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 2012  gennaio 04 Mercoledì calendario

Vittorio Emanuele II intimo

Notizie tratte da: Pierangelo Gentile, L’ombra del Re. Vittorio Emanuele II e le politiche di corte, Carocci Torino 2011, 50 euro.

Vittorio Emanuele II, sempre a corto di soldi, lasciò alla fine un debito di quasi 22 milioni di lire, cioè 83 milioni di euro attuali. «Al nuovo re Umberto, cui toccavano il trono ma anche i disastri finanziari, non restava che proseguire la tradizione di casa Savoia confermando in servizio, tra il 23 e il 25 gennaio (1878) la fallimentare corte dell’augusto defunto». A tenere a bada le follie del re era stata soprattutto la Destra (Minghetti, Sella). Poco prima della morte, la sinistra (Depretis) gli aveva garantito un aumento della lista civile da 12.250.000 lire a 14.250.000 (in euro: da poco più di 46 a poco meno di 54 milioni di euro. Nel valutare queste cifre si tenga conto che erano inserite in bilanci mille volte più piccoli dei nostri).

Il genero del re, marchese Luigi Spinola Grimaldi (sposato alla Vittoria Guerrieri che Vittorio Emanuele aveva avuto da Rosa), aveva messo in piedi un sistema di cambiali false, per il quale finì in galera l’innocente marchese Giuseppe Mantegazza, lasciato tranquillamente in carcere dal sovrano e dalla corte, che non dissero una parola a sua discolpa (Vittorio Emanuele ordinò anzi a Minghetti, come risulta da una lettera del 17 febbraio 1876, di far sparire documenti compromettenti).

Per Minghetti «libera stampa equivaleva a libera calunnia».

Sull’acquisto di Villa Mirafiori vedi in 307

Il viaggio a Vienna del 16 settembre 1873, per il quale si preventivò una spesa non inferiore al milione di lire. Gli austriaci accolsero trionfalmente Vittorio Emanuele II, che s’era rassegnato a quella trasferta di mala voglia e addirittura con ripugnanza, al punto che il principe Umberto era stato avvertito di tenersi pronto a surrogare il padre. L’invito era partito da Francesco Giuseppe e preparava le future alleanze. Il re italiano fu accolto nelle strade di Vienna al grido di eine wahre Heldengestalt («una vera figura di eroe»).

Acquisto di Castel Porziano in 297

Vittorio Emanuele II, «re indolente, che viaggiava principalmente per diletto (sempre in Piemonte e Val d’Aosta), lasciando la rappresentanza ai figli e alle nuore, con esiti disastrosi per quel meridione monarchico che nel re galantuomo vide solo il re dei galantuomini, “bisticcio fatale e profondamente storico” (De Meis)».

Stile di vita di Vittorio Emanuele, quando la capitale era a Firenze (1865-1870): lever all’alba, sigaro mattutino, visita alle scuderie e ai canili. I ministri erano ricevuti, come al solito, in due udienze, il giovedì e la domenica, non più tardi delle otto. Gli incontri con i dignitari della corte erano dilazionati nel resto della mattinata, fino a mezzogiorno, ora del pranzo. Dopo un riposo di un paio d’ore, al pomeriggio riceveva il capo del gabinetto privato per il disbrigo della corrispondenza privata e la lettura della rassegna stampa. Espletata la passeggiata con qualche esponente della Casa militare, la serata, se non a teatro per qualche ballerina, era passata alla Villa della Petraia – residenza di Rosa Vercellana – o nei propri appartamenti, dove in compagnia di qualche intimo ufficiale spettegolava sulla vita parlamentare e politica o leggeva divertito qualche supplica lanciatagli in carrozza».

Mezzo milione speso mensilmente in avventure galanti secondo Asproni.

«Era risaputo il motivo della passeggiata serale del re in compagnia dei cani favoriti Lisetta e Milord dal cancello detto d’Annalena ai Boboli, a via del Campuccio. Non certo per i bisogni dei segugi, quanto per le grazie di quell’attrice giovinetta di nome Emma Ivon, sposa dell’economo della tenuta reale di Sala Baganza, e figlia della sensitiva signora Allis, spedita a Parigi per un sedicente incarico politico».

