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 2012  gennaio 04 Mercoledì calendario

Notizie tratte da: Ornella Vanoni, Giancarlo Dotto, Una bellissima ragazza. La mia vita, Mondadori 2011, pp

Notizie tratte da: Ornella Vanoni, Giancarlo Dotto, Una bellissima ragazza. La mia vita, Mondadori 2011, pp. 227, 17,50 euro.

Triste «Sono triste se non canto».

Mito «Non ascolto mai i miei dischi. Forse è un errore, ma non mi interessa riascoltarmi o rivedermi in televisione. Non ho il mito della Vanoni io, non ce l’ho mai avuto».

New age «Quando mi voglio rilassare, ascolto solo musica senza voce, musica classica di solito, ma anche new age, la voce mi confonde».

Gatta Ornella Vanoni vive a Milano, a due passi da via Solferino, con una gatta di nome Moghi, un occhio verde e uno giallo, che è con lei da ventidue anni.

Champagne Tre anni fa aveva cominciato a bere champagne: «Ne bevevo una bottiglia al giorno, ero diventata una mongolfiera, una botte alata, così gonfia e così leggera, un’euforia di cui non potevo fare a meno. Entravo in cucina la mattina alle 11 e, con un minimo di vergogna, dicevo a Khadija, la mia tostissima cameriera marocchina, musulmana e dunque poco incline a vivere sotto lo stesso tetto con un’aspirante alcolista: “Non è l’ora dell’aperitivo?”. Ho dovuto smettere, mi ero troppo dilatata. Peccato, mi piaceva tanto».

Pipì nei prati Adora fare la pipì nei prati: «L’ho sempre fatto, mi piace tanto».

A piedi nudi Ama camminare a piedi nudi: «Lo faccio anche a casa e sul palcoscenico».

Sub Ha preso di recente il suo primo brevetto da sub e ora vuole prendere il secondo.
Miliardaria «Tutti pensano che io sia miliardaria. Lo sarei se una banca svizzera non mi avesse fottuto tutto».
Nonno miliardario «Noi stavamo bene di famiglia, ma il vero miliardario era nonno. Poi mio nonno che non ho conosciuto è morto, ha lasciato tanti figli che hanno distrutto il patrimonio».
Tutturùru Da ragazzina la chiamavano Tutturùru perché non sapeva le parole ma cantava di continuo.
Un filo La madre della Vanoni, Maria detta Mariuccia, «una bella donna molto vanitosa, che aveva un gran gusto nell’abbigliamento»: «E poi era salutista. Massaggi anticellulite, ginnastica, non si è mai fatta mancare nulla». Prima di «perdere completamente la testa per la sua malattia», la prese da parte e le disse: «Mi raccomando Ornella, sempre un filo di tacco e un filo di trucco».
Il complesso del collo La Vanoni era una «ragazzina triste» con il «complesso del collo»: a causa di una scrofolosi tubercolare, intorno agli 11 anni era stata operata più volte e le era rimasta una brutta cicatrice: «Giravo sempre fasciata. Mi sentivo come l’insetto delle Metamorfosi di Kafka. Diversa e sofferente. M’inventavo una moda tutta mia per coprire sempre il collo».
Culo d’oro «Crescendo, collo a parte, ero molto carina. Feci presto l’abitudine a sentirmi chiamare “culo d’oro” dagli uomini».

Vesti troppo succinte «Questo corpo così appariscente e molto apprezzato l’ho usato per distogliere l’attenzione da quello che consideravo il mio disastro esistenziale, la piaga al collo. Presi a indossare i costumi di una mia amica di parecchie taglie in meno, m’infilavo i pantaloncini corti e poi li giravo ancora, gli zoccoli con i tacchi. Insomma, facevo del mio corpo il punto d’attrazione sicché, con la mia paghetta settimanale, mi ritrovavo sempre a pagare delle importanti multe perché era proibito all’epoca girare in pubblico con vesti troppo succinte. C’erano i vigili che controllavano la decenza pubblica».

Baccalà Da ragazza fu spedita in uno dei più esclusivi collegi di Losanna e là, all’età di 17 anni, fece l’amore la prima volta con «un signore napoletano, molto più grande di me, che mi adorava»: «Non ho provato nessun piacere. Ero un baccalà appena estratto da un freezer e rovesciato su un letto».

