Filippo Facci, Libero 3/1/2012, 3 gennaio 2012
CHI VOLLE E CHI SI OPPOSE AL MIGLIOR OSPEDALE ITALIANO
All’inizio degli anni Sessanta don Luigi Maria Verzé è un uomo triste, o dovrebbe esserlo. Aveva poco più di 40 anni, possedeva solo un cane – un dalmata – ed era un prete apolide che non sarebbe mai stato incardinato: non a Milano, dove la Curia gli aveva tolto quel poco che gli era rimasto. Aveva perso l’incarico di cappellano alla clinica La Madonnina, la supervisione degli asili della Diocesi, persino il contributo per l’orfanotrofio di San Fermo. In pratica aveva perso quello che aveva fatto e c’era un’ipoteca su quello che avrebbe voluto fare, perché il porporato stava cercando di annullare il mutuo della Cariplo che il Comune aveva garantito per costruire il San Raffaele, quell’ospedale umano e scientifico (forse fantascientifico) che la Chiesa per qualche ragione considerava eresia. Don Verzé non mollò. Riuscì, non si sa come, a convincere il direttore del Corriere della Sera Mario Missiroli a scrivere un articolo a favore del progetto. Riuscì pure, non si sa come, a far riconoscere la sua associazione - quella per l’edificazione dell’ospedale - come persona giuridica: il capo stato Giovanni Gronchi, il 19 novembre 1962, mise la sua firma dopo estenuanti passaggi. Lo Stato, in pratica, aveva sorpassato la Chiesa nel recepire l’idea di un centro ospedaliero di ricerca e previdenza ideato da un prete: altro paradosso che il Vaticano non avrebbe mandato giù. Nasceva così l’Associazione Monte Tabor, a cui sarà legato per sempre il nome del San Raffaele.
I DUBBI DELLA CURIA
Però la Curia, intanto, lo processava. Lo convocarono a Roma e gli chiesero conto delle sue presunte spensieratezze con alcune suore domenicane (l’abbiamo raccontato nella puntata di ieri) e poi due monsignori passarono alle questioni economiche dell’ospedale. Il dialogo che ne seguì è riportato da Giorgio Gandola in «Pelle per pelle», Mondadori 2004: «Mi dissero: deve solo temere che la sua opera faccia fallimento. Se fallisce, il giorno prima si compri una pistola e si spari, oppure si butti dalla finestra del quarto piano».
Intanto l’arcivescovo Giovanni Maria Montini, così ostile a don Verzé, si avviava a diventare Papa: ma non per questo la situazione milanese migliorava, anzi. Il nuovo arcivescovo, Giovanni Colombo, comminò a don Verzé la proibizione di esercitare il Sacro ministero, cioè la messa. Era il 1964 ed era l’atto finale. L’edificazione di quell’ospedale impossibile divenne un miraggio esistenziale, di lì in poi non si fermò mai più.
Sul rapporto tra la Chiesa e don Verzé non è più il caso di soffermarsi. Il sacerdote, visto con gli occhi di oggi, fu colpevole dei suoi meriti e delle sue opere: ciò che la stessa Chiesa, nel tempo, gli ha riconosciuto anche formalmente. A incrinare la saldatura contribuiranno posizioni sin troppo laiche: don Verzé non voleva sacerdoti nel consigli di amministrazione, pensava che i vescovi andassero eletti per acclamazione, era favorevole al sacerdozio femminile, al sacramento ai divorziati e alla procreazione assistita. Non si nascose mai, e nel 2006 rivelerà di aver aiutato un amico malato, un medico, a morire: «Quando a chiederlo è chi vive grazie alle macchine, allora non è eutanasia, è un atto d’amore». Il rapporto con le gerarchie rimarrà altalenante. Il cardinale Carlo Maria Martini volle conoscerlo per le stesse ragioni per cui la curia l’aveva sempre osteggiato: le sue qualità imprenditoriali. Scriveranno un libricino insieme, e, il 20 marzo del 2010, per i novant’anni di Don Verzé, il Cardinale non mancherà.
Ma allora, in quegli anni Sessanta, l’ospedale era ancora da fare. Fu durissima. Riuscì a sbloccare nuovamente il finanziamento della Cariplo che la curia aveva cercato di fermare, e, a quel punto, mancava soltanto il terreno. Si parlava da anni di un appezzamento in via Novara, ma in consiglio comunale fu battaglia: l’opposizione al progetto era firmata da Pietro Bucalossi, futuro ministro socialdemocratico (poi repubblicano) ma soprattutto chirurgo e direttore dell’Istituto dei tumori. Gli si attribuisce questa frase: «Se don Verzé realizzasse la sua idea, sarebbe la fine dei nostri ospedali». Fu minacciata la crisi di giunta e la pratica rimase congelata. Al che don Verzé si ruppe le scatole: trovò un altro terreno in zona Segrate, tutto risaie e acquitrini, e se lo fece andare bene. Costava 120 milioni. Ne trovò dieci, per cominciare.
I «SIGILLI»
Ma nell’attesa c’era da forgiare un personale nuovo, diverso. Don Verzé s’inventò l’Associazione Sigilli, formata ufficialmente «da persone che dedicano l’intera vita per il compimento della missione dell’Opera». Li crebbe a partire dal 1964: niente suore – delle quali non si fidava più, date le esperienze precedenti – ma piuttosto uomini e donne che facessero voto di celibato: una specie di scuola ufficiali per creare dei quadri aziendali che sposassero umanità e professionalità. Gente così, in giro, semplicemente non ce n’era.
