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 2011  dicembre 30 Venerdì calendario

ENTE MPS PRONTO ALLE DISMISSIONI - È

un Paolo Scaroni fiducioso quello che, in questo colloquio con Il Sole 24 Ore, saluta un «2011 straordinario» per l’Eni, nonostante le cattive premesse, e auspica un 2012 dello stesso tenore. Il caso Libia sembra essere alle spalle (gli accordi sul petrolio sono stati conservati verranno riviste alcune intese su iniziative sociali), le rinegoziazioni dei contratti gas «take or pay» sono a buon punto e le importanti scoperte e gli accordi di fine anno in Africa e in Sud America hanno gettato le basi per la crescita futura. Se non bastasse, il percorso per la separazione funzionale di Snam è terminato e ora il cane a sei zampe può valutare «ogni opportunità di valorizzazione» dell’asset.
Dottor Scaroni dopo questo viaggio lampo in Libia immagina un celere ritorno ai consueti standard produttivi nel paese?
Il viaggio è andato molto bene, ho incontrato per la prima volta il primo ministro El Qeeb. Abbiamo discusso principalmente della nostra presenza sul territorio e non abbiamo ragioni per pensare che non si possa tornare alla piena capacità produttiva entro giugno 2012. Si tratta solo di risolvere alcuni problemi tecnici. In ogni caso siamo già soddisfatti di aver recuperato l’80% della produzione, nessun altra compagnia c’è riuscita. È un risultato importante per noi che siamo di gran lunga il primo gruppo internazionale in Libia ma anche per il Paese che con l’avvio delle esportazioni può contare su risorse fresche.
Crede che i rapporti con il nuovo governo si riveleranno proficui come le relazioni passate?
Senz’altro sì. Certo, abbiamo davanti un processo complicato per il ritorno alla democrazia ma per il momento tutto procede meglio di quanto ci aspettavamo sei mesi fa.
A che punto siete nella rinegoziazione dei contratti gas take or pay, attualmente spina nel fianco dei conti Eni?
Non sono una spina nel fianco ma il modo tradizionale per acquistare il gas a lungo termine. In Libia abbiamo raggiunto l’accordo l’anno scorso e siamo operativi, in Algeria abbiamo raggiunto un accordo che contiamo di formalizzare a breve. Quanto alla Russia, sono stato a Mosca il 20 dicembre, il negoziato con Gazprom non è facile ma confido in un esito entro i primi mesi dell’anno. Poi apriremo la trattativa con la Norvegia in primavera. Il mercato del gas che non è mai stato così turbolento sia sul fronte dell’offerta, cresciuta per lo shale gas americano, sia sul fronte della domanda europea depressa dalla congiuntura economica e da un inverno caldo.
Teme lo scoppio di una bolla?
Non so se chiamarla bolla. Negli Usa per 1 milione di btu si pagano 4 dollari, in Europa 11-12 dollari e in Estremo Oriente 17-18 dollari. Il fatto che la stessa commodity venga venduta a tre prezzi così diversi è un segnale chiaro che il mercato non è assestato. Sono convinto che nei prossimi 10 anni i prezzi convergeranno e noi non dobbiamo da un lato prepararci a questo evento e dall’altro a sfruttare le opportunità che si creeranno. In quest’ottica le recenti scoperte di gas in Venezuela e Mozambico ci permetteranno di giocare la partita su tutti i mercati mondiali.
In merito alla Russia, con il ritorno di Putin a capo del governo Eni confermerà e rilancerà gli attuali impegni e gli attuali accordi nel paese? Non teme un’eventuale instabilità politica legata alle recenti manifestazioni?
Mi esprimo poco sulla politica italiana si immagini su quella estera. Posso solo dire che la Russia è un grande produttore di idrocarburi e che la nostra presenza nel paese risale agli anni ’50. I nostri rapporti sono così consolidati che prescindono da fenomeni contingenti.
Che ne pensa invece delle tensioni tra Usa e Iran nello stretto di Hormuz? Potrebbero avere conseguenze sull’Eni e sul prezzo del greggio?