Aborto A 18 anni, a Losanna, conobbe un biondino miliardario che la mise incinta e la fece abortire: «Soffrii molto. L’aborto è l’esperienza più dolorosa per una donna. Figuriamoci per una ragazza che si era appena affacciata al mondo».

Estetista Siccome si vergognava della sua acne, fece a Ginevra un corso da estetista. «Non presi mai il diploma, ma avevo imparato tutto, sapevo estrarre il pelo, curare l’acne.

Piccolo Nel 1953, con l’idea di diventare attrice, si iscrive al Piccolo di Milano, dove segue le lezioni di Giorgio Strehler
Il maestro e la studentessa «Per andare da casa mia, a Porta Venezia, al Piccolo, io prendevo il tram, l’11. Strehler, che era timido anche lui, seguiva il tram con la sua orrenda millecento amaranto col tetto bianco. Sembrava una ciliegia con la panna. Mi aspettava e mi seguiva con la sua ciliegia. Non poteva essere un caso. Non era un caso. Mi seguiva, ma senza mai avvicinarmi. Scendevo dal tram e lui si era volatilizzato. Poi, finisce l’anno, supero l’esame e lui ci porta tutti a casa dell’architetto Marco Zanuso, tutti pigiati nella sua macchina. Al ritorno, l’ultima da accompagnare a casa ero io. Anche questo non poteva essere un caso. Non lo era. Mi dichiarò il suo amore. Avevo diciannove anni e non chiedermi cosa mi ha detto o cosa abbiamo fatto. Non me lo ricordo. Anzi, sì. Mi ha baciata, ci siamo abbracciati e abbiamo fatto anche l’amore. Sono tornata a casa che ero in estasi. Lui mi telefona, eccitatissimo, alle quattro del mattino: “Adesso faccio El nost Milàn e sarà uno spettacolo stupendo perché ora ci sei tu vicino a me. Te lo dedico”. Per una ragazza incontrare un uomo di quel calibro è una cosa che ti schianta la vita. Se oggi mi chiedi se l’ho amato, ti dico di sì, ma ti dico anche che ero probabilmente molto innamorata dell’amore che lui provava per me. Lui aveva trentadue anni, tredici più di me. Ai miei occhi, una figura mitica e il mio amore era, forse, anche un riflesso di quel mito che si umanizzava fino al punto di dichiararsi cotto di me. La mia vita non fu più la stessa. Il maestro finto burbero e la studentessa vera timida diventarono una cosa sola».
Orge e coca «Non sapevo che Giorgio fosse un erotomane. Non l’avevo sospettato nemmeno quando, mentre lui lavorava e io gli ronzavo intorno, commentava pieno di ammirazione le qualità del mio culo. Né mi sono mai sentita intimorita all’idea di congiungermi carnalmente con un mito. Di lui mi sono sempre fidata, anche troppo, e comunque io ero molto sicura del mio bellissimo corpo, anche se questo non mi aiutava psicologicamente, perché io di base non mi piacevo. [...] Cominciai a capirlo, che era un sex addicted, come si dice oggi, quando andammo per la prima volta insieme all’ Elba. Io ero timidissima, adorante, mi pettinavo in continuazione per l’insicurezza. Scoprii in quei giorni che si era fatto una sveltina con la proprietaria dell’albergo. Perché, mi chiedevo? Se sei innamorato, perché? Non capivo. Ero straziata. Non c’era una vera ragione. Lo faceva così per assecondare la libidine del momento. Mi ritrovai coinvolta in situazioni che non ero psicologicamente pronta ad affrontare. Incontri orgiastici, sfrenate partouze. Strehler dettava le regole. Non voleva assolutamente che qualche uomo mi sfiorasse. Solo lui poteva toccarmi. Lui non aveva limiti, poteva toccare chi voleva, lui era il sultano. Meno male, mi sono detta col senno di poi, che non c’ era l’Aids. Se mi chiedi perché l’ho fatto, non lo so. L’ho lasciato anche per quello, Strehler. Non si può, non fa bene. A un certo punto, una ragazza di vent’anni vuole anche concedersi svaghi innocenti, ogni tanto andare al mare, divertirsi, ballare. E invece era tutto molto pesante. Si prendeva anche molta cocaina, che è mortale perché quando finisce l’ effetto ti viene un down che ti vuoi suicidare. Notti di eccessi che si prolungavano fino all’ alba. (...) La mia storia con Strehler non è finita in modo indolore. Lui diceva: “Con te non posso vivere più, senza te non vivo più”. Io l’avevo tradito con Renato Salvatori. Nel letto me lo aveva messo Luchino Visconti, che aveva questa passione di fidanzare i suoi uomini».

