Luca Orlando, Il Sole 24 Ore 29/12/2011, 29 dicembre 2011
CROLLA LA RICHIESTA DI MUTUI DELLE FAMIGLIE
Aumenta il prezzo, diminuisce la domanda. Il mercato dei mutui non si sottrae alle leggi dell’economia ma l’entità dell’aggiustamento è certamente imprevista. A novembre, secondo i dati Crif, le richieste di finanziamento alle banche crollano del 46%, quasi dimezzate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Risultati determinati certo dalla corsa degli spread, ma spiegabili in questa misura solo aggiungendo all’equazione l’incertezza sulle aspettative. I consumi si contraggono in generale ma sono i beni durevoli quelli più penalizzati, come dimostra la debolezza del mercato dell’auto o degli elettrodomestici. Per l’acquisto della casa il ragionamento delle famiglie è analogo: chi può rinvia. «Gli italiani – spiega Enrico Lodi, direttore generale credit bureau services di Crif – in mancanza di una chiara prospettiva sul futuro si confermano formiche e non cicale. La debole dinamica potrebbe essere attribuita sia a cause razionali sia a fattori percettivi, quali appunto il peggioramento delle aspettative». Scenario confermato dall’outlook di Intesa Sanpaolo che stima nel 2012 un calo del Pil almeno dell’1 per cento. A pesare – segnala lo studio – oltre a un contesto internazionale meno vivace che negli anni scorsi, saranno le conseguenze della crisi del debito sovrano in termini di: effetti sulla domanda interna delle tre manovre di correzione fiscale, il perdurare di condizioni finanziarie restrittive; l’impatto negativo sul clima di fiducia derivante dalla crisi sul debito.
Sul fronte dei mutui l’Italia si allinea a quanto accade all’estero, con la Spagna che vede dimezzarsi a ottobre le richieste e la Gran Bretagna che sperimenta il dato più basso dal 1974 per l’acquisto di case.
Con il dato di novembre il bilancio 2011 delle richieste di mutui in Italia vede un calo del 17%, a fronte di una crescita negli ultimi due anni. Osservando i dati mensili, con l’eccezione di agosto, si vede una tendenza progressiva al peggioramento a partire da giugno, quasi in coincidenza con l’aggravarsi della crisi dei debiti sovrani in Europa e con le prime impennate degli spread per l’Italia.
«Abbiamo senz’altro riscontrato una discesa della domanda – spiega Frederik Geertman, responsabile del settore per Unicredit –. In parte è la fase di incertezza generale che sembra provocare un calo delle compravendite, in parte magari c’è chi aspetta che la situazione "spread Italia" migliori. È inevitabile che se lo Stato si finanzia a costi elevati questo valga anche per le banche che devono almeno in parte trasferire il costo al prodotto finito. Dal lato nostro riteniamo che la prima responsabilità sia assicurare la liquidità. In passato era scontato offrire il prodotto, ora lo è meno. Eroghiamo ancora a ritmi tutt’altro che marginali, anche a novembre era così».
L. Or. • AZIENDE IN AFFANNO SUGLI SCONFINAMENTI - Il conto alla rovescia è terminato. Dal primo gennaio gli istituti bancari dovranno segnalare i crediti scaduti o "sconfinati" da più di 90 giorni, la metà rispetto ai precedenti 180 (si veda il Sole 24 Ore del 12 dicembre).
La nuova regola pone fine alla deroga di cui l’Italia godeva nell’applicazione di Basilea 2 e pone problemi aggiuntivi per banche e imprese: per gli istituti di credito l’aumento dei crediti sconfinati comporta un maggiore assorbimento di capitale mentre per le imprese il rischio è quello di incontrare maggiori difficoltà nell’accesso al credito. «Un esempio classico – spiega la responsabile credito per Confindustria Lombardia Ambra Redaelli – è quello di un’azienda non pagata per tempo da un ospedale e che tuttavia aveva portato la fattura in banca per ottenere l’anticipo. Poniamo che questo sia accaduto a fine agosto e che da allora l’azienda non sia riuscita a rientrare nei limiti del credito concesso, proprio a causa degli importi non pagati dal proprio cliente: dal primo gennaio scatta la segnalazione alla Centrale dei Rischi». Confindustria Lombardia stima che il problema coinvolga il 2% delle imprese. Confidi Province Lombarde, 6.500 associati e oltre 300 milioni di garanzie fornite, ipotizza un impatto sul 10% delle esposizioni.