Su questo tema vorrei fare tre commenti. Il primo è che resto ottimista perché non credo si voglia creare una crisi politica internazionale come non ne vediamo da qualche decennio. In secondo luogo per quanto riguarda Eni l’impatto sarebbe minimo in quanto solo una piccola parte del nostro greggio, quello proveniente dall’Iran e dall’Iraq, passa per lo stretto di Hormuz. Infine si verificherebbe un’impennata del prezzo del petrolio che certamente sarebbe l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento delicato dell’economia mondiale.
L’Africa, invece, vi sta dando enormi soddisfazioni, a partire dall’Angola per arrivare al Mozambico.
Siamo i primi produttori d’Africa, da lì viene il 60% della nostra produzione. È stato un anno eccezionale: in Angola con il blocco 15.06, in Ghana con Sankofa e Gye Nyame e in Mozambico con Mamba che rappresenterà un asse portante della nostra strategia per i prossimi 20 anni. La stima di 50 miliardi di dollari di investimenti è assolutamente preliminare, l’esplorazione del blocco non è ancora completata, mancano ancora quattro pozzi da esplorare e già si parla di 22 tcf (638 miliardi di metri cubi) paragonabili a due anni di importazioni per l’intera Europa.
A ciò si somma anche l’accordo sottoscritto in Venezuela.
Sono stato lì il 23 dicembre per finalizzare gli accordi relativi al super giant Perla che è una scoperta da 17 tcf, un terzo dei quali sono nostri. Questo progetto e Junin V nella fascia dell’Orinoco, faranno sì che il Venezuela nel 2018-2019 ci assicuri fino a 200 mila boe al giorno.
Su quali pilastri Eni conta di fondare la sua crescita e il raggiungimento dell’ambizioso target di 2 milioni di boe previsto per il 2014?
Le aree del mondo sulle quali il gruppo si concentrerà sono certamente l’Africa e il Kazakhstan, che resta per noi un paese cruciale dove con il recente accordo sui passati contenziosi, abbiamo la strada spianata per nuovi sviluppi sul campo di Karachaganak. Su Kashagan confermiamo l’avvio della produzione per il 2012. Poi c’è la Russia e l’area del Pacifico, Australia e Indonesia, dove contiamo di arrivare per la fine del decennio a 200 mila boe al giorno.
Nel breve gli analisti considerano che le compagnie europee saranno penalizzate rispetto a quelle americane a causa del contesto economico. In quanto tempo, secondo lei, si ridurrà il gap?
Effettivamente se si prende l’andamento dei titoli azionari del settore oil americano e lo si confronta con quello europeo la differenza c’è. Non è facile trovare una spiegazione ma non credo che questo divario sia legato alla congiuntura dell’Europa anche perché tutte le compagnie europee sono globali. Potrebbe forse esserci un effetto euro. Quando gli investitori perdono fiducia in una moneta tendono a vendere indistintamente. Confido che si tratti di un fenomeno che si aggiusterà con il tempo. Del resto l’unico settore del comparto oil che soffre per la congiuntura europea è la raffinazione, sulla quale siamo meno esposti di altri. Nei prossimi anni verrà assorbito l’eccesso di capacità produttiva, sono già state chiuse sette o otto raffinerie europee, e questo permetterà una risalita dei margini.
Il mercato è convinto che uno dei cardini che spingerà le quotazioni dell’Eni sarà un prossimo deconsolidamento di Snam. Alcuni ipotizzano che accadrà a marzo 2012. È possibile?
Per quanto riguarda Snam abbiamo portato a termine tutti gli adempimenti relativi alla terza direttiva del gas. A questo punto guardiamo a questo importante asset senza pregiudizi. Potremmo immaginare un disinvestimento, a patto di poterlo valorizzare al meglio.
Cosa si sente di dire agli azionisti di Eni che vedono il titolo viaggiare sempre attorno ai 16 euro? Può confermare la politica di pay out degli anni recenti?
Il titolo oscilla all’interno della pattuglia del settore oil europea. E questo nonostante Eni abbia sofferto più di altri nel 2011 per la vicenda Libia e in qualche modo abbia pagato anche le peripezie finanziarie dell’Italia. Quanto al dividendo il prossimo annuncio sarà a metà marzo in occasione della presentazione del nostro piano strategico per i prossimi quattro anni.