«I soprusi in casa reale erano all’ordine del giorno, fino ad arrivare alla giustizia “consuetudinaria” messa in atto nelle riserve di caccia, dove il personale era avvezzo a sparare a vista su chiunque fosse stato sorpreso a violare le reale prerogative venatorie. Se gli omicidi dei guardacaccia piemontesi vennero sapientemente occultati, non così fu per le vittime dei colleghi di San Rossore, Coltano e Tombolo grazie alle quali, presso il tribunale correzionale di Milano, sulla base delle inchieste del foglio mazziniano “L’Unità d’Italia” e a testimonianze eccellenti come quelle di Toscanelli, poterono emergere le responsabilità del conte Gaspare Trecchi, direttore delle regie cacce a Pisa».

Vittime accertate dei guardacaccia di Vittorio Emanuele II: Carlo Serra, detto Plucchino, da Candiolo (Stupinigi, 1857), Giovanni Rovey da Borgaretto, villico, morto di cancrena per la ferita al polpaccio nell’ospedale San Giovanni di Torino (Stupinigi, 1859), Giacinto Barone da Orbassano (rondò del boschetto del Romanino presso l’antico serraglio dei cervi di Stupinigi, 1864) colpito da quattro gaurdiacaccia e lasciato agonizzare per una notte intera; Antonio Crivello da Orbassano (via della Strada Lunga in Beinasco, 1864) freddato da venti passi dalla guardia Giovan Battista Restagno.

Anche Umberto I, ancora nella posizione di principe, problemi economici per le spese folli in cavalli e per l’amore per la principessa Litta. Quella lettera anonima senza data: «È possibile che la duchessa Litta abbia a esser dama della principessa Margherita? Milano è indignata da questa schifosa immoralità». La duchessa diede poi le dimissioni il 15 maggio 1869.

Federico Castellengo, grande scudiere del re e di avarizia leggendaria: livree double face e pranzi di gala con vivande di cartone.

Il re non aveva mai quattrini addosso.

«Il servizio di scorta del sovrano era stato riformato dal ministero della Guerra nel 1868 con la nascita del prestigioso squadrone dei corazzieri – un gruppo di 80 carabinieri a cavallo (40 dalla legione di Firenze, 20 dalla legione di Milano, 20 dalla legione di Bologna) selezionati per prestanza fisica sul modello delle Cento guardie di Napoleone III – che prestò il primo servizio d’onore il 7 febbraio 1869, giorno dell’ingresso dei principi di Piemonte, novelli sposi, in Firenze».

Rendiconto sulle nozze di Amedeo e Umberto in 266

La tenuta del Tombolo venne ceduta alla Real casa «onde impedire che qualche speculatore, colpito dalla prospettiva di lauti guadagni, atterrasse i boschi che l’arte e la natura “tra loro consociate” avevano posto a schermo dei venti marini devastanti le colture del pisano».

Dopo l’unità (1860) «l’assegno regio (10 milioni e mezzo di lire) corrispondeva a 91 centesimi per ogni suddito italiano, nettamente superiore ai 73 pro capite pagati dai francesi e ai 74 sostenuti dai belgi».

Dopo l’unità (1860) «alla dotazione immobiliare del Regno di Sardegna si erano aggiunti i castelli, le ville, i palazzi, i giardini e le tenute di proprietà delle antiche famiglie regnanti preunitarie, perché “l’alienazione o la diversa destinazione data a quegli stabili, oltreché avrebbe compromesso usi, servitù, consuetudini che vi [erano] inerenti, sarebbero dispiaciute alle popolazioni che nel possesso di quei palazzi reali [nutrivano] la speranza di essere qualche volta onorate dall’augusta presenza del re”».

Incarico a Menabrea 248. Caduta di Menabrea (22 dicembre 1867) in 252.

