Mario Sensini, Corriere della Sera 03/01/2012; D. Mart., ib.; Sergio Rizzo, ib., 3 gennaio 2012
3 articoli – PIU’ DI SEDICIMILA EURO AL MESE. IL RECORD DEI PARLAMENTARI ITALIANI — Più di 16 mila euro lordi al mese in tasca
3 articoli – PIU’ DI SEDICIMILA EURO AL MESE. IL RECORD DEI PARLAMENTARI ITALIANI — Più di 16 mila euro lordi al mese in tasca. Contro i 13.500 di un deputato francese, i 12.600 di uno tedesco, i poco più di 10 mila euro che guadagna un rappresentante della Camera olandese, i 9.200 di un deputato belga, gli 8.650 di un austriaco, per non parlare dei 4.630 euro che costituiscono il «misero» appannaggio di un deputato spagnolo. Le tabelle che mettono a nudo i privilegi della politica italiana sono lì, appena pubblicate dalla Commissione Giovannini sul sito della Funzione pubblica: gli eletti del Bel Paese costano da un minimo del 20 per cento fino al 400 per cento in più rispetto ai colleghi. Dati che parlano chiaro, ma che rischiano di servire a ben poco. Parlamentari strapagati Deputati e senatori italiani, insomma, si mettono in tasca il 60% in più rispetto alla media europea. Ma quella media resta pur sempre un calcolo «a spanne», come ammette la stessa Commissione, e su queste basi sarà molto difficile, anzi praticamente impossibile, far scattare la mannaia sui costi della politica italiana. La norma voluta da Giulio Tremonti e attesa dai presidenti di Camera e Senato sembrava molto semplice, stipendi parametrati alla media europea, ma in realtà rischia di rivelarsi inapplicabile. Quell’articolo del decreto di luglio, come scrive la stessa Commissione, presenta infatti «aspetti di ambiguità e talvolta di contraddittorietà». E il gruppo di lavoro guidato dal presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, composto da esperti di chiara fama, compreso un rappresentante di Eurostat, è letteralmente impazzito per tirarne fuori qualcosa di sensato. Senza riuscirci. Una legge scritta male Non solo per i tempi strettissimi che sono stati concessi alla Commissione, o perché la richiesta di una proroga è stata rifiutata da Palazzo Chigi, che ha ricordato come il termine ultimo per la consegna del lavoro sia quello del 31 marzo 2012. Alla Commissione ci sono volute intere settimane per arrivare a definire che cosa debba essere considerato nel «trattamento economico omnicomprensivo» cui fa riferimento la legge per le cariche apicali della pubblica amministrazione. Altre settimane di lavoro, confronti, discussioni, per dare un senso alla definizione, invece, del «costo» relativo al trattamento economico omnicomprensivo che la legge prescrive di calcolare per i parlamentari. Poi c’è stato il problema dell’individuazione degli organismi «omologhi» a quelli italiani che in molti casi negli altri Paesi non ci sono (solo 16 istituzioni sulle 31 considerate dalla legge italiana perché fossero parametrate a quelle europee, hanno dei corrispondenti più o meno simili), la definizione del concetto di retribuzione (la legge italiana fa riferimento al lordo, ma come si sa a parità di retribuzione lorda le tasse e contributi fanno una differenza abissale), poi quello della ponderazione sul Pil (già, ma di quale Pil, se a prezzi correnti o a parità di potere d’acquisto la legge non lo dice), ed infine la raccolta dei dati. Spesso non ufficiali, e che sono arrivati attraverso i canali diplomatici solo a partire dal 13 dicembre scorso. Fatto sta che dopo tre mesi di riunioni a spron battuto, la Commissione Giovannini ha alzato le braccia e si è arresa. La Commissione s’arrende Ha pubblicato il rapporto entro il 31 dicembre come prevede la legge. Ma le conclusioni sono disarmanti: «La Commissione considera i dati contenuti del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una loro utilizzazione ai fini indicati dalla legge». Se qualcuno pensa di tagliare gli stipendi dei parlamentari e dei vertici dell’amministrazione pubblica usando