Bankitalia, in un documento di consultazione pubblicato il 20 dicembre, stima invece un effetto ben più modesto: le esposizioni deteriorate valgono lo 0,6% del totale dei finanziamenti, mentre gli scaduti non deteriorati compresi tra 90 e 180 giorni pesano per un altro 0,4 per cento.
In base alle simulazioni di Palazzo Koch il venir meno delle deroghe ridurrebbe solo dello 0,07% il total capital ratio dei gruppi bancari italiani.
La consultazione si chiuderà entro fine febbraio ma l’esito probabile è l’allineamento ai 90 giorni non solo per i portafogli standard ma anche per quelli al dettaglio, legati ad aziende di minori dimensioni. Le stime rassicuranti di Via Nazionale, che lascia aperta la strada anche alla compensazione tra crediti scaduti e margini residui del cliente su altre linee di credito della stessa banca, convincono solo in parte le imprese. Per Vincenzo Boccia, presidente della Piccola Industria di Confindustria si tratta di un passaggio molto delicato. «La scadenza della deroga temporanea – spiega – era nota, ma giunge in un momento particolarmente difficile in cui forti sono le tensioni sul fronte dell’accesso al credito e negative le previsioni economiche. In questo contesto, con l’obiettivo di sostenere le imprese che a causa del perdurare dello scenario di crisi rischiano di essere spiazzate dall’introduzione dei nuovi termini, abbiamo siglato con Abi e altre organizzazioni imprenditoriali un protocollo per promuovere una campagna di comunicazione nonché per favorire una piena collaborazione tra banche e imprese volta a definire, caso per caso, soluzioni per il rientro dagli sconfinamenti. La nostra attenzione è inoltre dedicata al dibattito in corso sull’opportunità di eliminare anche la deroga permanente che consente alle banche che utilizzano i metodi interni di valutazione del rating e limitatamente ai portafogli retail, di segnalare gli sconfinamenti dopo 180 giorni anziché 90. Pur comprendendo la ragionevole esigenza di omogeneizzazione delle regole, riteniamo che l’attuale scenario non consenta interventi sui portafogli retail perché vi è il concreto rischio di un inasprimento delle relazioni tra banche e piccole imprese». «L’impatto sul sistema economico sarà comunque negativo – spiega il responsabile credito di Unindustria Bologna Daniele Salati Chiodini – anche perché il trend di quest’ultimo periodo vede continue richieste di allungamento dei tempi di pagamento da parte dei clienti».
Dato confermato in Piemonte, dove il 56% delle aziende, spiega il presidente dei giovani della Confindustria regionale Marco Gay, segnala ritardi negli incassi da parte dei clienti. Unindustria Bologna, così come molte altre associazioni, ha avviato da alcuni mesi un roadshow per spiegare l’impatto delle novità. Il tema della scarsa informazione è presente anche a Nord Est, come conferma il vicepresidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi. «Stiamo informando a tappeto i nostri associati perché molti non hanno la percezione del problema. In passato il tema è stato trascurato anche dalle banche, perché gli sconfinamenti erano comunque fonte di reddito». L’importanza dell’accesso al credito per le Pmi è confermato dagli ultimi dati Istat: nel 2010 ricorreva a finanziamenti esterni il 52,2% delle imprese, quasi 20 punti in più rispetto al 2007. Il 78,4% del campione otteneva risorse dalle banche, in caduta rispetto all’86,6% di quattro anni prima. Luca Orlando