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 2012  gennaio 04 Mercoledì calendario

Un campetto di Roma, piena periferia, una fredda sera d´inverno: i riflettori accesi, la terra battuta, due porte, un pallone da prendere a calci, il romanesco dei ragazzini che le danno e le prendono allegramente

Un campetto di Roma, piena periferia, una fredda sera d´inverno: i riflettori accesi, la terra battuta, due porte, un pallone da prendere a calci, il romanesco dei ragazzini che le danno e le prendono allegramente. Il romanesco non si lega ai visi, agli occhi a mandorla, alla pelle nera di questi ragazzi, alle loro storie. Yuan è Giovanni per gli amici, ha 15 anni, un bel talento, fa il portiere, è nato da genitori cinesi, ma in Italia, è un G2, un "italiano di seconda generazione". Mike è nato nel Ghana, esattamente come Mario Balotelli, i genitori hanno scelto l´Italia per il loro futuro e quello del bimbo, che ora ha 12 anni e vorrebbe fare di quell´oggetto tondo il suo mestiere, il suo futuro. Anche lui frequenta una scuola italiana, mangia italiano, parla un perfetto italiano, è bravo sulla fascia destra, potrebbe fare carriera. Come lui, secondo i dati del Settore giovanile e scolastico della Figc, sono più di trentamila i figli di genitori stranieri iscritti in società giovanili italiane, dodicimila dei quali sono nati in Italia, ma non hanno ancora la cittadinanza italiana. Molti di loro presto dovranno cambiare sport, aspirazioni e vita: una burocrazia iniqua, persino violenta, impedisce agli italiani di seconda generazione il salto verso il grande calcio. Di fatto, i G2 vengono equiparati dai regolamenti del calcio a extracomunitari e hanno le stesse limitazioni, gli stessi spazi, esigui, intollerabilmente esigui. Il peccato originale italiano è la norma sulla cittadinanza, basata sullo ius sanguinis, il diritto di sangue che prevede, per l´acquisizione dei pieni diritti, l´italianità di almeno uno dei due genitori. Per i nati in Italia da genitori stranieri la situazione è molto complessa. Fino a 18 anni il ragazzo non può fare richiesta della cittadinanza italiana. Dopo, ha appena un anno di tempo, fino al compimento del 19esimo anno, per farne domanda, e inoltre deve dimostrare di aver risieduto legalmente in Italia per almeno 10 anni, senza interruzioni. Il tesseramento per una società calcistica, poi, passa attraverso l´esibizione di una montagna di carte che scoraggerebbe chiunque: permesso di soggiorno, certificato di frequenza scolastica e residenza, permesso di soggiorno dei genitori, poi nuove carte in cui mamma e papà devono documentare il loro "stato occupazionale" e il reddito, infine il transfert. In altri sport, come il rugby, l´hockey o la boxe, è più facile: il calcio invece deve affrontare non solo problemi di natura politica, ma anche una direttiva Fifa, datata 2009, finalizzata al contrasto della tratta di giovani atleti, per la quale tutti i primi tesseramenti dei figli di immigrati possono avvenire solo dopo che una Commissione internazionale per lo status dei calciatori abbia dato il suo benestare. Tra la richiesta e l´ok a volte passano mesi, sette, otto, una vita. La linea seguita dalla Figc poi è volta alla tutela dei vivai, ma declinata sulla difesa dell´italianità degli stessi. Complicatissimo per i ragazzi non italiani o figli di non italiani inserirsi e vivere attraverso il calcio. In molti devono fermarsi prima del grande salto verso il professionismo. In paesi come Francia, Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, vige lo ius soli: è cittadino chi è nato sul suolo nazionale. In Italia la sensibilità su questi temi è scarsissima e solo recentemente, dopo le parole del presidente Napolitano («Una follia che i figli di immigrati nati in Italia non abbiamo la cittadinanza», fine novembre) si è cominciato davvero a parlarne. Una situazione paradossale: sull´altare della tutela dei vivai vengono giustiziate le aspirazioni di trentamila ragazzi. Il sociologo Mauro Valeri, che ha dedicato studi e libri alla questione dei G2, fa un ragionamento complessivo: «Manca a livello politico la volontà di aiutare questi ragazzi. Non sono censiti dal Coni e non hanno quindi le stesse possibilità che hanno loro coetanei di nascita italiana. La federazione non ha, probabilmente a causa di pressioni politiche contrarie, una volontà forte, e il problema resta. La tendenza è quella di lavorare caso per caso: se c´è un ragazzo di qualità fenomenali, come Mario Balotelli, l´iter si accorcia e viene data la possibilità di superare senza problemi le lungaggini che invece la maggior parte dei ragazzi è costretta ad affrontare. Un discorso di struttura, complessivo, non è mai stato affrontato». Appena dodici, secondo il "1° annuario dei Black Italians nello sport" di Mauro Valeri, in uscita, sono stati gli italiani di colore capaci di mettere piede su un campo di serie A. Il primo fu Ibrahim Scandroglio, nel 1999, con la maglia dell´Empoli: un ragazzo nativo della Costa d´Avorio adottato da una famiglia italiana. Solo tre i G2, Mario Balotelli, Angelo Ogbonna e Stefano Okaka, nati da genitori stranieri in Italia. Due su tre hanno già esordito in Nazionale. Migliaia come loro non potranno mai farlo.