Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 31/12/2011, 31 dicembre 2011
LO SCONTRO TRA FAZIONI IN LIBIA MINACCIA I CONTRATTI PETROLIFERI
Galuha in arabo significa letteralmente "l’hanno detto" e in Libia è una sorta di corrente di pensiero che assimila realtà, ipotesi e dicerie. Ed è così che si presenta la vicenda tra l’Eni e Tripoli. Il primo ministro libico Abderrahim el-Keib afferma che i contratti dell’Eni devono essere rivisti. La compagnia italiana sostiene che i libici hanno chiesto soltanto di ridiscutere alcuni progetti di carattere sociale.
Non è la prima volta che in Libia sorgono malintesi. Il geologo Ardito Desio per convincere Italo Balbo a scavare sotto il deserto si presentò dal governatore con una bottiglia di liquido nero e giallo. Non se ne fece nulla e la bottiglia finì sullo scaffale della libreria. Era il 1932 ma 80 anni dopo la bottiglia di Desio continua a mandare un messaggio: della Libia, nonostante le nostre convinzioni, continuiamo a capire poco. Tanto è vero che il nostro ministro degli Esteri, all’inizio della rivolta, arrivò a sostenere che la Jamahiyria era una forma avanzata di democrazia diretta. Bisogna aggiungere che i libici rappresentano una degna controparte: dovrebbero avere ancora una quota del 2% nell’Eni e forse se ne sono dimenticati.
Uno che sicuramente se lo ricorda è il ministro del petrolio, Ben Yazza, fino poco tempo fa presidente della joint venture dell’Eni a Tripoli. Quando è stato nominato sembrava che la compagnia italiana potesse dormire sonni tranquilli. Cosa si poteva volere di più? L’amministratore delegato Paolo Scaroni, il 25 novembre precisava: «La Libia è tornata "business as usual" e con Ben Yazza mi sono incontrato un sacco di volte».
E invece ecco la sorpresa. Mercoledì Scaroni ha visto a Tripoli el-Keib che ha annunciato di voler ridiscutere gli accordi. I libici intendono rivedere alcuni aspetti "tecnici". Chiedono, a quanto pare, nuove compensazioni, cioè "tecnicamente" più soldi. Scaroni ha replicato che l’Eni si è aggiudicata contratti regolari, che la società già sostiene diversi progetti sociali e versa ancora la quota dovuta alla dissolta Fondazione Gheddafi. Senza contare che le tasse pagate dall’Eni finanziano le imprese italiane impegnate in lavori importanti per la stessa Libia, aspetto non secondario del Trattato firmato nel 2008.
Ma i due non devono essersi capiti. Il giorno dopo un comunicato del primo ministro affermava «di avere informato l’amministratore delegato dell’Eni che i contratti saranno rivisti conformemente agli interessi della Libia. Le compagnie straniere dovranno provare che sono partner della Libia, non di Gheddafi e del suo regime». Non è un buon viatico alla visita del premier Mario Monti del 21 gennaio a Tripoli, al quale Mustafa Jalil, presidente del Cnt, aveva assicurato, in un incontro del 15 dicembre a Roma, che nulla sarebbe cambiato. Ma riflette l’attuale stato di confusione della leadership: ci sono gruppi favorevoli a mantenere gli accordi e altri che chiedono di rinegoziarli. In pratica c’è uno scontro tra fazioni che vogliono la loro parte di introiti petroliferi.
Prima era uno solo a decidere e a incassare, ora sono in molti: è la nuova Libia. Magari era troppo pretendere che le cose restassero nei termini stabiliti con Gheddafi, un leader ammazzato come un cane in mezzo alla strada. Dovevamo essere più presenti in Libia con missioni politiche di ministri o sottosegretari ma ci siamo fatti un vanto di non aver partecipato come inglesi e francesi alla corsa a Tripoli. Ci siamo fidati del "Galuha" di Jalil, di el-Keib, di Ben Yazza: forse non bastava.