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 2012  gennaio 03 Martedì calendario

UN DIPLOMATICO SCRITTORE LE VITE PARALLELE DI BIANCHERI

Ho letto negli ultimi mesi i libri di Boris Biancheri, grande diplomatico scomparso lo scorso luglio, e ho scoperto delle opere di alto livello letterario, soprattutto nello stile pregevole contraddistinto da essenzialità ed eleganza. Credo che Biancheri confermi la tradizione dei diplomatici, soprattutto francesi, che si rivelano grandi scrittori, credo che se la sua produzione fosse stata più corposa (ha pubblicato solo quattro libri) avrebbe meritato anche il Nobel. Lei, che lo ha conosciuto anche e soprattutto nella carriera, potrebbe ricordare la sua figura?
Patrizio Giangreco
p.giangreco@tiscali.it
Caro Giangreco, Biancheri è stato ambasciatore in tre capitali: Tokyo dal 1980 al 1984, Londra dal 1987 al 1991, Washington dal 1991 al 1995. Era a Tokyo negli anni in cui la potenza economica giapponese aveva toccato il suo punto più alto. Era a Londra nell’ultima fase del regno della signora Thatcher e a Washington durante il primo mandato del presidente Clinton. Fu segretario generale del ministero degli Esteri dal 1995 al 1997, vale a dire negli anni più critici del dramma jugoslavo. Queste esperienze hanno contribuito a formare valutazioni e giudizi di cui il lettore può trovare l’eco in alcuni suoi libri sulla politica internazionale e soprattutto nei suoi commenti per «La Stampa» di Torino, brevissimi saggi in cui Biancheri riusciva a disossare un problema liberandolo da tutte le scorie retoriche e ideologiche che lo rendevano incomprensibile. Ma lei non ha torto quando ricorda con ammirazione la sua opera letteraria.
Mi chiedo d’altro canto se la diplomazia fosse davvero la sua principale passione. I libri scritti da Biancheri fino a «L’elogio del silenzio», apparso qualche mese fa come gli altri presso Feltrinelli, sono opere di un vero scrittore, non di uno scrittore della domenica. In «L’Ambra del Baltico», il suo epistolario fittizio con lo zio Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vi è un autoritratto da cui sembra di comprendere che la diplomazia fosse per Biancheri una parte da recitare in commedia. Certo la parte gli era congeniale. L’aveva vista recitare in famiglia (due diplomatici nelle generazioni precedenti), parlava bene altre lingue, frequentava una cerchia di amicizie familiari che lo avevano addestrato a stare nel mondo con una giusta combinazione di distacco ed eleganza. Era troppo intelligente, serio e scrupoloso per non recitare la parte con tutto l’impegno della sua coscienza e tutte le doti della sua mente. Ma credo che quella del diplomatico fosse soltanto una delle parti che gli sarebbe piaciuto recitare. Naturalmente tutti i diplomatici sono attori e devono imparare a usare, anche se con misura, l’arte della finzione. Ma quasi tutti recitano copioni a cui hanno dato, nella migliore delle ipotesi, un limitato contributo redazionale. Biancheri, invece, aveva un copione interamente suo. Vi era un momento della sua giornata in cui, come Machiavelli durante la scrittura del «Principe», smetteva gli abiti dell’attore, costretto a dire parole scritte da altri, per indossare quelli dell’autore, finalmente libero di scrivere il proprio copione. Qualche mese prima della sua morte ho partecipato con Romano Prodi alla presentazione dell’«Elogio del silenzio». Quel giorno Boris Biancheri indossava gli abiti dell’autore e non recitava alcuna parte. Era semplicemente se stesso.
Sergio Romano