questa strada, dice in sostanza la Commissione, si sbaglia di grosso. «Di fatto è stato chiesto alla Commissione di condurre in pochi mesi lo studio degli assetti istituzionali e organizzativi di sei Paesi, più l’Italia, con un dettaglio mai realizzato in letteratura e visto l’utilizzo a fini legali dei risultati, con l’esigenza di raccogliere dati di elevata qualità, inconfutabili e pienamente comparabili». Considerati tutti i limiti, non deve stupire la conclusione del rapporto Giovannini. «Nonostante l’impegno profuso e tenendo conto dell’estrema delicatezza del compito ad essa affidato, nonché delle attese dell’opinione pubblica sui suoi risultati, la Commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuna delle medie di riferimento con l’accuratezza richiesta dalla normativa». Abbiamo scherzato? Può darsi. «Le difficoltà finora incontrate dovrebbero far riflettere il legislatore sull’effettiva applicabilità della norma di riferimento della quale (non a caso) non si trova alcuna analogia negli altri principali Paesi dell’Unione Europea», si legge nel rapporto della Commissione. Insomma: per andare avanti servono dei correttivi alla legge, e bisognerà pensarli molto presto, perché il mandato ultimo della Commissione scadrà alla fine di marzo. Stipendi e pensioni d’oro Così, in attesa delle mitiche «medie» ci si deve così accontentare di una paio di tabelle riferite al trattamento economico e previdenziale dei deputati e dei senatori italiani ed europei, ma piene zeppe di note a margine e farcite di formulette matematiche. Oltre a questo, il rapporto della Commissione non si spinge. Non servirà a tagliare gli stipendi dei nostri parlamentari, ma se non altro offre all’opinione pubblica un paio di conferme, verificate scientificamente, e scontatissime. Su base omogenea, quindi senza contare la spesa per i collaboratori, e dunque considerando soltanto l’assegno materialmente incassato, i parlamentari italiani sono i più pagati d’Europa. Se si considera anche il contributo per portaborse e uffici stampa gli italiani sono battuti solo dai francesi, ma con una differenza fondamentale. In Italia i contributi per i collaboratori (3.690 euro per i deputati, 4.180 per i senatori) sono erogati formalmente ai gruppi politici di appartenenza, sotto la voce spese di rappresentanza, ma poi da questi vengono girati ai rispettivi titolari. Molto più semplicemente in Francia c’è una linea di credito offerta dal Parlamento per pagare i collaboratori, che se non viene utilizzata, deve essere restituita. Mentre in quasi tutti gli altri Paesi, spesso, il collaboratore del deputato o del senatore è già un dipendente stipendiato dell’istituzione di appartenenza. Anche sul trattamento previdenziale dei nostri parlamentari c’era qualche vago sospetto, che la Commissione Giovannini puntualmente conferma. Almeno fino al 31 dicembre scorso, quando è scattato il meccanismo del contributivo pro rata, gli italiani primeggiavano in Europa. Dopo cinque anni di mandato il vitalizio maturato era di 2.486 euro al mese, in Francia di 780 euro. Tre volte di meno. Maturato, per giunta, con una contribuzione previdenziale superiore: oltre il 10% dello stipendio contro l’8,6% versato dai parlamentari italiani. Mario Sensini BUVETTE, AUMENTA IL CAFFE’ DEGLI ONOREVOLI — Dopo gli aumenti al Senato, con il nuovo anno scattano (piccoli) rincari anche per la buvette di Montecitorio che sfama e disseta deputati, giornalisti, funzionari parlamentari e portaborse nei giorni di seduta, ma anche quando l’emiciclo è deserto. Un caffè al banco, dunque, passerà da 70 a 80 centesimi, il cappuccino da un euro a un euro e 10, il cornetto da 80 a 90 centesimi. Aumenti anche per i succhi di frutta (da uno a due euro), per la pizza bianca ripiena di mozzarella e prosciutto (da 2,50 e 3 euro), per la pizzetta rossa (da 1,50 a 2,50 euro) e per la frutta (mele, pere, banane lievitano da 50 