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 2011  dicembre 31 Sabato calendario

ANNO DI RIBASSI PER LE MATERIE PRIME

Per la prima volta dal 2008 le materie prime hanno concluso l’anno in ribasso: l’indice Reuters Jefferies Crb, che alla fine di aprile era ai massimi triennali, è arretrato nel corso del 2011 dell’8,1 per cento. Una performance paragonabile a quella dei listini azionari – il Ftse Global All Cap in dollari segna un -10,4% – e speculare a quella dei Treasuries statunitensi, che hanno invece guadagnato il 9,6% (total return).
I rialzi tra le commodities si contano sulle dita di una mano. Tra questi, il +13,3% del petrolio Brent, che ha chiuso l’anno con il prezzo medio più alto nella storia, 111 dollari al barile, mostrando un’eccezionale resistenza ai venti di crisi che già da qualche mese stanno soffiando sui mercati. Anche il greggio statunitense, il Wti, ha concluso il 2011 in positivo (+8,2%), sostenuto – come anche il riferimento europeo – soprattutto dalle tensioni geopolitiche e dal timore che, dopo la paralisi delle esportazioni libiche, possano esservi ulteriori e forse più gravi interruzioni dell’offerta.
Tra le materie prime in rialzo nel 2011 – per l’undicesimo anno consecutivo – c’è ovviamente anche l’oro, ma il fatto che il progresso sia limitato a poco più del 10% è sorprendente dopo il rally di cui il metallo è stato protagonista fino a settembre, quando raggiunse il massimo storico di 1920,30 dollari l’oncia. Il lingotto, oggi sotto quota 1.600 $, non sembra peraltro pronto ad infiammarsi nuovamente: le sue caratteristiche di bene rifugio sembrano essersi un po’ appannate e la domanda mostra segni di indebolimento.
Anche il rame, peraltro, aveva aggiornato il record storico nel corso del 2011, spingendosi in febbraio oltre 10mila dollari per tonnellata. Il metallo – che gli anglosassoni chiamano Dr Copper , ritenendolo in grado di diagnosticare le condizioni di salute dell’economia – si ritrova però a concludere l’anno con una delle peggiori performance tra le materie prime: le sue quotazioni al London Metal Exchange sono diminuite in dodici mesi di oltre il 20%, così come quelle di tutti gli altri metalli non ferrosi, tra i più colpiti dalle vendite man mano che gli scenari economici sono andati peggiorando, non solo per l’Eurozona – probabile condannata ad una ricaduta in recessione – ma anche per i Paesi emergenti.
Pur con tassi di crescita ancora molto elevati, la Cina e l’India, fortissimi consumatori di materie prime, stanno vistosamente frenando. Se Pechino non dovesse riuscire ad evitare il cosiddetto "hard landing", l’impatto sui mercati delle commodities potrebbe essere drammatico. Nel 2008 – nonostante la locomotiva cinese consumasse a pieno ritmo, compensando il calo di domanda nel resto del mondo – i prezzi delle materie prime crollarono complessivamente di circa il 40 per cento.
Anche escludendo scenari catastrofici, il 2012 potrebbe comunque riservare ulteriori ribassi ai mercati. Così sembrano pensarla molti fondi di investimento, che – scottati dalle perdite e scettici sulle possibilità di recuperare, almeno nel breve periodo – stanno abbandonando il campo: Barclays Capital stima che da maggio l’esposizione degli hedge funds alle materie prime si sia dimezzata. Le statistiche della Commodity Futures Trading Commission (Cftc) mostrano intanto che sui mercati statunitensi il numero di posizioni nette lunghe – in pratica, le scommesse su rialzi di prezzo – sono appena scese al livello più basso da marzo 2009.