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 2012  gennaio 03 Martedì calendario

Lo scrittore che visse per equivoco - Come stai, Cesarino? «Bene, grazie. Finché dura l’equivo­co »

Lo scrittore che visse per equivoco - Come stai, Cesarino? «Bene, grazie. Finché dura l’equivo­co ».Era il suo mantra.Nell’ar­guzia del veneto colto, anche il successo non poteva che derivare da un malinteso,non foss’altro perché gli aveva arriso in età ormai avanzata: il primo best seller, Impariamo l’italiano , 14 edizioni, 350.000 copie vendute, uscì quando ave­va già 62 anni. «Oggi m’è arrivato a casa un altro assegno per diritti d’autore, ma non so nemmeno io per quali libri. Fin­ché dura l’equivoco... ». Non poteva ricor­darselo: ne aveva scritti una ventina.L’ul­timo, uscito postumo da Rizzoli, si sareb­be intitolato proprio così: Finché dura l’equivoco . L’equivoco cessò per sempre nel 1992, finita l’Epifania, quella che tutte le feste si porta via, talvolta insieme con i doni me­no goduti. Fu un equivoco fino all’ultimo. Una stretta al cuore intorno alle 3 di notte, l’esortazione rivolta al nipote Alberto e al­la cognata Tullia, prontamente accorsi nella sua cameretta cenobitica: «Tornate a dormire, non è niente, passerà». Lo tro­varono morto nel suo letto all’alba del 7 gennaio, vegliato dalla Madonna seicen­tesca appesa sopra la testiera, alla quale, pur da laico inveterato, affidava con infan­tile abbandono i suoi sonni tormentati dalle apnee ostruttive: «Sai, Stefano, rus­so talmente forte da svegliare addirittura me stesso», e io, cretino, che pensavo fos­se solo una delle sue facezie. Se n’era an­dato secondo i suoi desideri. In silenzio. Tranquillamente. Senza l’accorrere di ambulanze ululanti,senza l’agodella fle­bo conficcato nel braccio, senza l’agitarsi di medici e infermieri al capezzale. Chiusa per sempre La bocca del leone che si spalancava a pagina 2 il lunedì, da vent’anni Cesare Marchi non tiene più compagnia ai lettori del Giornale . In que­sto 2012 ne avrebbe compiuti 90, essendo nato il 22 agosto 1922 a Villafranca di Vero­na, che lui chiamava «la Piccola Torino» per via del Quadrato e delle benemeren­ze risorgimentali, nella quale si dichiarò sempre «fermamente residente». L’ultimo ricordo che ho di lui è quello di una sfinge sorniona dal profilo creta­ceo, composta nel salotto di casa, col ter­mosifone spento e le finestre spalancate. L’avevano rinchiuso dentro un sarcofago di plexiglas collegato a una spina elettri­ca, simile a un carrello di dolci della Bin­di. L’apogeo per un goloso impenitente che Mario Cervi aveva ribattezzato, su cal­co rommelliano, «la volpe del dessert». L’indomani mi colpì il pallore altrettan­to spettrale di Indro Montanelli. Più flo­scio, il direttore del Giornale , del cappello che portava sulle ventitré per ripararsi dal freddo, ma ancora sufficientemente soldato da starsene per tutta la durata del­le esequie ritto in piediin onore dell’ami­co, sorretto con lo sguardo dal suo vice Pa­olo Granzotto. Un commiato struggente accompagnato dall’ Aria sulla quarta cor­da di Bach, espressamente prenotata da Cesarino per il suo funerale nel Duomo di Villafranca. Ci fece piangere con la sigla di Quark . Solo lui poteva riuscirci. Conobbi Marchi nel novembre del 1977. Ero andato a ritirare a casa sua- allo­ra non esisteva manco il fax- la prima pun­tata di una rubrica che, già famoso, aveva deciso di concedere a un piccolo mensile locale destinato a diventare un settimana­le e poi un quotidiano, Il Nuovo Veronese , del quale ero redattore capo e anche fatto­rino. Volle chiamarla La posta di Bertoldo . C’era,in quella scelta,la cifra umana e stili­stica di Cesare, scarpe grosse e cervello fi­no, cantore della gente comune, cultore della sapienza contadina allergico all’in­tellettualismo, maestro del castigat riden­do mores renitente alle mode, dispensato­re di buon senso, che aveva la­sciato l’insegnamento -«senza rimpianti, co­me del resto nep­pure la scuola aveva rimpian­to me» - per dedicarsi al giornalismo. «Se tu do­v­essi rinasce­re,preferire­s­ti un papà po­litico, lettera­to, calciatore, operaio od agri­coltore? », gli chie­deva Carlo B. da Isola della Sca­lain quel primo ap­p­untamen­to con i lettori. Marchi, con la sua Olivetti Lettera 22, aveva risposto: «Rivor­rei quello che ho avuto. Non era un politico né un lettera­to­né un calciatore né un