Giordano Tedoldi, Libero 3/1/2012, 3 gennaio 2012
MANGIARE A CHILOMETRI ZERO È UNA CHIMERA ANTIECONOMICA
Una volta la superstizione si proiettava nella volta celeste, tra congiunzioni planetarie favorevoli ed eclissi di luna malevoli. Adesso, tempi grami e meno poetici, alligna nella terra, intendendo proprio le coltivazioni. Della setta del biologico saprete già tutto, perché ognuno di voi avrà almeno un amico il quale, non traendone alcun beneficio né fisico né psichico, da anni ormai si nutre solo di alimenti etichettati con quel “Bio” che forse rassicura perché è la parola greca per “vita” (unica spiegazione scientificamente solida).
Ancora relativamente oscura è invece una credenza più recente che guadagna sempre più proseliti, quella dei chilometri zero. Il suo dogma supremo è il seguente: se un alimento percorre meno chilometri per arrivare sul nostro piatto, allora si consuma meno carburante, quindi si inquina di meno, quindi si risparmia, quindi voi siete più buoni, e via a seguire tutta una serie di virtuose conseguenze. Naturalmente la beatitudine si raggiunge quando, un ravanello ad esempio, non deve fare nemmeno mezzo centimetro per infilarsi nell’insalata, poiché in quel caso il consumo energetico è addirittura nullo: chilometri zero, appunto.
Propalata come una verità inconfutabile, da qualche tempo però si levano anche voci contrarie, alcune delle quali sostengono che il concetto di km 0, oltre che difficilmente realizzabile, è una bufala degna di “Kazzenger”, la satira di Maurizio Crozza sui programmi scientifici. Un dettagliato attacco si trova nel libro di un curioso uomo d’affari, biologo e giornalista scientifico inglese, Matt Ridley. Il personaggio è controverso e ha molti nemici, poiché ha avuto il non piccolo infortunio di essere presidente negli anni critici della Northern Rock, la prima banca inglese in 150 anni che ha visto una corsa agli sportelli per ritirare i depositi trovandosi sull’orlo del fallimento. Ma non è detto che un banchiere inetto lo sia anche ragionando di ecologia.
A ogni modo, nel suo ultimo libro, The Rational Optimist, riporta gli studi di alcuni economisti i quali definiscono la filosofia dei chilometri zero «un indicatore di sostenibilità profondamente errato». Secondo i loro calcoli, il trasporto degli alimenti dai produttori ai banchi del supermercato ovviamente comporta un consumo di energia, ma è assai limitato: solo il 4% del totale. La maggior parte dell’energia viene infatti impiegata per la coltura, poi per la conservazione(a esempio, il vostro frigorifero) e infine per la preparazione del cibo.
Un agnello spedito dalla Nuova Zelanda all’Inghilterra richiede un quarto di combustibile in più di un agnello del Galles; considerata l’enorme distanza si tratta di un incremento trascurabile. Al contrario, una rosa coltivata in serra in Olanda e venduta a Londra consuma sei volte l’energia di una rosa kenyana cresciuta al sole africano e irrigata da acqua riciclata da un allevamento ittico, oltre a dare impiego a alcune donne del Kenya. In quest’ultimo caso la formula dei chilometri zero secondo la quale minore è la distanza e minore è il consumo energetico è totalmente falsificata.
La questione è che i seguaci dei chilometri zero di tutto il ciclo vitale dell’alimento isolano solo una parte: il trasporto, e solo su di esso calcolano gli effetti benefici. Ma anche nei trasporti le cose non sono così semplici. Infatti, più che le distanze, occorre tenere in considerazione il rapporto tra consumo di carburante e peso del carico. Gli orribili aerei e navi da carico che inquinano i cieli e i mari complessivamente consumano di meno e costano meno in combustibile che se utilizzassimo soltanto simpatici furgoncini per trasportare gli alimenti dal produttore al più vicino negozio e poi dal negozio a casa nostra.
Inoltre, perché i sostenitori dei km 0 si appassionano solo alle mele e ai pomodori, mentre non li scandalizza nemmeno un po’ acquistare un computer portatile fabbricato a Taiwan o un tablet made in China? Eppure le esportazioni di frutta e vegetali costituiscono più del 20% delle esportazioni globali dei Paesi poveri, mentre le esportazioni tecnologiche vengono da Paesi in crescita. In altre parole, se attuassimo su scala mondiale la filosofia dei chilometri zero, milioni di persone nella parte povera del mondo diverrebbero ancora più povere, perché azzereremmo oltre ai chilometri anche le loro esportazioni, e quelle ricche ancora più ricche, perché continueremmo a comprare i loro prodotti sofisticati che non possono essere coltivati nell’orto dietro casa. Non male come risultato per chi vuole sentirsi virtuoso mangiando la zuppa in cui tutti gli ingredienti non superino il chilometraggio totale di una trottola che ruota sul suo asse.
Il fatto è che nel concetto dei km zero,come in tante altre fanfaluche sui temi ambientali, c’è un piccolo nocciolo di verità in uno spesso guscio di suggestioni. L’idea che è se una cipolla viene da vicino è nostra, ci appartiene, la conosciamo allora non può farci male. Un tempo, anche da noi, la si chiamava autarchia.
Giordano Tedoldi