzetta negli accordi intergovernativi manipolando con disinvoltura i Trattati Ue. In breve si auto-distrugge. Il salvataggio dell’euro, ritenuto indispensabile solo perché il crollo avrebbe costi ancora più proibitivi per tutti, tedeschi compresi, ora passa per il "fiscal compact". Che non è la vecchia unione economica che da subito avrebbe dovuto fare da contrappeso a quella monetaria ma non si fece per le profonde diffidenze tedesche verso il lassismo francese. Oggi il patto per l’integrazione delle politiche macro-economiche e di bilancio, che promette sanzioni automatiche e pesanti intrusioni nelle democrazie parlamentari dei vari Paesi membri, non prevede ammortizzatori di sorta. È semplicemente il prezzo che la Germania intende imporre ai Paesi meno disciplinati e meno convergenti per ridurre al minimo il rischio di doverli aiutare in futuro attraverso meccanismi di solidarietà finanziaria (che non a caso continuano a restare confusi). E per riuscirci pretende una nuova riforma dei Trattati Ue, incamminandosi in un negoziato difficilissimo nel quale l’Italia intende fare la sua parte fino in fondo perché di mezzo ci sono anche i criteri di valutazione del debito pubblico, cioè una delle chiavi che ha in mano il suo futuro. «La moneta non appartiene ai principi ma ai popoli» avvertiva un filosofo medioevale. Per ora l’euro pare il figlio di nessuno ma rischia di diventare la bandiera dei risentimenti della sua gente prostrata dall’austerità senza rapide speranze di crescita. I principi, meglio il principe tedesco ne è diventato l’arcigno guardiano con la Bce. Non per amore ma per forza. L’euro avrebbe invece disperato bisogno di ritrovare fiducia e consenso in se stesso. Ma come, in quest’arida Europa di modesti contabili senza visione?