Maurizio Stefanini, Libero3/1/2012, 4 gennaio 2012
LA GERMANIA CORRE PERCHÉ NON HA LA CGIL
La notizia è che la Germania ha chiuso il 2011 con un livello di occupazione che è il record dal 1990, anno della riunificazione con una ex-Ddr in cui la transizione al capitalismo comportò una pesante ristrutturazione. Secondo l’Ufficio federale di statistica di Wiesbaden, parliamo di 41,04 milioni di occupati: 535.000 e l’1,3% in più rispetto al 2010. Il Pil aumentato del 3% ci dice che c’è stato anche un incremento della produttività, ma che comunque la crescita ha avuto anche un effetto positivo in termini di impiego, e anche di remunerazioni: nel 2012 i tedeschi si ritroveranno in busta paga una media di 160 euro in più, per via di varie facilitazioni entrate in vigore dal primo gennaio. In particolare, 60 di questi euro deriveranno dalla riduzione dal 19,9 al 19,6% dei contributi pensionistici da ripartire a metà tra datori di lavoro ed occupati, mentre gli altri 100 verranno dall’aumento delle detrazioni fiscali per vari tipi di previdenza individuale. Come ha avvertito il cancelliere Angela Merkel la congiuntura è brutta, e il Pil secondo gli esperti nel 2012 non crescerà oltre lo 0,5%. Come ha però osservato la Reuters, in questo boom dell’occupazione ci sono due componenti diverse: non solo la forte crescita degli ultimi due anni, ma anche il fatto che durante la crisi finanziaria globale il numero degli occupati è rimasto stabile. Come è stato possibile ciò, senza dinamitare le possibilità di ripresa?
Qua, bisogna tornare alla grande differenza tra capitalismo anglo-sassone e capitalismo renano. Nel primo, basato sulla Public Company, il finanziamento dell’impresa avviene in Borsa, e la flessibilità è sul versante dell’impiego: il lavoratore ha facilità a venire licenziato ma anche a ritrovare poi il lavoro, e anche a trasformarsi a sua volta in azionista. Nel secondo, in cui sono le banche le finanziatrici e proprietarie dell’impresa, è invece richiesto un alto livello di solidarietà tra imprenditori, dipendenti e Stato, che nella Germania di oggi è sfociata nella cogestione. In tutte le imprese private oltre i 500 dipendenti esiste infatti un Consiglio di Sorveglianza in cui i lavoratori hanno il diritto di eleggere metà dei rappresentanti, anche se in caso di parità con l’altra metà eletta dagli azionisti è il voto del Presidente a valere doppio, e il Presidente è anch’esso eletto dagli azionisti. E questo Consiglio ha il potere di sospendere o annullare i licenziamenti, ma nel contempo è responsabilizzato sull’andamento dei conti. Secondo gli studi dell’americano Martin Weitzman e dell’inglese James Meade (Nobel per l’Economia 1977), la cogestione assicura anch’essa flessibilità, ma dal versante della remunerazione, riducendo il costo marginale del lavoro rispetto al costo medio.
Per questo in Germania è stato possibile fare riconversioni che hanno subito riassorbito in aree in ascesa, come le energie rinnovabili, coloro che avevano perso il posto nei settori in crisi. D’altra parte, lì è stato il governo Schröder (di sinistra) che ha pure riformato il mercato del lavoro attraverso quell’Agenda 2010 che era stata fatta in effetti nel 2003, e che ha tolto i sussidi di disoccupazione sia a chi rifiuta impieghi meno pagati del sussidio, sia a chi li rifiuta in qualsivoglia collocazione geografica se celibe e senza figli; oltre a esonerare dagli oneri sociali gli impieghi pagati meno di 400 euro al mese.
Maurizio Stefanini