blog panorama 28 set 2009, 3 gennaio 2012
Bastone e carota di Befera, il tassator cortese di Carlo Puca I quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo al mattino del sabato prendono il caffè assieme da cinquant’anni
Bastone e carota di Befera, il tassator cortese di Carlo Puca I quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo al mattino del sabato prendono il caffè assieme da cinquant’anni. Renato, Mario e Luciano fanno rispettivamente il cardiologo, il pensionato, l’assicuratore. Ma a dispetto della canzone di Gino Paoli, loro si sono messi l’animo in pace: l’unico a provarci ancora è Attilio. Quello che si è impiegato in banca. Attilio Befera è l’uomo delle tasse, il direttore dell’Agenzia delle entrate, l’uomo che ha inventato la Equitalia e rivoluzionato il sistema di riscossione dei tributi. Per trent’anni ha lavorato alla Efi, una banca d’affari. Ci entra a metà anni Sessanta da impiegato neodiplomato, e come tanti figli dei meravigliosi anni del boom continua a studiare. Dopo la laurea (con lode) in economia, scala parecchie posizioni interne, fino a quella di direttore centrale. All’Efi se lo ricordano ancora, è uno che pretende sempre di più, per sé e per gli altri. Sul lavoro e sui campi da tennis. Classe 1946, ama giocare soprattutto contro colleghi più giovani di lui. Li sfida e li risfida, finché non li batte. O finché questi si fanno battere. Usa il diritto soprattutto, perché i rovesci (politici) non lo sfiorano. Governi la destra o la sinistra, lui cresce. Sempre. Il profilo bipartisan è la costante della sua seconda vita professionale. Nel 1995 passa al pubblico. Viene nominato (super) ispettore tributario del Secit e nel 1997 diventa direttore per la riscossione del dicastero delle Finanze. Il suo nome lo fa il ministro prodiano Vincenzo Visco, con il quale condivide la passione estrema per l’antico toscano. Il sigaro, non Dante Alighieri, perché come scrittori preferisce i contemporanei: Andrea Camilleri (Montalbano e quant’altro), Louis De Bernières (Il mandolino del capitano Corelli), Gaetano Cappelli (l’ultimo è La vedova, il santo e il segreto del pacchero estremo). Insieme al primo potere vero sul conto di Befera arrivano leggende, notizie e adulatori. E così in via Venti settembre i romanisti ripongono le loro sciarpe giallorosse e i laziali si moltiplicano. Piaggerie non richieste. L’uomo è severo ma cortese, per nulla incline agli scatti d’ira. Ma guai se ti chiama “amore mio”: vuol dire che sta davvero per perdere la pazienza. Nel 2001 vengono battezzate le agenzie fiscali. Il nostro, con Silvio Berlusconi premier e Giulio Tremonti ministro, va alle Entrate; dapprima è direttore per i rapporti con gli enti, poi direttore centrale dell’amministrazione. Dall’ottobre 2006, con un secondo gradimento di Visco, diventa il numero uno dell’Equitalia, la ex Riscossione spa, società pubblica che riaffida al Tesoro l’esazione delle tasse prima eseguita dalle banche per (gentile) concessione dello Stato. La partita con gli istituti di credito è avvincente ma complessa. Befera riesce a vincerla. L’esperienza accumulata all’Efibanca, l’approccio manageriale, l’ascolto di Mozart gli servono per distinguersi dal classico burocrate di Stato, tutto casa, padrino politico e ministero. I contraenti, avviliti, lo chiamano “il tassator cortese”. Chiusa la trattativa, ecco dunque la riforma della riscossione. Le 40 società allora abilitate a farlo ora sono 18. Il personale è calato da 11 mila a 8 mila unità. Ma ciò che più conta è la partecipazione azionaria dell’Equitalia: 51 per cento all’Agenzia delle entrate, di cui Befera diventa direttore nel giugno 2008 su nuova indicazione di Tremonti; 49 per cento all’Inps di Antonio Mastrapasqua, un altro buon amico. Ma niente paura: per poter cambiare il mondo, almeno quello delle tasse, Attilio resta anche presidente dell’Equitalia, con Mastrapasqua vice e Marco Cuccagna, un fedelissimo, direttore generale. Il cerchio è chiuso. Quale? Nella visione di Befera, in uno stato normale, gestione e riscossione dei tributi, Agenzia delle entrate ed Equitalia, camminano assieme. Esattamente come fa lui assieme a Cuccagna sulle montagne di Luco de’ Marsi, in Abruzzo: il paesino dell’amata madre. Non solo, grazie alle miniriforme di Tremonti (si tratta dei decreti legge 112 e 185 del 2008), ora Agenzia e Inps incrociano le loro banche dati. I controlli sono mirati e scientifici, confrontano la capacità di spesa e i redditi dichiarati (il cosiddetto accertamento sintetico), aggrediscono le compensazioni fiscali fasulle e i paradisi fiscali. Per evasori ed elusori tutto è diventato più difficile. O meno facile. Nei primi otto mesi del 2009 il fisco ha raccolto 2,8 miliardi di euro a seguito di accertamenti, in aumento del 47 per cento rispetto agli 1,9 miliardi incassati l’anno prima. Soltanto per questo Befera dovrebbe essere l’uomo più odiato d’Italia. E per molti imprenditori lo è, soprattutto dopo che ha rinviato il rimborso dell’Irap. Ma il tassator cortese è anche un buon comunicatore. I suoi 35 mila dipendenti non lo amano però almeno lo stimano. Ha sfruttato al meglio Linea amica, il call center della pubblica amministrazione. Si è reinventato il camper del fisco, che gira l’Italia a fornire spiegazioni. Ha costituito un ufficio stampa di gran livello. E sa trattare con i media. Befera è uno che sta spesso in tv, a differenza dei predecessori. Il suo messaggio è: io sono qui, venite da me che un accordo lo troviamo. La prova sta nei maggiori introiti ottenuti con il patteggiamento dell’evasore: nei primi 8 mesi del 2009 l’agenzia ha già incamerato 1,2 miliardi di euro in più, a fronte dei 910 milioni del 2008. Con un incremento, quindi, del 34 per cento. Viceversa, chi volesse continuare a fare il furbetto s’aspetti di tutto e di più. I primi detonatori Befera li ha già piazzati: in Svizzera, nel Liechtenstein e a San Marino. Il muro fiscale del Titano è il più vacillante. Anzi, sta praticamente crollando. Salvo proroghe, accadrà il 15 dicembre, a chiusura dello scudo fiscale, utile per rimpatriare i capitali esportati illegalmente. Quanti sono? Secondo i calcoli dell’Agenzia anche 200 miliardi di euro. Un’enormità. Che dire: Tremonti è contento, e pure Visco, sotto sotto, sarà orgoglioso della sua scoperta. Sicuramente lo sono i due figli di Befera e la compagna, incontrata dopo una separazione non indolore. In attesa della pensione, che gli servirà per imparare a leggere gli spartiti musicali, si coccola i suoi due adoratissimi cani, un alano e un bassotto. Gli amici che volevano cambiare il mondo lo sfottono: tra i due chi è Giulio? E chi Vincenzo?