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 2012  gennaio 03 Martedì calendario

TUTTI IN FUGA DAL FUNERALE

Anche il proverbio invec­chia: «Chi muore giace e chi rimane si dà pace». Bi­sogna aggiornarlo così: «... e chi ri­mane si dà alla fuga ». Ai funerali di don Luigi Verzé, fondatore del­l’ospedale San Raffaele, il miglio­re d’Italia, un’autentica eccellen­za europea, i big della politica non c’erano.In effetti,si sono notate di più le assenze delle presenze, a di­mostrazione che per chi finisce in disgrazia finiscono anche le amici­zie. Negli ultimi tempi il prete ultra­novantenne, che aspirava ad al­lungare la vita ( attiva) degli uomi­ni, era stressato. Dopo mezzo se­colo e passa di lavoro, dopo avere concepito e realizzato un’opera grandiosa, dopo avere aiutato una folla di ammalati, dopo avere intessuto relazioni con personag­gi importanti di ogni campo, è sta­to abbandonato da tutti. Peggio: denigrato, oltraggiato, sfottuto, fatto oggetto di satira meschina e volgare. Un comico gli ha augura­­to di tirare le cuoia, ignorando che l’evento più probabile della vita è la morte; se poi quella vita si è acce­sa nel 1920, e se da quattro-cinque mesi viene presa a sputi da una pubblicistica crudele, preconiz­zarne la conclusione non signifi­ca essere buoni profeti, ma iettato­ri, avvoltoi, sciacalli. Don Verzé era angosciato per­ché i conti dell’ospedale erano in disordine, un buco di un miliar­do. Un disastro provocato da chi e da che cosa? C’è poco da fantasti­care. Non è il caso di pescare nel­l’inesauribile bagaglio della dietrologia come hanno fatto molti signori dell’informa­zione. Macché bella vita. A 91 an­ni il problema non è il bunga bun­ga o roba del genere. Né la mania di grandezza, che don Luigi peral­tro non aveva. Si vada piuttosto a indagare nel novero dei fornitori e si verifichi se sono diventati ric­chi e come. Si controllino le fattu­re, se sono proporzionali alla quantità di merce e dei servizi for­niti.
Il sacerdote veronese non era un amministratore diffidente, ma fiducioso nel prossimo, e chissà quanti lo hanno fregato. Sia come sia, nel momento in cui è stato tra­volto dalla macchina giudiziaria e dai resoconti malignazzi dei gaz­zettieri, egli è piombato in una sor­ta di depressione, gli sembrava di subire un’ingiustizia.E di ingiusti­zia si trattava. Una creatura stu­penda quale il San Raffaele non può essere dimenticata né sotto­valutata solo perché è in difficoltà finanziarie. E il suo creatore non può essere considerato di punto in bianco un malfattore, trascu­rando che fino a ieri era portato in palmo di mano.
Se è vero che gli alberi si giudica­no dai frutti, e gli uomini dalle ope­re, don Luigi non meritava di esse­re bastonato: ciò che ha fatto è lì da ammirare, un ospedale model­l­o di efficienza anche nella ricerca oltre che nella cura degli ammala­ti. Niente da fare. Hanno deciso di dargli addosso e lo hanno massa­­crato, inventandosi perfino che fosse spretato mentre era stato semplicemente richiamato per avere celebrato una messa fuori dalla sua «giurisdizione». Capirai che «reato».
Circondato da una fitta siepe di balle, insultato e dileggiato da un crescente numero di metaforici la­pidatori, il prete dei malati si è sen­tito solo e indifeso, e solo e indife­so è morto. Finito il 2011 è finito anche lui. Morire di crepacuore non è di moda. È un privilegio - o una condanna, dipende dalle opi­nioni- riservato a gente all’antica, galantuomini d’altra epoca im­pregnati di valori scartati come ca­scami retorici dal rampantismo globalizzato.
Non sono state esequie solen­ni.
Una cerimonia sbrigativa, po­chi dolenti, alcuni quasi imbaraz­zati; il canto vibrante di Al Bano, che ha intonato l’Ave Maria,è sta­to l’unico omaggio genuino reso al prete dimenticato. Non da tutti però: Massimo Cacciari c’era e gli ha portato la sua testimonianza di collaboratore fedele; c’erano an­che Vittorio Sgarbi, l’attore Rena­to Pozzetto, l’ex ministro Ferruc­cio Fazio, Guido Podestà, presi­dente della Provincia di Milano, e Vittorio Malacalza, consigliere d’amministrazione della Fonda­zione San Raffaele. Pochi ma buo­ni.
Sono mancati all’ultimo appun­tamento con don Verzé troppi ex amici. Probabilmente colpiti dal­la sindrome rancorosa del benefi­cato, assai diffusa tra gli umani in­clini a considerare la gratitudine il sentimento della vigilia. Cosic­ché don Luigi è stato portato via in fretta come un qualunque curato di campagna. L’indagine su di lui si archivia. Ma il San Raffaele re­sta dov’è, a disposizione dell’uma­nità sofferente. E chi vi troverà sol­lievo si ricorderà di chi l’ha fonda­to.
Ieri si è svolto un altro funerale, quello di Mirko Tremaglia, detto il federale di Bergamo, politico buono e ingenuo, schietto e illu­so, tra i fondatori del Msi. Suo fi­glio Marzio, morto di tumore anni fa, giovane intellettuale dal cervel­lo fino, disse di lui una battuta fol­gorante: «Mio padre partì a 18 an­ni per la Repubblica sociale di Sa­lò e non è ancora tornato ». Un mo­do affettuosamente ironico per sottolineare che Mirko è stato fa­scista e non ha mai smesso di es­serlo. Alle sue esequie hanno pre­s­enziato tutti gli orobici impegna­ti in politica. La prova che Trema­gl­ia era stimato anche dagli avver­sari. Mancava solo Gianfranco Fi­ni, in altre faccende affaccendato: oggi compie 60 anni e i complean­ni si festeggiano; niente lacrime per i camerati morti.