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 2012  gennaio 03 Martedì calendario

Sud Sudan, una mucca riaccende la guerra tribale - Nessuno sa come questa guerra sia cominciata. È successo tanto tempo fa

Sud Sudan, una mucca riaccende la guerra tribale - Nessuno sa come questa guerra sia cominciata. È successo tanto tempo fa. Una mucca rubata ai Murle da giovani guerrieri Nuer - per sfida? per bravata? - che poi gli altri si sono ripresi a colpi di lancia e di coltello? Forse è andata così. In fondo le due tribù si assomigliano: allevatori e pastori, hanno le stesse abitudini, gli stessi umori tumultuosi, fanno pascolare il bestiame nelle paludi attorno ai fiumi quando le acque sono basse; poi, quando irrompono le piene, le portano sulle alture dove hanno i villaggi e i campi di miglio. Il tempo qui non assilla gli uomini. Per loro, poveri come Giobbe, il bestiame è tutto: il segno della forza e della prosperità, il mezzo per pagare la dote e scambiarsi i doni rituali. Gente fiera, aspra, indipendente. Quando qui, nello Jonglei, ancora comandavano gli avidi arabi della remota Karthoum e volevano costruire un grande canale che avrebbe modificato il regime delle acque e le loro abitudini, si sollevarono e si trasformarono in guerriglieri indomabili. Storie ormai antiche, ché da luglio il Sud Sudan è indipendente, il 193˚ Stato dell’Onu con la sua bella bandiera scintillante di colori. Ma in queste arcaiche selve dove non ci sono strade nessuno se n’è accorto. La guerra, l’arruffata guerra tribale, esiste da sempre, da millenni. Interminabile, si rinfocola, langue e poi torna ad esplodere. Domenica seimila guerrieri Nuer hanno marciato sul villaggio di Pibor, popolato da Murle, «quelli che rubano il loro bestiame», hanno bruciato le capanne e saccheggiato il piccolo ospedale di Médecins sans frontières, il cui personale è fuggito, scomparso, forse sequestrato. Il reverendo Mark Akec Cien, segretario generale del Consiglio delle chiese del Sudan, parla di numerose morti, forse una trentina, e di feriti. Altre vittime sarebbero a Lukangol, trenta chilometri più a Nord. I Murle sarebbero fuggiti nella foresta inseguiti dai rivali, preludio di altri massacri e vendette. Isaac Ajiba, ministro dell’Informazione dello Jonglei, li teme e ha annunciato l’invio di rinforzi, 4.000 tra gendarmi e soldati, anche della forza di pace Onu. Eccola una guerra africana, nel millennio dei droni e delle armi distribuite a rigor di matematica e di balistica: un visibilio di machete e lance coltelli mani nude. E tanto odio. Dall’inizio del 2010, da quando è scoppiata o meglio ha ripreso a bruciare, i morti sarebbero almeno un migliaio e i rifugiati sessantatremila. Le cifre sono dell’Onu. Sebbene durino da tanto tempo, nessuno scrive la storia di queste guerre. In Occidente ci sono scaffali pieni di libri per i conflitti anche più marginali, sale di musei con ricostruzioni, protagonisti eroi traditori. In Africa non c’è niente del genere; per lunga e feroce che sia, la guerra finisce nel dimenticatoio rapidamente. Il giorno dopo la battaglia, le sue tracce sono già sparite. Bisogna seppellire i morti, costruire nuove capanne, basta poco, frasche e un po’ di fango, al posto di quelle bruciate. La totalità dei combattenti di questa guerra del bestiame nel Sud Sudan non è mai salita su un’automobile e non ha mai schiacciato un interruttore, non sa cosa sia l’acqua corrente, vive in un toukoul, non ha mai visto una scuola: una miseria banale e senza appigli per la curiosità. Anche alla periferia della capitale Juba, che si dà arie da città con i suoi traffici la sua corruzione il suo petrolio, sfilano ai bordi della pista questi guerrieri, grandi silhouettes nere filiformi, nudi, in mano una lancia con la punta di ferro. La ribellione contro il colonialismo musulmano del Nord ha per decenni addomitolito gli odi tra i nove milioni di abitanti del Sud, animista e cristiano. C’era un nemico da battere e non si sofisticava sulle decine di tribù e di etnie; quella maggioritaria, i dinka, capofila della guerra di indipendenza, si è annessa la maggior parte del potere, e del petrolio. La regione di Jonglei è una delle più turbolente, era il feudo di un signore della guerra, George Athor, uno dei comandanti dell’armata sudista, diventato da eroe rivoluzionario un ribelle, per vendetta di non essere diventato governatore della provincia. Lo hanno ammazzato in un banale scontro tra pattuglie al confine con la regione nordista di Equatoria, dove il generale reclutava combattenti tra i lanzichenecchi rimasti senza una guerra. Voleva nuove elezioni, sosteneva, forse non a torto, che c’erano stati brogli; da Nairobi a novembre aveva lanciato un funebre proclama dopo aver rifiutato le offerte di amnistia del nuovo governo indipendente:«Il popolo deve morire perché ottenga pace e democrazia». Per ritenerla realizzata si sarebbe accontentato forse di un paio di poltrone ministeriali. Il governo di Juba lo accusava di essere passato al soldo del regime di Karthoum, che lo utilizzava per provocare disordini e destabilizzare il fragilissimo e detestato neo Stato. La sanguinosa guerra tra tribù di allevatori forse non era estranea alle sue strategie di «revanche».