GIULIA ZONCA, La Stampa 3/1/2012, 3 gennaio 2012
Il riscatto del vero Rocky Chuck avrà un film tutto suo - Trentasette anni dopo essersi fatto frantumare la faccia, Chuck Wepner avrà finalmente un film tutto per lui
Il riscatto del vero Rocky Chuck avrà un film tutto suo - Trentasette anni dopo essersi fatto frantumare la faccia, Chuck Wepner avrà finalmente un film tutto per lui. Veramente la sua storia ha già ispirato una serie intera ma del suo nome, del suo sangue, non c’era traccia. Chuck è il «vero Rocky» e per farsi chiamare così è persino andato in tribunale, storia vecchia che non è bastata a riscattarlo, solo adesso è soddisfatto perché la gente potrà finalmente abbinare i suoi pugni a lui, il Chuck Wepner reale e ormai non c’è più bisogno di chiedere i diritti a un alter ego. Wepner si è giocato la carta della celebrità il 24 marzo 1975, lui contro Muhammad Alì, in teoria un incontro improbabile tra il boxeur sconosciuto e il re del ring che aveva appena battuto Foreman nel «Rumble in the jungle». Era già epico il semplice cartellone: la sfida impossibile, titolo che si portava dietro tutti i sogni di gloria di questo mondo. Il signor nessuno che si gioca l’unica opportunità della vita per sfondare, per essere ricordato. Di solito uno vince la lotteria e migliaia tornano nell’anonimato più o meno serenamente. A Chuck Wepner è successo qualcos’altro, la sua esistenza si è sdoppiata: un finto lui è diventato famosissimo mentre la realtà si è ridotta a una catena di occasioni perse: sconfitte, ritiri, galera e pensione. In quella notte del 1975 ha messo al tappeto Alì. Non ha vinto, anzi, le ha prese come raramente capita nel pugilato però nella nona ripresa è riuscito a far perdere l’equilibrio al re, gli ha pestato pure un piede nella foga, «mentre già stava andando giù», dice lui e non importa se sia vero o no, quel che conta è che Alì è andato ko cinque volte in carriera e una porta la firma di Wepner che ha pagato quell’istante di infinito con un massacro. Quando Alì si è ripreso era furioso, gli ha scaricato una caterva di colpi addosso e l’altro li ha incassati tutti. Ha resistito oltre quel che era umanamente possibile, l’arbitro ha interrotto l’incontro a 19 secondi dalla fine perché Wepner era una maschera. Non vedeva più, ha perso ai punti e ne ha rimediati più di 30 in infermeria quando gli hanno ricucito gli squarci. Se il tutto suona tremendamente familiare è normale, questo è il primo «Rocky», il successo di Sylvester Stallone, il blockbuster che ha portato a casa 10 nomination e 3 Oscar, l’inizio di una saga durata sei film. È da lì che arriva l’interminabile match tra Rocky e Apollo Creed e Stallone non ha mai avuto problemi ad ammetterlo anche se poi il personaggio mette insieme dettagli di tutti i pugili più famosi (era Frazier che si allenava sui quarti di carne appesi nella cella frigorifero). Da allora Wepner ha vissuto di luce riflessa, come se quei ganci non li avesse tirati lui. Nel 2006 dopo aver citato Stallone, ha accettato un risarcimento e ritirato la querela, ma nel 2012 arriverà la vera gloria. Ha venduto la sua biografia, il film è in lavorazione, uscirà al più tardi il prossimo autunno e porta davvero il nome giusto: «The bleeder» perché era così che chiamavano Wepner, «The Bayonne bleeder», dal luogo di nascita in New Jersey e dalla sua caratteristica: sanguinare a ogni incontro. Si è fatto distruggere da Foreman, da Liston e ogni volta le sopracciglia si aprivano, la faccia diventava rossa, gli occhi si chiudevano. Prima di incrociare Alì, ha regalato alla moglie una sottoveste blu: «Mettila, stanotte dormirai conil campione del mondo». La signora ha eseguito e quando Wepner, stravolto, è tornato in camera ha chiesto: «Viene Alì nella mia stanza o devo andare io nella sua?». Wepner era troppo malconcio per ridere e si è tenuto la battuta. Nel film la dirà Naomi Watts, neanche Rocky, quello fasullo e milionario, ha avuto tanto.