Reclàme La prima volta che la Vanoni cantò, gratis, fu quando andò a Firenze con Fiorenzo Carpi a fare la reclàme del Colgate. Il motivetto: “Bocca fresca, denti sani, con Colgate con Gardol».

Le canzoni della mala Quando Strehler mise in scena I Giacobini, le chiesero di cantare delle canzoni negli intervalli. «Un successone: fu a partire da lì che s’inventarono per me le famose canoni della mala».
Mali «Ho avuto tutti i mali possibili, la tisi, l’insonnia, la depressione, coliti e gastriti, puntuali a ogni mio debutto. E sono sempre andata avanti».

Complessi Strehler, faccia bellissima, non era alto «e questo era un suo cruccio. Certe domeniche, a casa, passava il tempo a guardarsi allo specchio e a recriminare a voce alta: “Ma perché non sono alto come Gassman!”».

Porcospino Strehler e la Vanoni avevano in casa un porcospino battezzato Spiridione.

Colpo di fulmine «Quello per Gino Paoli fu un vero colpo di fulmine. Era il 1960. Stavo nella sede milanese della Ricordi con Leo Chiosso e Mariano Rapetti, il padre di Mogol. Vedo passare questo tipo smilzo, lugubre, con gli occhiali da cieco. Stava insieme a Ricky Gianco. Sai, quando stai in mezzo a tanta gente e senti una presenza, la senti tra tanti, e non puoi fare a m e n o di sentirla? Si chiama magnetismo. Gino va in uno studio, lo sento che suona qualcosa al piano. Orrendo. Suonava malissimo. Ma suonava II cielo in una stanza. “Chi è quello?”, faccio. “Uno che scrive canzoni tremende, mi sa che è anche u n po’ culattone”, mi risponde uno. Ho saputo poi da Gino che, nello stesso esatto istante, lui chiedeva di là: “Chi è quella rossa?”. “La cantante della mala. Dicono sia lesbica”. Per un po’ ci siamo frequentati convinti l’uno dell’omosessualità dell’altro. Facevamo lunghe camminate, io con le caviglie gonfie, lui con il suo montgomery che gli aveva regalato la mamma triestina per proteggerlo dal freddo. Finché una sera, stremati, ci siamo seduti in un caffè, quello per l’ appunto della canzone di Paoli In un caffè, e ci siamo svelati. “Tu sei gay?” “No, e tu?”. “Io nemmeno”. Fu il nostro coming out al contrario. Non ci restava che amarci. Abbiamo fatto l’ amore e ho detto: “È stato bellissimo!”. E lui: “Lo sapevo benissimo”. In seguito, mi confidò di avere imparato l’amore da me. Io per lui ero una donna di mondo. Venivo dai fasti molto chiacchierati di Strehler».
Amore difficile «Per togliermelo dalla testa ci ho messo un sacco di tempo, diciamo anni. Frequentavo altri uomini ma la sua faccia da gatto sornione mi passava sempre davanti. Posso dire che l’ho amato, ma posso dire anche che è stato un amore che non si è consumato, interrotto traumaticamente, un amore troppo difficile. Lui era "troppo" sposato per i miei gusti. E allora mi sposai anch’ io, con Lucio Ardenzi, impresario teatrale. Ma ero ancora innamorata di Paoli. Il giorno delle nozze non mi sarei dovuta presentare, avrei dovuto dire a Lucio la verità, sarebbe stato più leale. Ma non ho trovato il coraggio. Gino mi aveva detto che sarebbe venuto in chiesa a suonare per noi II cielo in una stanza. Mi mandò invece il giorno del matrimonio un album di fotografie con alcune sue didascalie. In una foto si vedeva lui di spalle e sotto la chiosa: “Oggi sono infelice”. In un’ altra c’ eravamo io e Lucio Ardenzi, lui mi teneva in braccio e io ridevo. La didascalia di Gino: “Questo è davvero troppo per me”. La nostra storia continuò. E il mio matrimonio con Lucio finì, mentre aspettavo nostro figlio Cristiano».