centesimi a un euro) mentre i fritti (supplì, crocchette, arancini) passano da un euro a un euro e 30. Il nuovo listino, in vigore da ieri, propone ai frequentatori della buvette della Camera prezzi sempre e comunque convenienti rispetto a quelli praticati dai caffè del centro storico della Capitale. Il tramezzino «semplice» costa ora 2,50 euro (prima due euro) e quello «special» 2,80 euro (anziché 2,50). E qualcosa di più i deputati dovranno spendere anche per gli aperitivi: gli analcolici passano da 1,50 euro a 3,50 euro mentre gli aperitivi alcolici lievitano da due euro a 4,50 euro. La decisione di ritoccare il listino, adottata dall’ufficio di presidenza su proposta dei questori, si inserisce nella (lenta) politica di adeguamento dei prezzi dei servizi assicurati nel Palazzo di Montecitorio. Per questo è in programma anche un aumento del conto medio che i deputati (e i giornalisti parlamentari che hanno la pazienza di attendere un posto libero ai due tavoli loro riservati) pagano per un pasto seduti a tavola al ristorante della Camera. Novità in vista, e probabile chiusura nell’orario serale della cena, anche per il self service sotterraneo riservato agli impiegati, agli assistenti parlamentari e ai funzionari che comunque ha visto aumentare i suoi clienti (ci mangiano anche parlamentari e giornalisti) dopo la chiusura della mensa di Palazzo San Macuto in via del Seminario e l’aumento consistente dei prezzi praticati dal ristorante del Senato. A Palazzo Madama, infatti, c’è stato nel mese scorso il primo consistente ritocco ai prezzi del ristorante che però ha mandato in crisi la gestione della cucina riservata ai parlamentari. La Gemeaz Cusin, che gestisce il ristorante del Senato e la buvette, ha deciso di rescindere il contratto con il Senato e, in attesa, di definirne lo scioglimento consensuale, ha inviato le prime 9 lettere di licenziamento. Così, prima di Natale, una trentina di lavoratori della Gemeaz hanno anche occupato i locali del ristorante per svolgere un’assemblea sindacale. Al Senato, dunque, il risultato dell’aumento dei prezzi della ristorazione ha indotto senatori e giornalisti a preferire mense più convenienti. A Palazzo Madama, per esempio, nell’arco di pochi giorni il prezzo di un filetto di manzo è triplicato arrivando a circa 25 euro. Secondo i dipendenti della ditta che gestisce il ristorante del Senato il primo effetto di questa operazione è stata la richiesta di cassa integrazione per 20 dipendenti sui 68 totali. Sui costi della politica, ieri è intervenuto anche il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, con una proposta che intende equiparare lo stipendio dei parlamentari a quello dei primi cittadini delle grandi città: «Ai parlamentari darei la stessa cifra che guadagno io come sindaco di una grande città: 4.200 euro al mese. E abolirei ogni finanziamento ai partiti. Oggi fare manifesti elettorali non serve. C’è la Rete». D. Mart. RIMBORSI SPESE E PORTABORSE LE NOSTRE ANOMALIE — I dati della Commissione Giovannini, come premette lo stesso rapporto, vanno certamente presi con le molle. Mettiamoci il fatto che la norma con la quale la retribuzione (pardon, il costo...) dei nostri parlamentari dovrebbe essere equiparata alla media europea è chiarissima soltanto in apparenza: in realtà è il massimo dell’ambiguità. Aggiungiamoci poi che da mesi, avendo probabilmente fiutato l’aria, si moltiplicano gli studi di fonte non proprio imparziale tesi a dimostrare che contrariamente all’evidenza di un peso macroscopico sui contribuenti (per mantenere le due Camere ogni italiano spende 26,33 euro l’anno, il doppio di un francese, due volte e mezzo rispetto a un cittadino britannico!) deputati e senatori italiani costerebbero individualmente meno dei loro colleghi europei. La conclusione logica sarebbe che alla fine la montagna ha partorito un topolino. Invece i risultati della Commissione offrono all’evidenza