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 2012  gennaio 03 Martedì calendario

Troppi amici non c’erano? Io so che era giusto esserci - Il mondo è popolato di cretini. Vi sono cretini presenti e cretini as­senti

Troppi amici non c’erano? Io so che era giusto esserci - Il mondo è popolato di cretini. Vi sono cretini presenti e cretini as­senti. Una prova di più l’abbiamo avuta ieri ai funerali di don Verzé a Illasi, vicino a Verona. Io ho pensa­to giusto andarci arrivando da ca­sa mia tra Ferrara e Rovigo, poco lontano. Altri, pensavo, saranno andati a salutarlo nella camera ar­dente a Milano. Forse è per questo che non li vedo qui. E invece il te­ma unico dei giornalisti era: non è venuto nessuno, nessuno di quelli così vicini a don Luigi e che tanto hanno avuto da lui. Nessuno. Né a Milano né a Illasi. Ho cercato di darne una spiegazione. Con sprez­zo del pericolo, e opportune consi­derazioni, Massimo Cacciari c’era. E infatti, contrariamente ai molti amici di don Verzé, milita a sinistra. Per fortuna c’ero io che non ho avuto niente da lui se non una stima di principio. E nessun fa­vore. E nemmeno una cattedra. Io c’ero perché c’ero. Ai facili riferi­menti agli amici assenti ho con­trapposto la domanda: «Ma la De Monticelli c’era?». Titolare, nel­l’università Vita-Salute del San Raffaele, della cattedra di filosofia della persona. Non era più una per­sona frequentabile don Verzé? Co­sì sembrerebbe. Ma gli ha reso ono­re Marco Pannella ricordando i suoi libri e le sue conversazioni con il cardinal Martini dove aveva manifestato una posizione radica­le­ su argomenti spinosi come il rap­porto tra la religione e la scienza (come me, anzi io come lui, don Verzé pensava che se Dio è grande e onnipotente non può non com­prendere la scienza e limitarne la ricerca con gli esiti utili alla salute dell’uomo). Dio è tutto e non ci può essere contraddizione tra evo­luzionismo e creazionismo. Non era eretico don Verzé ma,per il be­ne dell’uomo, non faceva crociate contro gli anticoncezionali e i pre­servativi che riteneva utili a evita­re malattie ed epidemie. È anche piuttosto strano che un Papa o un cardinale si mettano a questiona­re su un palloncino di gomma. Don Verzé non riteneva inconcilia­bili fede e ragione per il bene del­l’uomo, utili l’una e l’altra e l’una all’altra. Di più: è inimmaginabile che abbia fatto alcunché per inte­resse avendo perseguito la guari­gione dei malati come obiettivo principale e con straordinari risul­tati. Per questo non può aver cerca­to di truffare o rubare danaro per­ché come tutti gli uomini di potere disponeva senza preoccuparsi (questo è un suo errore) di come fossero amministrati i soldi. Perse­guirlo fu una inutile violenza. Egli era il capo, non il cuoco: non stava in cucina, anche se disponeva del cibo. Dicendo queste cose ai gior­nalisti a Illasi ho trovato il solito provocatore che mi ha investito de­finendomi «il Marinetti delle stronzate» e da lì una piccola pole­mica su chi non vuole ascoltare ed è sempre pronto a giudicare. In re­altà la cosa più forte che io ho pen­sato e ho detto è che in questo ra­zionalista cristiano la violenza del­le accuse avesse determinato uno sconforto non diverso da una pato­logia fisica. Un dolore interiore al quale era preferibile una buona morte davanti alla fine di ciò in cui aveva creduto e per cui aveva com­battuto. Se il fallimento del comu­nismo, ed altri fallimenti, avevano condotto Lucio Magri alla scelta di interrompere la vita per delusio­ne, sconforto, mancanza di moti­vazioni, qualcosa di simile - ho pensato - deve avere attraversato la mente di don Verzé. Una consi­derazione ardita ma suggerita dal­la singolare coincidenza dei tem­pi. I funerali sono stati seguiti da molte persone ma non c’era nessu­no dei soliti noti. Male? Bene? Pau­ra? Vigliaccheria? Ognuno ha deci­so come ha voluto. Io so che nel ri­cordo di un uomo giusto era giusto esserci.