Episodio di Mentana con arresto di Garibaldi in 250-251

Rattazzi che con Mentana vuole ripetere l’impresa di Cavour con i Mille (239)

Su Maria Rattazzi passim

Su Enrico Bensa passim

Il presidente del Consiglio, Marco Minghetti, interruppe con un urlo - «Falsissimo!» - un’intemerata di Rattazzi alla Camera. Seguì duello tra i due, dato che a parere dello sfidante Rattazzi il «falsissimo» significava che chi parlava parlava con l’intenzione di mentire. Tre assalti, il 21 giugno 1863, nelle campagne di Stupinigi alle prime luci dell’alba. Vinse Minghetti «che provocò una sola graffiatura al braccio per Rattazzi e nient’altro». Vittorio Emanuele andò su tutte le furie.

Il gabinetto Rattazzi del 1862 prestò giuramento in casa di Rosa Vercellana (204).

«L’altro giorno feci mangiare al maestro un gran pezzo di cavallo e gli dissi che era cervo: lui e Cassinis mi dissero che il cervo era tanto buono» (lettera di Vittorio Emanuele II a Urbano Rattazzi 14 febbraio 1860. Il “maestro” è Cavour).

Recatosi a Pollenzo, il conte di Cavour «tenne queste precise parole al Galantuomo: “Se volete riammogliarvi, scegliete piuttosto una villanella, e non questa sozza donna che vi è infedele!!”. “Come! Rosina mi è infedele?...” “Sì, e molte volte vi è stata infedele e con più persone. Fatela chiamare e vedrete che dovrà confessare il vero”. Fu chiamata. Il Galantuomo furioso: “è forse vero che tu m’inganni?” “Io” essa soggiunse “sono calunniata, e non sono capace di tanto!” Ed il conte: “Ebbene ve ne darò le prove. Non è forse vero che voi avete ricevuto il signor Bellezza nelle vostre camere private alle ore due del mattino il 4 maggio di quest’anno stesso, e nella casa in via Giulio ove abitate?” “Fussi per aggiustare dei conti, e non evvi poi stato niente di male” “Ciò non soddisfa, non è alle due del mattino che si bilanciano i conti” “È il mio Segretario, non è forse vero Vittorio?” “Sì, egli è il tuo Segretario, ma non sapeva che tu lo ricevessi di notte tempo e nelle tue camere private”. Quivi rivoltosi al Cavour: “Carissimo Conte vi ringrazio della vostra affezione, e della premura con cui sempre vegliate pel mio bene”»

Successo del Memorandum di Solaro della Margarita in 119 n. 101

Vittorio Emanuele che nel 1848 non vuole succedere al padre Carlo Alberto in 44

Il ciabattino Saint Pierre, il portafucile Antonio Garrone, il tenente Francesco Casale, il garzone Giuseppe Cinzano: nomi di alcuni dei ruffiani di Vittorio Emanuele II quando era ancota giovane e solo principe di Savoia. In piazza Sant’Agostino c’era anche una levatrice incaricata di esaminare «le vittime destinate al gran Minotauro».

Furore di Carlo Alberto quando il figlio Vittorio Emanuele si presentava a colazione anche con cinque minuti di ritardo.

Giornata di Vittorio Emanuele II bambino e di suo fratello Ferdinando: «lever all’alba e preghiere fino alle cinque e trenta; studio e lezioni fino alle otto; colazione, messa e breve pausa fino a un quarto alle nove; equitazione e ginnastica con veloce visita alla regina del solo Ferdinando fino alle dieci; disegno e calligrafia per un’ora; generico studio fino alle tredici; pranzo e ricreazione fino alle quattordici; danza e scherma per mezz’ora; passeggiata ed esercizi dalle quattordici e trenta alle diciassette; scuola fino alle diciannove e trenta; cena, ricreazione e visita del solo Vittorio alla madre fino alle venti e trenta con – a chiusura di una giornata di caserma nelle auliche sale – preghiera, lettura e ritirata alle ventuno».

Notizie tratte da: Pierangelo Gentile L’ombra del re. Vittorio Emanuele II e le politiche di corte. Carocci Torino 2011. € 50