Mani senza fine Gino Paoli scrisse per la Vanoni Senza fine: «Era impressionato dalle mie grandi mani, mani senza fine».

Corna Gino Paoli la tradiva di continuo: «E me lo raccontava ogni volta».

Jella Negli anni Sessanta, ai suoi esordi nella musica leggera, la Vanoni cantava «malissimo»: «Ero abituata senza microfono e a tirar fuori una voce da popolana. Franco Crepax, direttore della Ricordi, diceva a Paoli: “Sei innamorato di lei?”. “Sì”. “E allora portala a letto, dove vuoi, ma non farla cantare perché non ce la farà mai». Cantavo così male che, durante l’incisione di senza fine, il tecnico, per mandarmi via, mi caricava di elettricità statica, sicché qualsiasi cosa toccavo saltavo come un grillo. Me lo rivelò Paoli anni dopo». Siccome era sempre vestita di nero, nell’ambiente si diceva pure che portava jella.

Marito «Ardenzi era un grande impresario, fin troppo compreso nel suo ruolo. S’inventò attori importanti, produsse grandi spettacoli, si batté da privato come un leone contro lo strapotere del teatro pubblico. Era la sua vanità, che diventava arroganza. Un giorno mi confidò che a lui, più che la coppia Lucio-Ornella, lo eccitava la ditta Ardenzi-Vanoni. Quando mi volle come protagonista de L’idiota di Achard e io fui una rivelazione, lui era al settimo cielo. Capii che, in fondo, era un problema tra lui e Strehler. Una roba tra uomini. Lucio, in realtà, come protagonista pensava a Monica Vitti o a Lea Massari, ma voleva dimostrare che lui aveva visto più in là di Strehler, che poteva fare di me una grande donna. Non parlo volentieri di Lucio Ardenzi. L’ ho sposato che avevo ventisei anni, l’ età giusta, ma non l’ uomo giusto. Non l’ ho mai amato. Ero una donna sperduta. Avevo lasciato Strehler, mi ero ammalata di tisi, c’ era Paoli di mezzo e lui, Lucio, era un uomo così vanitoso. Una vanità sproporzionata. Abbiamo avuto un figlio che amo, Cristiano, e questo giustifica ampiamente la nostra storia».
Pratt «Hugo Pratt è stato un amore perduto. L’ amore perduto. Volevo finire la mia vita raggomitolata al suo fianco, sentirlo parlare, raccontare, con il suo veneziano avvolgente, perché lui non era solo un uomo, lui era un mondo intero, era il mondo. Un irresistibile affabulatore. Era come Borges: tu ti sedevi, lui parlava e non sapevi mai dov’ era il confine tra verità e finzione. Ascoltare Hugo mi dava la stessa emozione. Borges ha fatto sette conferenze a Buenos Aires e io sono andata a tutte e sette. Era un incantatore. (...) Ho sempre pensato che Hugo e Vinicius de Moraes fossero profondamente simili. Hugo la vita l’ ha vissuta e l’ ha disegnata. Vinicius l’ ha vissuta e l’ ha scritta. Entrambi amavano le donne, l’ essenza della donna, la differenza della donna. Il sesso veniva dopo. Hugo mi raccontava di una sua amica con cui parlavano e ridevano così tanto, che non sono mai riusciti a fare l’ amore. La parola, il racconto, non erano l’ antefatto, per lui erano già carne, sesso alla massima potenza. È successo così in fondo anche tra di noi. Non sono mai finita in un letto con lui. Non abbiamo mai fatto l’ amore. Era la sua testa che m’ interessava. Entrarci dentro e restarci a vita. Ci sentivamo quasi tutti i giorni, ma non abbiamo fatto in tempo a diventare amanti. Se gli fossi stata più vicino, forse un giorno sarebbe successo. Mi manca la controprova, ma continuo a pensare che al suo fianco e acquattata nella sua grande testa avrei passato degli anni sereni e belli».