Arrivarono i primi soldi: li garantì il ministro della Sanità Lorenzo Mariotti, un socialista che procurò un mutuo agevolato di 600 milioni. Così, nella seconda metà degli anni ’60, iniziarono i lavori. Il 24 ottobre 1969 i sindaci di Milano e di Segrate posero la prima pietra: e alla cerimonia non mancarono politici, imprenditori, operai e qualche professore. Mancava completamente la Curia. Il progetto prevedeva un corpo centrale con due ali a parentesi come l’arcangelo Gabriele (una pacchianata, come tante che piacevano al don) mentre la stampa si mostrava mediamente ostile e non mancavano battute su un ospedale – dicevano – che sarebbe stato gestito da ragazze in minigonna. I primi 600 milioni finirono presto – l’opera costerà più di un miliardo – e tutto si complicava perché i poteri di spesa sanitaria, dal 1970, passarono alla Regione. Nello stesso periodo, non bastasse, un temporale abbatté la gru del cantiere che si schiantò contro l’ospedale. Lo scenario era spettrale, anche perché in zona non c’era - no strade di collegamento per la città o per il vicino aeroporto di Linate.
Ecco, Linate: è per la faccenda delle rotte aeree che don Verzé e Berlusconi si conobbero. Il sacerdote aveva acquistato un terreno di 46 mila metri quadri ma aveva già in mente di ampliarsi nella zona in cui Berlusconi progettava Milano 2; entrambi, in pratica, volevano lo stesso terreno con la differenza che Berlusconi pagava cash. Litigarono, si misero d’accordo in qualche modo. Gli aerei passavano sopra l’area e davano fastidio a entrambi, cosicché, insieme, inoltrarono una petizione al Ministro dei Trasporti e il risultato fu che le rotte furono deviate sopra i comuni limitrofi, ovviamente furibondi; la guerricciola si trascinerà per anni – con varie proteste e comitati antirumore – ma per due volpi come Berlusconi e don Verzé la ebbero vinta facilmente. Un altro problema fu risolto da Berlusconi quando la magistratura scoprì un’illegalità nel cantiere del secondo lotto: le fognature non si attaccavano alla rete comunale (che sino a lì non arrivava) ma risolse tutto il Cavaliere dopo un anno e mezzo di stop dei lavori: consentì un allacciamento ai canali di Milano 2.
LOTTO ROMANTICO
L’ultimazione del primo lotto resta permeata di quel romanticismo che avvolge ogni opera un po’ disperata e improvvisata. Occorre immaginarsi il riscaldamento che ancora non c’era, le stufette a gas, i duecento letti sistemati a uno a uno, donnine che cucivano le tende, medici che imbiancavano. Da immaginare l’emozione per il primo malato, il 31 ottobre 1971: il poveretto entrò in una struttura in cui certo, mancavano ancora attrezzature e laboratori, ma per i tempi offriva un impatto completamente nuovo: le camere uguali per tutti - all’apparenza lussuose solo perché magari avevano gli asciugamani in lino - e poi le tapparelle elettriche, le pareti colorate, pulizia, umanità e gentilezza mai viste, non ultima una retta omnicomprensiva che allora era una novità assoluta.
Questo mentre don Verzé, per tirare avanti, continuava a fare ciò che non gli sarà mai perdonato: cercare soldi, sbattersi per scovare convenzioni. Andò da Pirelli, Montedison, Sip, commercianti, artigiani, Inam. Dal 1972 al 1977 il San Raffaele avrebbe ricoverato tremila persone l’anno con duecento medici e paramedici a contratto. Come? Coi soldi.
Facciamola breve: il San Raffaele diverrà un’eccellenza italiana e mondiale nel giro di pochi anni. Il professor Guido Pozza sarà protagonista di importantissimi progressi nella ricerca sul diabete e nel 1983 ci sarà il primo trapianto di rene e pancreas. Sarà l’ospedale che ospiterà la prima radiodiagnostica basata sulla tac, un dipartimento di medicina nucleare di livello planetario, la risonanza magnetica, la pet, la gamma unit, una macchina per la tomoterapia in grado di curare alcuni tumori con una sola seduta (costava 12 milioni di dollari) e poi il macchinario svedese Gamma Knife (sei miliardi) che consentiva di fare le radioterapie al cervello senza aprire la calotta cranica. Le domande su dove prendesse i soldi Don Verzé, ai tempi, appartenevano alla stessa genia di chi in questi giorni guarda a lui come a una propaggine del berlusconismo. Ma gli Agnelli, per costruire l’istituto dei tumori di Torino, mandarono i propri tecnici a copiare il San Raffaele, primo ospedale italiano a informatizzarsi con un Ibm 9000 che in tutta Europa vantava soltanto un gemello. Il figlio del console sovietico, a cui a Mosca volevano amputare una gamba per il diabete, decise di ricoverarsi al San Raffaele e infatti la gamba ce l’ha ancora.
LETAME SUI DIAMANTI
Poi verranno i dipartimenti di biologia e biotecnologia (Dibit) in cui oggi fanno ricerca aziende come Bayer, Roche, Schering, Plough, Boeringer e Bracco. Poi verrà inaugurato il Dibit 2, che ospiterà i laboratori per la genomica. Alla fine degli anni Novanta il San Raffaele conteggerà tremila utenze ambulatoriali ogni giorno e 40 mila ricoverati annui, questo con 1.100 posti letto e 3.000 dipendenti. Chi sparge letame su chi ha inventato tutto questo dal nulla, lavorandoci sopra per sessant’anni, ha sicuramente avuto un amico o un parente curati al San Raffaele. È statistico.
Filippo Facci