per la prima volta in un documento con i crismi dell’ufficialità, alcune storture del nostro sistema che mettono seriamente in crisi il catenaccio avviato dai difensori dello status quo, pronti non soltanto a respingere qualsiasi taglio a indennità, rimborsi e prerogative, ma addirittura a rivendicare più soldi proprio in virtù della famosa media europea. Intanto è palese che lo stipendio nudo e crudo dei parlamentari italiani è di almeno 3 mila euro al mese (lordi, s’intende) più alto degli altri. Anche dei tedeschi, nonostante la Germania abbia un prodotto interno lordo procapite del 25% più alto dell’Italia. E senza considerare la Spagna, dove l’indennità dei deputati è decisamente più bassa. Ma soprattutto, sarà ora impossibile per la Camera e il Senato non fare i conti con alcuni scheletri nell’armadio da troppo tempo. Prendiamo la vicenda scandalosa dei collaboratori. Quello italiano è l’unico Parlamento in Europa nel quale deputati e senatori percepiscono una quantità non irrilevante di soldi con cui dovrebbero retribuire l’assistente personale. Sapevamo anche prima di leggere il rapporto della Commissione che i membri del Bundestag hanno diritto a una somma enormemente superiore. Ma c’è una differenza: i deputati tedeschi non toccano un euro. I loro collaboratori personali vengono infatti pagati direttamente dal Bundestag. Né più, né meno, come avviene altrove, a cominciare dal Parlamento europeo. I nostri, invece, in molti casi se li mettono in tasca: puliti, senza imposte. Di più. Quei soldi vengono da qualcuno utilizzati per fare il famoso versamento volontario al partito. Con il risultato che si può persino portare in detrazione dalle tasse il 19% dell’importo su una somma già esentasse. Molti assistenti intascano paghe da miseria e in nero. Non è un caso che i collaboratori ufficialmente riconosciuti siano meno di un terzo dei deputati. Speriamo che il rapporto Giovannini contribuisca finalmente a far cessare questo sconcio. Facendo venire al pettine pure altri nodi. Per esempio la questione della diaria, che incassano tutti forfetariamente. Di che cosa si tratta? Del rimborso per le spese sostenute a causa della permanenza a Roma nei giorni di lavoro. Per quale ragione questo contributo (esentasse) debba spettare senza alcuna differenza anche a chi abita nella Capitale, è francamente un mistero. Adesso toccherà al Parlamento tirare le somme. La Commissione non le ha tirate. E non è arbitrario ravvedere dietro questa ovvia omissione una scelta precisa. Dare anche un semplice suggerimento sull’interpretazione dei dati e delle varie voci sarebbe stato probabilmente irrituale. Ma anche rischioso, vista l’indignata determinazione con cui le Camere hanno rivendicato la propria autonomia quando nel decreto «salva Italia» aveva fatto capolino una norma che affidava al governo il compito di fare la media, nel caso in cui i dati non fossero stati disponibili per fine 2011. I numeri sono arrivati il 2 gennaio, pur con tutti i limiti di cui abbiamo parlato. Le Camere hanno voluto risolvere il problema da sole invocando l’«autodichia». E dandosi pure la zappa sui piedi, considerato che la media europea sarebbe dovuta scattare dalla prossima legislatura mentre ora il presidente di Montecitorio Gianfranco Fini ha promesso che si applicherà da subito. Dunque lo facciano: in fretta e senza fare ricorso alle solite piccole furbizie, quando si dovranno tirare le somme. Magari facendosi scudo di uno di quegli studi «imparziali» che mettono tutto nello stesso calderone, dall’indennità ai rimborsi spese fino ai costi del portaborse, per arrivare a una qualche conclusione gattopardesca. Non lo meritano i cittadini e non lo meritano le istituzioni democratiche. Per difendere il nostro Parlamento e restituire credibilità alla politica non c’è che una strada: quella della serietà e della trasparenza. Per favore, lasciate perdere i calderoni. Sergio Rizzo