opera­io né un agricoltore. Ma era mio padre», con l’aggettivo possessi­vo sottolineato a mano che esigeva il corsivo. Ancora non era comincia­ta l’epoca dei figlià la carte ,ordi­nati via Internet, figli della provet­ta, della banca del seme, degli ovu­li congelati, figli di tutto tranne che di un padre. Il suo - Agenore Mar­chi, un modesto impiegato statale - dovette contare molto per lui se nel 1990, a distanza di un quarto di secolo dal trapasso, lo scrittore ancora lo rimpiangeva, come confessò in una lettera che m’inviò per la morte del mio, un’elegia alla figura più eva­nescente di questa socie­tà bastarda perché orfa­na e orfana perché ba­starda: «Vorrei conso­larticon la solita, pie­tosa bugia: il tempo medica ogni ferita. Per quanto mi riguar­da, non ha medicato nulla. Scomparso il padre, ci si sente soli, disorientati. Col pas­sare degli anni il dolore, è logico, si atte­nua. Ma resta nel fondo dell’anima, indi­struttibile, un senso di malinconia, di inte­riore mutilazione. Qualcosa dentro di noi si spezza, per sempre. Credo che maggio­renni si diventi non a 18 anni, ma quando si perde il padre». Perciò mi parve doveroso che fosse tra i primi a sapere, due anni dopo, della mia imminente paternità. Andai a trovarlo, stavolta accompagnato, sempre nella ca­sa di Villafranca. «E così hai unito l’utero al dilettevole», si congratulò. Marchi chie­se alla gestante: «Posso offrirle un tè fred­do? ». Lei, intimidita dalla celebrità del personaggio, rispose con deferenza, co­me qualunque moglie delle nostre parti avrebbe fatto al posto suo: «Non si distur­bi, professore». Lo scrittore osservò com­piaciuto: «Però, che donna risparmiosa hai sposato!». Fra le comari della carta stampata circo­lavano, sul conto di Marchi, alcune mali­gnità da ballatoio. Un famoso collega mi chiese:«Ma è vero che è un po’...?»,e si stro­finò col dito indice il lobo di un orecchio. Vorrei rassicurarlo: nonostante non si fos­se mai sposato,ebbe per lungo tempo una liaison con una piacente signora e seppe avvolgere quel rapporto amoroso nell’as­soluta discrezione che gli era connatura­le. Anche Giorgio Gioco, patron del 12 Apostoli,il ristorante di Verona dove Cesa­rino creò l’om­oni­mo premio let­terarioed era so­litocoltivare «il più perdonabile e social­mente il meno pericoloso dei vizi capita­li »,la gola («l’unico che ricade su chi lo pra­tica », si assolveva), potrebbe testimonia­re d’essere stato suo inviolato ospite per setti notti in una suite della Costa Classica. In crociera nel Mediterraneo, gratis, Mar­chi­doveva presentare i propri libri e io ave­vo rinunciato ad accompagnarlo, decisio­ne che gli era risultata incomprensibile, non tanto sul piano dell’amicizia quanto su quello della convenienza: «Ma guarda che non si paga! Saresti ospite anche tu». Ecco,l’altra leggenda paesana che lo fe­riva era quella riguardante la sua tacca­gneria. «Io sono tirchio con gli avari e pro­digo con i generosi», reagiva sdegnato. In parte era vero. In parte no. Nel senso che a volte gli capitava di mettere la sua parsi­monia in conto ad altri, un po’ come fa il so­brio Mario Monti con gli italiani, per capir­ci. Esemplari, da questo punto di vista, le telefonate al quotidiano L’Arena .Allora le tariffe erano a scatti, in base alle distanze chilometriche. Cominciò così: «Ciao Ste­fano, sono Cesare Marchi. Mi potresti ri­chiamare, per favore?».Dopo una settima­na la formula divenne: «Qui Cesare Mar­chi,mi richiami?».Dopo un’altra settima­na: «Cesare Marchi».Dopo un’altra anco­ra: «Cesare», e riattaccava. Nonostante fosse un nostro collaboratore di rango, ero l’unico a rispondergli,essendo la colle­ganza, secondo la definizione che me ne diede un giorno Enzo Biagi, «odio vigilan­te », nel caso specificorafforzato dall’invi­dia­per la popolarità che il chiamante ave­va conseguito in libreria ( da Siamo tutti la­tinisti aQuando l’Italia ci fa arrabbiare , daBoccaccioaDante ),in televisione (Co­nosciamo l’italiano?durante l’ Almanac­co all’ora di cena,I segreti delle parolea Unomattina ,i testi per ilG.B. Show di Gino Bramieri su Raiuno), a teatro (Nino Manfredi gli fece visita a Vil­lafranca per supplicarlo di scrivergli una commedia sui vizi capitali). Fino a toccare la consacrazione nazional­popolare nel 1987, fotografa­to con Pippo Baudo, Betti­no Craxi e Rita Levi Montal­cini sulla copertina diTv Sorrisi e Canzoni . Pochi