Craxi «Non posso dire di essere stata intima con la famiglia Craxi. Però, li frequentavo spesso, ricordo un bellissimo viaggio in Senegal. Bettino era sicuramente un leader, ne aveva la statura e la vocalità. Questa voce ben timbrata, le pause giuste. Quando parlava, lo si ascoltava con attenzione, aveva carisma. Nessun leader può essere tale senza una voce convincente. Qualche volta sono stata a casa sua, con Caterina Caselli, la figlia Stefania, il figlio Bobo. Era un uomo eccezionalmente simpatico, adorava la musica come il suo delfino Silvio Berlusconi. Gli amici di Craxi si dividevano in due gruppi ben distinti, quello romano e quello milanese, che tra loro non avevano alcun contatto. Era così anche per le donne. Bettino aveva a Milano la donna cui voleva bene, la moglie Anna, e a Roma la donna per cui aveva perso la testa, Ania Pieroni. Donna molto sensuale, spesso veniva ai miei concerti. Io non ho mai chiesto niente a Craxi che potesse essere utile al mio lavoro. Non mi sono piuttosto accorta di essere stata usata io dal Partito socialista. Una volta venne l’ex sindaco Tognoli (che mi è sempre molto piaciuto) per offrirmi di presentarmi alle elezioni, nella lista civica. “Lasciami pensare”, risposi. Il giorno dopo uscì sul giornale la notizia. Mi seccai molto. E risposi che Milano era in overdose di socialismo. Pillitteri replicò: “Se la Vanoni è in overdose, posso darle degli ottimi indirizzi di centri di disintossicazione”. So per certo che anche Craxi s’incavolò a morte con me. Disse a una nostra amica comune: “Ha attaccato il partito e il partito sono io. Non la ostacolerò, ma non l’ aiuterò mai”».
Il maremmano «Parlavo prima delle corna che m’ infliggeva Gino Paoli. Un altro che mi tradiva spudoratamente era Danilo Sabatini, un maremmano gigantesco, l’uomo con cui sono stata più a lungo. Più che un marito. Era così giocoso con le donne, così ilare e sboccato con il sesso, così esplicitamente mascalzone, che non riuscivo mai a prenderlo veramente sul serio. Le sue corna mi facevano più ridere che soffrire. Era un tipo molto disinibito. Insomma, non ti veniva proprio di fargli una scenata di gelosia. Mi diceva: “Sai Ornella, io quella lì non mi ricordo se l’ho scopata, ci ho ballato o ci ho mangiato”. L’ incontro con il maremmano fu molto importante per me. Mi restituì equilibrio e fiducia in me stessa».

Il grande abbaglio «Il grande abbaglio invece fu Michelangelo Romano, un produttore discografico che aveva quattordici anni meno di me. Una storia strana, d’incantamento. L’ho conosciuto e ci siamo come reciprocamente stregati. Vivevamo sospesi su una nuvola rosa. Due angeli caduti dal cielo, Ornella e Michelangelo. Frequentavamo i più bei ristoranti della riviera e nessuno ci faceva mai pagare. Una specie di magia anche questa, se consideriamo la parsimonia dei liguri. Ma le magie durano poco. Tornati a Milano, fu la catastrofe (...). L’accanimento terapeutico c’è anche in amore. Quel tipo aveva la vitalità del lago di Massaciuccoli. Lui è rimasto lago, io oceano».

Gesù La Vanoni porta sempre con sè una copia del Nuovo Testamento in borsa e il braccialetto di Gesù al polso. La domenica segue gli incontri della sua Chiesa evangelica Sabaoth.

Canne «E’ vero, in passato mi sono fatta ogni tanto una canna innocente la sera, per dormire. Soffrivo d’insonnia, una malattia grave legata alla depressione».

Rifatta Si è rifatta il collo a New York quando aveva 48 anni. «Certo, non sono miracolata, qualche punturina la faccio anch’io». Quanto alla bocca, «basta vedere le mie foto a vent’anni. Avevo già una bocca enorme, non ho mai avuto bisogno d’ingrandirla».

Bona «Ogni tanto, sempre meno, mi arrivano ancora apprezzamenti interessanti. “A bona!” m ha gridato l’altro giorno un ragazzotto mentre attraversavo una strada a Roma. Ho ringraziato: “Alla mia età, meglio bona che intelligente”.

Decenza «Lo dico e lo sottoscrivo pubblicamente. Non si può campare oltre i novanta, novantacinque anni. Non è decente».