mesi prima di lasciarci ricevette persino una telefo­natadal presidente della Repubblica in persona. Francesco Cossiga era stato pun­zecchiato per aver citato erroneamente una frase dall’ Eneide di Virgilio - «Quan­tus mutatus ab illo» - parlando di Achille Occhetto, e cercava conforto nella Cassa­zione dei latinisti. Marchi non ebbe il co­raggio di riferirgli l’esatta versione: «Quantum mutatus ab illo». Da figlio di un impiegato dello Stato dovette sembrar­gli uno sgarbo istituzionale inammissibi­le correggere il capo di quello stesso Stato. Cesarino e il giornalismo non si prese­ro mai fino in fondo, forse perché non pos­sedeva né l’indole del giramondo né la scapestrataggine del cronista. Era salito sull’aereo una sola volta. Assunto alla re­dazione di Trento del Gazzettino , resistet­te due giorni. Il suo terrore era di cadere malato lontano da casa: «Chi mi portereb­be il brodino caldo a letto? ». Aveva esordi­to nel 1948, fresco di laurea in lettere, sul­l’ Osservatore Romano . Direttore del gior­nale vaticano (lo fu per 40 anni) a quel tempo era il conte Giuseppe Dalla Torre di Sanguinetto. Per ingraziarselo, Marchi non esitò a raggiungere l’omonimo paese della Bassa Veronese «in sella a una bici­cletta Volsit, sottomarca della Bianchi»,ri­evocava. Qui intervistò un altro professo­re prestato al giornalismo, Giulio Nascim­beni, il quale, essendo nativo di Sangui­netto, fu prodigo di notizie storiche sul lo­cale castello scaligero. L’elzeviro venne prontamente pubblicato dal quotidiano della Santa Sede. Altri ne seguirono. Fino a quando Cesarino non propose al diretto­re un articolo su Lesbia, l’amante di Catul­lo. «Lei sarà anche un grande giornalista, ma è anche un grande ingenuo», gli diede il benservito l’uomo di fiducia di Pio XII. Dalla Torre non aveva tutti i torti. Anzi. Fino all’ultimo Marchi conservò intatto questo suo candore, che lo portava a eser­citare più l’ironia del sarcasmo e a conte­nersi in una dimensione domestica che lo preservasse dagli affanni della vita. Era un uomo badiale, di gusti frugali. Bastava stendere una tovaglia per vederlo materia­­lizzarsi e, più ancora, per vederlo felice. Le sue preferenze andavano ai piatti della tra­dizione. Una domenica ci trovam­mo a Cavaion per un inarrivabile baccalà, cucinato da una vecchiet­ta in un’osteria dove tre gatti son­necchiavano sui tavoli già apparec­chiati. «Buon segno», commentò imperturbabile.Rammentoun’epi­ca serata con Pier Quinto Cariaggi, l’impresario italiano di Frank Sina­tra, sua moglie Lara Saint Paul, l’at­tore Fabio Testi e altri amici: fu l’uni­co a superare indenne il menù mo­notematico a base di polenta esi­sàm ,una preistorica e ormai estin­ta pietanza per stomaci forti, albo­relle del lago di Garda fritte nell’olio e poi stufate nella cipolla. Parimenti memorabili i pranzi in riva al Mincio con Indro Montanel­­li, che lungo il tragitto Milano-Cor­tina d’Ampezzo ordinava sempre al fido autista Enzo Maimone una deviazione verso l’Antica locanda di Borghetto, dove Luchino Viscon­ti aveva girato Senso . Tappa d’obbli­go, considerato che l’amico del cuo­re abitava ad appena 10 chilometri di distanza. Tortellini al burro fuso e parmigiano. Sennonché il pada­no Marchi usava guarnire con bur­ro e grana anche la pasta e fagioli, suscitando le ire del toscano, che in­vece si limitava a un giro d’olio e auna macinata di pepe. Cesare Marchi era morto da un paio d’anni quando regalai a Montanelli, in una cornice d’argento, la foto di uno dei loro incontri. A Indro s’inumidirono gli occhi: «Non sai quanto mi manca!». Per rincuorarlo, gli obiettai che poteva anco­ra contare su Giancarlo Perna, il quale co­me fustigatore di costumi non era (non è) secondo a nessuno. «Hai ragione», rispo­se Montanelli, «ma, vedi, quando Perna scrive è cattivo, mentre Cesarino era buo­no ». In effetti, nei tre lustri in cui ebbi il pri­vilegio di frequentarlo, neppure una vol­ta lo udii parlar male di qualcuno. Di nes­sun altro potrei dire la stessa cosa. Quando nel 1995 approdai come vice­direttore in quello che era stato fin dalla fondazione il suo giornale, si presentò nel mio ufficio Sandra Artom, che curava la terza pagina. «Dunque tu sei nipote di Ce­sare Marchi », ammiccò con l’aria compli­ce di chi ritiene di saperla lunga. Dovetti deluderla. Però un complimento così bel­lo in vita mia credo di non averlo mai più ricevuto.